Si tratta del bomb jammer, un dispositivo capace di neutralizzare gli impulsi elettrici degli esplosivi attivati a distanza, più volte promesso da Alfano, ma - chissà per quale misterioso motivo - mai pervenuto a Di Matteo e agli uomini della scorta.
Così, mentre lo Stato italiano persevera a lasciare sempre più solo uno dei magistrati più esposti e più scomodi d'Italia, le organizzazioni mafiose si rivelano decisamente più attente e attrezzate.
Prendiamo Mafia Capitale, l'organizzazione mafiosa romana che controlla(va) attività economiche, appalti e servizi
pubblici, operando "in un mondo di mezzo, un luogo dove [...] si realizzano sinergie
criminali e si compongono equilibri illeciti tra il mondo di sopra, fatto di
colletti bianchi, imprenditoria e istituzioni, e il mondo di sotto, fatto di
batterie di rapinatori, trafficanti di droga, gruppi che operano illecitamente
con l’uso delle armi".
Queste le parole utilizzate dal Gip di Roma Flavia Costantini nell'ordinanza di custodia cautelare emessa il 28 novembre scorsonell'ambito del procedimento penale n. 30546/10 R.G.N.R., a seguito della quale è scattata l'operazione "Terra di mezzo" (37 arresti, di cui 29 in carcere e 8 ai domiciliari).
Ebbene, nella stessa ordinanza il giudice parla di "rischio legalità", ovvero del rischio corso dai mafiosi di essere scoperti. Consapevoli di ciò, come tutti i delinquenti del mondo, si sono dotati di mezzi precauzionali, quali utenze telefoniche dedicate e un disturbatore di frequenze tipo "jammer".
Già, proprio quello di cui necessiterebbe Di Matteo per non essere ucciso.
Ovviamente i mafiosi si servono dello stesso attrezzo per raggiungere uno scopo ben diverso, ossia impedire la captazione delle proprie conversazioni ambientali.
Nel caso di Mafia Capitale, è Massimo Carminati, il capo, a manifestare la necessità di posizionare un disturbatore di frequenze nel luogo dove l'associazione è solita riunirsi (la sede romana della Cooperativa 29 Giugno, in via Pomona n. 63, all'interno dell'ufficio di Salvatore Buzzi, colui che gestisce la contabilità occulta del sodalizio mafioso, il pagamento di tangenti ai pubblici ufficiali e l'aggiudicazione degli appalti pubblici).
<<Intanto ti porto un coso.. un jammer....intanto lo mettiamo qua lo attacchiamo così quando uno è.. lo accende e vediamo.. intanto.. qui i telefonini pure se son accesi>> dice Carminati a un collaboratore di Buzzi (Emilio Gammuto) l'11 dicembre 2013.
L'apparecchio - installato a partire (almeno) dal 20 gennaio 2014 - viene attivato prima di ogni riunione, in modo da consentire ai criminali di parlare liberamente dei loro sporchi affari, lontano dalle orecchie indiscrete di giudici "impiccioni".
<<Ma sei sicuro che filtra tutto sto cazzo di ..(inc)..con questa mafia qua mi sa che ci troviamo nella stessa cella tutti e due!>> domanda un uomo non meglio identificato.
<<Questo me l’ha portata Massimo ...è una cosa seria!!>> risponde Salvatore Buzzi.
Per fortuna le forze dell'ordine sono riuscite ugualmente a intercettare le conversazioni della banda di malavitosi.
La stessa fortuna che evidentemente non spetta al magistrato Antonino Di Matteo.
Perchè se una banda di criminali mafiosi corre il "rischio" che la legalità trionfi utilizzando (anche) il dispositivo "jammer", mentre Di Matteo è costretto ad affrontare da tempo un altro rischio - quello di essere ucciso - per l'assenza dello stesso strumento, significa che lo Stato non vuole proteggere uno dei pochi servitori rimasti fedeli alle Istituzioni.
Vuole ammazzarlo. "Non è possibile vincere questa battaglia, questa guerra,
se nei luoghi strategici delle istituzioni
Roberto Scarpinato
continuano a restare ai loro posti persone
che per vari motivi,
o un difetto di competenza,
o forme di indifferenza morale,
o per rassegnazione fatalistica,
non sono in grado di assolvere ai loro doveri, ai loro compiti.
Bisogna ristabilire il principio di responsabilità
che passa anche attraverso rimozioni e dimissioni
per affermare che oggi in Italia,
quando si tratta di vita o di morte,
se c'è qualcuno che non è all'altezza deve andare via.
[...]
Come si può fare la nuova Resistenza
quando la nostra vita è affidata a queste persone?
Si può chiedere coraggio se corri un rischio,
non quando c'è la certezza di morte.
Ormai i magistrati e gli uomini delle scorte si rendono conto
di essere abbandonati a loro stessi"
Roberto Scarpinato, magistrato,
articolo di Saverio Lodato dal titolo "Dura requisitoria del giudice <<ribelle>>",
pubblicato su "l'Unità" del 27 luglio 1992
(65 giorni dopo la strage di Capaci e 8 giorni dopo quella di via D'Amelio).
Nel "pezzo" il giornalista ricorda che moltissimi magistrati di Palermo sono
"stanchi di andare al macello
mentre la colonna sonora delle istituzioni intona proclami retorici.
Sono giudici stanchi.
Stanchi di gridare nel deserto un puntiglioso elenco di
misure possibili per controbattere il potere di Cosa Nostra.
Stanchi, soprattutto, di assistere a questa paurosa forbice
"Sto semplicemente cercando di trovare il coraggio
per aiutare la <<nostra>> Sicilia a uscire dalla morsa della mafia.
L'ho capito da Lei che cosa vuol dire avere coraggio.
Perchè Lei è un uomo coraggioso
dal quale ho imparato tante cose:
la prima che nella vita non ci si deve inchinare alla prepotenza.
Ma soprattutto Lei mi ha insegnato che
raccontare la verità aiuta a rimanere sereni
e a posto con la propria coscienza.
In questi mesi ho anche capito che alla Giustizia
non servono parole tonanti,
ma racconti veri, documentabili, e prove, fatti concreti:
sull'emozione deve prevalere il coraggio della ragione.
Ecco: mio padre è stato ammazzato dalla mafia,
mio fratello è stato ammazzato dalla mafia.
Non voglio più che altri padri e fratelli vengano ammazzati dalla mafia
e sino a quando ci sarà Lei al mio fianco
non avrò paura di parlare"
Rita Atria, testimone di giustizia, lettera a Paolo Borsellino (1992)
Cara Denise,
solo dieci giorni fa è ricorso il 5° anniversario dell'omicidio di tua madre Lea e oggi tu compi 23 anni.
Purtroppo non ti conosco e molto probabilmente mai ti conoscerò, ma la festa migliore che possa organizzarti si svolge ogni giorno, nelle mie piccole e grandi esperienze, con l'impegno di testimoniare - attraverso le azioni e le parole - il tuo preziosissimo insegnamento:
la vera libertà consiste nel non uccidere la propria coscienza.
All'orizzonte
Un sole
Germoglia in
Una mattina d'autunno.
Ricordo prezioso,
In te si svela, splendido.
Un Denso mantello di nebbia silente
accEca la vista di ogni viandante
ma uNa cima che squarcia quel grigiore opprimente
partorIsce un bagliore assai illuminante
rifleSso imbiancato di un sole nascente
chE un mattino si specchia nella neve ammaliante.
Ovunque tu sia, buon compleanno, Denise!
venerdì 14 novembre 2014
IO STO CON NINO DI MATTEO!
"L’inferno
dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci
sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e
diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed
esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e
cosa, in mezzo all'inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio" (Italo Calvino, "Le città invisibili")
Io ho cercato chi, nell'inferno, non è inferno.
E l'ho riconosciuto in un magistrato palermitano di nome Antonino Di Matteo.
Per questo voglio far sì che prosegua nel suo lavoro.
Per questo voglio dargli spazio.
Per questo IO STO CON NINO DI MATTEO e con tutti i magistrati che vanno avanti, nonostante rischino la vita!
"Ora che ho ascoltato la viva voce di Riina ho capito il
collegamento fra le due tipologie di minacce: quelle mafiose e quelle
istituzionali o para-istituzionali. […] Se mi guardo intorno e rifletto
razionalmente, mi dico che non è valsa e non vale la pena aver sacrificato, in vent'anni
di vita scortata, tanti momenti importanti di libertà e di spensieratezza miei
e delle persone che mi stanno accanto. Ma poi per fortuna prevale la passione,
come in tanti magistrati della mia generazione. Quando entrai in magistratura
22 anni fa, lo feci proprio con l’aspirazione di occuparmi di mafia. Il mio punto
di riferimento era il pool antimafia di Chinnici, Caponnetto, Falcone e
Borsellino. Tre su quattro li abbiamo purtroppo accompagnati nella tomba, ma
quello è rimasto il mio imprinting. [Prevale ancora la passione, N.d.A.], e ha
la meglio sulla razionalità pura che consiglierebbe di mollare tutto. La
passione per la bellezza del nostro lavoro. Che però non cancella la
consapevolezza che fare il magistrato in questo modo – l’unico che conosco
leggendo la Costituzione – <<non paga>>. Né in termini di serenità
personale, né di carriera, né di apprezzamento omogeneo dalle istituzioni e
dagli uomini che le rappresentano, e anche da pezzi importanti dell’opinione
pubblica. Ma non importa, andiamo avanti. [Non si respira più l’aria precedente
alle stragi del 1992, fatta di insofferenza per i magistrati antimafia, N.d.A.],
anzi l’intensificarsi dei pericoli per la mia persona è stato accompagnato
paradossalmente da un surplus di solidarietà e vicinanza di tanti cittadini:
lettere, email, parole d’incoraggiamento. Anche dai vicini di casa. È uno dei maggiori,
e rari, motivi di conforto. Lo stesso vale naturalmente per la mia famiglia: ho
la fortuna di essere circondato da persone che condividono idealmente gli
stessi valori che sono alla base del mio impegno. Andiamo avanti, pure con
grande difficoltà. […] Non devi mai ripetere gli stessi movimenti e gli stessi
percorsi, che devi rendere il più possibile imprevedibili. Sei costretto a
rinunciare anche a quelle piccole e poche cose che ancora ti concedevi prima,
anche da scortato. Ma non è questo che mi pesa. [Ciò che mi pesa maggiormente è,
N.d.A.] la consapevolezza che, quando ti inoltri su certi crinali investigativi
sui rapporti fra mafia e istituzioni (non soltanto quelle politiche, ma anche i
cosiddetti <<apparati>>), senti – per usare un eufemismo – di non essere capito
da chi rappresenta lo Stato e persino da vasti settori della magistratura.
Troppi continuano a pensare che le nostre indagini siano tempo perso, risorse
sottratte alla <<vera lotta alla mafia>>, che consisterebbe
soltanto nell'arrestare la manovalanza criminale, nel sequestrare carichi di droga.
Invece, oggi più che mai, un contrasto serio alla criminalità organizzata deve
recidere i suoi legami con istituzioni, politica, finanza, forze dell’ordine,
apparati. [A parole, lo dicono tutti, N.d.A.], ma poi appena qualche pm ci
prova e magari ci riesce, ecco il solito coro pieno di risolini e di dubbi
sparsi a vanvera: ti senti additato al pubblico ludibrio come un <<acchiappa
nuvole>>, o peggio come un soggetto destabilizzante che rema contro le
istituzioni per scalfirne il prestigio. C’è chi ancora ripete il ritornello
che, scoperchiando la trattativa, abbiamo fatto un favore a Riina mettendo
sotto accusa uomini dello Stato e della politica. Riina, a sentirlo parlare, non
sembra proprio pensarla così. Anzi: manifesta nei nostri confronti una rabbia
furibonda, che vuole addirittura tradurre nel mio assassinio. […] Finora
abbiamo capito e riteniamo di aver provato solo una parte di ciò che è avvenuto [sulla trattativa Stato-mafia, N.d.A.]. Non è casuale la tempistica
dell’intensificarsi di questa pressione. Inizialmente si pensava che l’indagine
sarebbe finita in archivio. Poi invece c’è stata la nostra richiesta di rinvio
a giudizio e poi l’ordinanza di rinvio a giudizio del gup. E il processo è
iniziato. Ma non è un mistero che stiamo continuando a indagare: non ci
fermiamo certo a cercar di provare la colpevolezza degli attuali imputati.
Vogliamo trovare chi li ha manovrati, li ha diretti e ha concorso con loro, dall'esterno di Cosa Nostra, nei delitti che abbiamo contestato. Con chi,
perché e su incarico di chi gli attuali imputati han fatto ciò che han fatto.Ecco: quando si è capito che non ci fermiamo, sono partite non solo minacce e
ordini di morte, ma anche episodi pericolosi come l’irruzione in casa del giovane
collega Roberto Tartaglia. […] Lo Stato è uno solo: quello disegnato con
chiarezza e precisione dalla Costituzione. Per essere credibile e riconosciuto
come tale, lo Stato non deve temere di processare se stesso, attraverso propri
esponenti infedeli, collusi, deviati. Altrimenti non ha titolo neppure per
processare la criminalità, organizzata e non. [Non abbiamo mai avuto il dubbio
di essere noi, i deviati, N.d.A.], nemmeno quando veniamo additati come tali,
come portatori di interessi diversi dalla giustizia e dalla legalità
costituzionale. Certo, c’è la sensazione palpabile di essere devianti rispetto
al sentire comune molto diffuso che vorrebbe imporci una particolare <<prudenza>>
perché non scoperchiamo certi vasi. Ma quella sulla trattativa è una delle
poche indagini che ha subìto attacchi praticamente da tutte le parti politiche:
almeno non possono accusarci di volerne favorire una a scapito di un’altra. [L’accusa
che ci ha ferito di più è, N.d.A.] quella di autorevoli esponenti del
giornalismo e della politica che ci attribuiscono addirittura la finalità di
ricattare il capo dello Stato, solo perché ci siamo imbattuti casualmente in
alcune sue telefonate con l’ex ministro Mancino, o perché l’abbiamo citato come
testimone. È l’accusa più pesante e ingiusta, ma ci è toccato sopportare anche
questo. […] i pentiti di mafia ragionano ancora con l’istinto tipico dei
mafiosi: se capiscono di avere di fronte dei pm attaccati dalle istituzioni,
fiutano che parlare di certi argomenti potrebbe essere scomodo e poco
conveniente anche per loro. E magari chi sa molte cose si attesta su canoni di
ordinaria <<normalità>>, rivelando solo ciò che non scandalizza troppo
il sistema, e dunque non si rivela troppo dannoso per lui. […] Io non ho mai
chiesto nulla [per la mia sicurezza, N.d.A.]: ci sono autorità preposte a
queste decisioni tecniche e stanno operando con la massima professionalità. A cominciare
dai carabinieri della mia scorta. Ma un magistrato è sicuro soprattutto quando
tutte le istituzioni si mostrano totalmente unite nell'affermare che il suo
operato – peraltro criticabile – non può subire minacce né annunci di strage.
La reazione compatta di tutto lo Stato sarebbe la migliore protezione per me e
per qualunque altro magistrato in pericolo. [E quella reazione compatta,
N.d.A.] finora è arrivata solo a spizzichi e bocconi, con molta lentezza,
fatica e reticenza. Ma non dispero che ci si arrivi, un giorno o l’altro...” (intervista di Antonino Di Matteo rilasciata a Marco Travaglio e pubblicata il 18 dicembre 2013 su "il Fatto Quotidiano" con il titolo "<<Riina mi vuole morto e i politici attaccano le nostre indagini>>").
Festa de "il Fatto Quotidiano",
dibattito "Due anni di stragi, vent'anni di trattativa" con
Antonino Di Matteo, Antonio Ingroia, Gian Carlo Caselli,
Marco Travaglio, Marco Lillo.
Marina di Pietrasanta (Lucca), 9 settembre 2012.
L'intervento di Nino Di Matteo inizia a partire dal minuto 29:33. Per ingrandire l'immagine, clicca su "YouTube" in basso a destra
“[…] la condanna a morte di Totò Riina contro il pm Nino Di Matteo, che indaga sulla trattativa Stato-mafia e dunque è il nemico pubblico numero uno sia dei vertici dello Stato sia di quelli della mafia. Il defunto consigliere giuridico di Napolitano, nei suoi allegri conversari con l’indagato Mancino, lo chiamava affettuosamente <<il solito Di Matteo>>. Riina, nei suoi allegri conversari col collega Lorusso, lo chiama affettuosamente <<quel cornuto>> che <<mi fa impazzire>> e auspica che i picciotti gli facciano fare <<la fine del tonno>> e che Napolitano non vada a testimoniare davanti a lui, anzi che i suoi corazzieri lo prendano a <<mazzate sulle corna>>” (editoriale di Marco Travaglio intitolato "La Guardagingilli" pubblicato su "il Fatto Quotidiano" il 1° febbraio 2014).
Intervista di Antonino Di Matteo rilasciata a Nicola Biondo e pubblicata sul blog di Beppe Grillo il 7 aprile 2014. Per ingrandire l'immagine, clicca su "YouTube" in basso a destra
“Da un anno e mezzo, cioè da quando la Procura generale della Cassazione trascinò Nino Di Matteo, il pm più odiato da Totò Riina, sotto procedimento disciplinare dinanzi al Csm, si sospettava che l’incredibile iniziativa non fosse spontanea. Ma <<spintanea>>, suggerita dal Quirinale, visto che Di Matteo, dopo l’uscita di Antonio Ingroia dalla magistratura, è anche il magistrato più detestato da Giorgio Napolitano. Ora il sospetto diventa certezza grazie a un documento ufficiale: la richiesta di proscioglimento depositata a fine dicembre dal Pg Gianfranco Ciani e dal sostituto Antonio Gialanella. I due, ricostruendo la genesi del processo, che riguarda anche il procuratore capo di Palermo Francesco Messineo, rivelano che la segnalazione dei possibili illeciti disciplinari partì proprio dal Colle: <<Al Procuratore generale presso la Cassazione perveniva, in data 11.7.2012, dal Segretario generale della Presidenza della Repubblica, una missiva datata al 9.7.2012>>. […] Ma, [nell'estate del 2012, N.d.A.] anziché ringraziare Di Matteo per aver dissipato ogni possibile sospetto su sue condotte illecite, Napolitano scatena la guerra termonucleare alla Procura di Palermo, esternando a tutto spiano e mobilitando prima l’Avvocatura dello Stato, poi il Pg della Cassazione e infine la Corte costituzionale. […] Il 16 luglio Napolitano solleva il conflitto di attribuzioni fra poteri dello Stato contro la Procura di Palermo, accusandola di aver attentato alle sue <<prerogative>>. A fine luglio Ciani apre su Messineo e Di Matteo un <<procedimento paradisciplinare>>, cioè un’istruttoria preliminare. È lo stesso Ciani che tre mesi prima, su richiesta scritta di Mancino e Napolitano (tramite il solito Marra), ha convocato il Pna Piero Grasso per parlare di come <<avocare>> da Palermo l’inchiesta sulla Trattativa o almeno di <<coordinarla>> con quelle sulle stragi a Firenze e Caltanissetta: ricevendo da Grasso un sonoro rifiuto. […] Ma qui c’è il Quirinale che preme. Il Pg Ciani ci dorme su sette mesi. Poi il 19 marzo 2013 promuove l’azione disciplinare contro Messineo e Di Matteo. Il secondo è accusato di aver <<mancato ai doveri di diligenza e riserbo>> e <<leso indebitamente il diritto di riservatezza del Presidente della Repubblica>>; il primo, di non averlo denunciato al Csm. Messineo e Di Matteo vengono interrogati il 18 giugno e il 7 luglio, ripetendo quel che avevano sempre scritto e detto. La Procura generale ci dorme sopra altri cinque mesi e mezzo. Poi finalmente, alla vigilia di Natale, deposita le richieste di proscioglimento, scoprendo l’acqua calda […]. Ergo <<è del tutto verosimile>> che Di Matteo tenne <<un atteggiamento di sostanziale cautela>> e <<non pare potersi dire consapevole autore di condotte intenzionalmente funzionali a ledere diritti dell’Istituzione Presidenza della Repubblica>>, semmai <<intenzionato a rappresentare la correttezza procedurale dell’indagine>>. Quindi <<la condotta del dr. Di Matteo non si è verosimilmente consumata nei termini illustrati nel capo d’incolpazione, tanto che nessun rimprovero disciplinare si ritiene di poter articolare nei suoi confronti>>, né in quelli di Messineo. Così scrivono Galanella e Ciani il 16 e 19 dicembre 2013 nella richiesta di proscioglimento che ora dovrà essere esaminata dal Csm [la richiesta verrà accolta il 2 aprile 2014, N.d.A.].Ma così avrebbero potuto scrivere – risparmiando a Di Matteo e Messineo un anno e mezzo di calvario - già nel giugno 2012, quando tutti sapevano già tutto. Compreso il Quirinale, che sciaguratamente innescò questo processo kafkiano al nemico pubblico numero uno del Capo dei Capi. E di tanti altri capi” (Marco Travaglio, articolo intitolato "Csm, è stato Napolitano a voler processare Di Matteo" pubblicato su "il Fatto Quotidiano" il 9 febbraio 2014).
“Guai
a mostrare le paure, i timori ad un mafioso o a qualunque altro delinquente! Io
credo che è più dignitoso cercare di andare avanti non facendosi condizionare
dall'arroganza del più efferato stragista della storia d’Italia [Totò Riina,
N.d.A.]. […] L’unica speranza di sconfiggere definitivamente la mafia non passa
dalla nostra azione, dei magistrati, delle forze dell’ordine, ma passa da una
rivoluzione culturale che deve partire proprio dai giovani. [Che cosa si può fare?, N.d.A.] Informarsi. Sapere. Conoscere. Dire no all'indifferenza. Praticare
la buona abitudine di mandare a calci in culo lontano i mafiosi, i corrotti o
quelli che ti vengono a promettere il posto di lavoro chiedendoti il voto. Questo
significa far partire la rivoluzione che porterà alla fine della mafia. Quando vai
a votare, vai a vedere se quella persona ha avuto e ha rapporti con i mafiosi.
Vai a vedere qual è il suo atteggiamento nei confronti della mafia” (intervista di Antonino Di Matteo rilasciata a Cristiano Pasca e trasmessa il 28 maggio 2014 dal programma televisivo "Le Iene").
“Chi pensava che i peggiori pericoli per i magistrati antimafia venissero dalla mafia, soprattutto dopo le condanne a morte pronunciate da Riina, si sbagliava. Le minacce più insidiose arrivano sempre dal Palazzo. […] Il fatto che Di Matteo sia il nemico pubblico numero uno tanto di Riina quanto del Quirinale non lascerà insensibile chi dovrà raccoglierne l’eredità. Magari toccherà a qualcuno dei neomagistrati che Napolitano ha arringato l’altroieri col solito fervorino alla <<pacatezza>>, al <<rispetto>>, addirittura all’<<equidistanza>> (testuale), contro il <<protagonismo>> e gli <<arroccamenti>>, per <<chiudere i due decenni di scontro permanente>> e <<tensione>> (fra guardie e ladri, fra onesti e mafiosi)” (Marco Travaglio, editoriale intitolato "Lo Stato Carogna" pubblicato su "il Fatto Quotidiano" il 7 maggio 2014).
“[…] poco o nulla è cambiato dai tempi di Falcone e
Borsellino circa l’isolamento cui sono costretti i magistrati del Pool che si
occupa delle collusioni tra alcuni governanti romani e la mafia.
Una vera e propria strategia della tensione è stata attuata
in un modo o nell’altro contro tutti gli attori che ruotano intorno a questo
processo, dai semplici sostenitori come l’ingegnere Salvatore Borsellino, al testimone
chiave Massimo Ciancimino, continuamente aggredito in ogni modo e forma, anche
lui screditato e minacciato nella stessa maniera dei magistrati che si occupano
di questo processo. Come già avvenuto in passato per altri processi scomodi ai
palazzi del potere, vedasi il processo Andreotti, oltre ad attaccare e
screditare i magistrati e l’impianto stesso del processo, si cerca anche di
screditare i testimoni più importanti per minarne l’attendibilità ed isolarli.
Una campagna di delegittimazione senza precedenti mentre ancora oggi, a tutela
di Massimo Ciancimino, non è stata presa nessuna misura di protezione. Un
silenzio ed un isolamento che mai avrebbe potuto avere inizio se fossero ancora
in vita i nostri Peppino Impastato, Giuseppe Fava, Mauro Rostagno e tanti altri
non presunti giornalisti.[…] Sappiamo che accanto a Riina sullo stesso banco degli
imputati vi sono uomini che hanno rappresentato le Istituzioni nel periodo post
stragista. Qualcuno finalmente condannato ed in carcere come Marcello Dell'Utri. Sappiamo anche che qualora il processo sulla trattativa
dovesse concludersi con sentenza di condanna, a Riina toccherebbero pene
detentive di pochi anni, del tutto irrilevanti per uno che ha collezionato una
lunga serie di ergastoli. Sappiamo che un’eventuale strage contro i magistrati
di Palermo sarebbe in realtà controproducente perché andrebbe a sortire gli
effetti opposti a quelli voluti, in quanto finirebbe inevitabilmente per essere
una conferma dell’impianto accusatorio del processo sulla trattativa. Pertanto appare più che legittimo pensare che dietro questa
lunghissima scia di minacce di morte ci sia qualcuno altro che teme fortemente
che altre indicibili verità vengano a galla e che quello che Falcone definì <<il
gioco grande del potere>> venga alla fine completamente scoperto. Così
come più volte esternato dal Procuratore Generale presso la Corte di Appello di
Palermo, dott. Scarpinato, le lotte di potere in Italia si sono svolte spesso
ed in larga misura nell’ombra, facendo ricorso alla matrice mafiosa per coprire
stragi e omicidi che invece avevano origini diverse.
[…] qualcuno ha paura che si arrivi ad altre ancor più
indicibili verità che potrebbero essere svelate nel processo in corso a
Palermo. Sono stati uccisi magistrati coi componenti delle loro scorte, Prefetti,
giornalisti, Presidenti della Regione, Sacerdoti, imprenditori, testimoni di
Giustizia, una realtà mai esistita in nessuna parte del mondo occidentale;
nessuno può rimanere indifferente a tutto questo e soprattutto non possiamo
rimanere indifferenti a tutto ciò che sta accadendo oggi a Palermo perché la
nostra indifferenza ha ucciso insieme al tritolo. Nonostante ciò che
sovvenzionatissimi giornali lascino intendere, è fondamentale per la nostra
democrazia che i giovani capiscano che quella che oggi chiamiamo Trattativa tra
lo Stato e la mafia, oltre che ad aver sporcato il passato della nostra
politica, continua a gravare sul nostro presente e ad ipotecare il futuro dei
nostri figli.[…] Infine, mi faccio portavoce di un appello lanciato dai
giovani incontrati quest’anno nelle scuole: <<I politici non facciano
finta di non capire che la lotta alla mafia ed alla corruzione politica sono
due facce della stessa medaglia>>. Questo è quello che chiedono a gran
voce i giovani. Occorre incentivare ancor di più, cari politici, la
speranza nei giovani in un Paese che sembrava già morto sotto una coltre
pesantissima di menzogne, depistaggi, <<non ricordo>>, bombe, patti
e ricatti politico- mafiosi.
"A chi interessa eliminare Di Matteo? [...] A chi può interessare se non a chi ha mantenuto per anni una scellerata congiura del silenzio su degli <<indicibili accordi>> che oggi, giorno dopo giorno, grazie proprio all'opera di Di Matteo e del pool di Palermo, continuano a venire alla luce? Nonostante il silenzio di chi, in una stanza del Quirinale trasformata in un’Aula di Giustizia, di questo silenzio ha scelto di continuare ad essere il garante" (Salvatore Borsellino, fratello di Paolo, editoriale intitolato "A chi interessa eliminare Nino Di Matteo?" pubblicato l'altroieri sul sito internet del "Movimento delle Agende Rosse").
"Matteo di qua, Matteo di là, anche perché i Matteo sono due:
Renzi e Salvini. Parlano dappertutto e ne parlano tutti. Poi c’è Di Matteo, nel
senso di Nino, il pm di Palermo condannato a morte da Totò Riina, il quale –
intercettato nell’ora d’aria con il boss pugliese Alberto Lorusso – non s’è
limitato a <<minacciarlo>>, come scrive la stampa corazziera, ma ha
ordinato una strage come a Capaci e in via D’Amelio: <<Questo Di Matteo
non se ne va, gli hanno rinforzato la scorta, e allora se fosse possibile
ucciderlo, un’esecuzione come a quel tempo a Palermo. Organizziamola questa
cosa, facciamola grossa e non parliamone più>>. Era il 16 novembre 2013.
In 12 mesi il capo dello Stato, pur così ciarliero fra esternazioni e moniti,
non ha trovato due parole di solidarietà per questo servitore dello Stato.
Nemmeno quando se l’è ritrovato davanti per testimoniare sulla trattativa
Stato-mafia, e ha ricordato quando Cosa Nostra voleva far la pelle a lui e a
Spadolini. Nemmeno ieri, quando Repubblica ha rivelato che una fonte <<molto
attendibile>> ha raccontato (con le stesse parole di un’altra fonte che
nel giugno '92 preannunciò la strage di via D’Amelio) che <<a Palermo è
già arrivato il tritolo per Di Matteo>>. Due mesi fa anche il Pg Roberto
Scarpinato, che sostiene l’accusa nel processo d’appello al gen. Mori per la
mancata cattura di Provenzano, ha subìto minacce gravissime: uomini del
cosiddetto <<Stato>> si sono introdotti nel suo ufficio e nel
corridoio antistante per lasciare una lettera di avvertimenti sulla sua
scrivania e la scritta <<Accura>> (attento) sulla porta di fronte
alla sua stanza, nella certezza di non essere ripresi dalle telecamere di
sorveglianza. Diversamente dai due marò, questi magistrati non hanno diritto
alla solidarietà del capo dello Stato, forse perché non sono accusati di
duplice omicidio. Le tv perlopiù ignorano queste notizie e i giornali, quando
ne parlano, le trattano come normale routine. Anzi, su Libero si leggono
articoli infami che irridono a quei magistrati in pericolo come se le minacce e
le condanne a morte se le inventassero loro. E sul Foglio, già noto per aver
beatificato gli Squillante e i Carnevale, è partita un’ignobile campagna perché
a Palermo arrivi un nuovo procuratore che assicuri l’isolamento dei pm della
Trattativa più ancora di quanto già non facciano molti loro colleghi. A luglio
il vecchio Csm si accingeva a nominare l’attuale procuratore di Messina Guido
Lo Forte, già braccio destro di Caselli ai tempi d’oro degli arresti di
centinaia di boss e dei processi Andreotti, Dell’Utri, Contrada, che in
commissione si era imposto con tre voti su Sergio Lari, procuratore di
Caltanissetta, e Franco Lo Voi, ex rappresentante italiano a Eurojust, che
avevano raccolto un solo voto a testa perché meno titolati (soprattutto Lo Voi,
che ha 9 anni meno degli altri due e non ha mai diretto un ufficio
giudiziario). Ma intervenne a gamba tesa il Quirinale con un’incredibile
lettera del segretario Donato Marra, che bloccò la nomina imponendo – fatto mai
accaduto – di dare la precedenza ad altre 25 sedi giudiziarie vacanti: cioè di
seguire un inedito <<ordine cronologico>>, partendo dal
fondamentale Tribunale dei minori di Caltanissetta. Ora il Foglio – non
smentito da nessuno – rivela che il vicepresidente del nuovo Csm, l’ex
sottosegretario di Renzi Giovanni Legnini, <<deve interpretare un
indirizzo che arriva da Palazzo Chigi>> e dal Colle: <<imporre
discontinuità con l’attuale gestione di matrice ingroiana>> con <<l’affermazione di uno degli ultimi
due candidati (Lari, grande critico dell’impostazione data alla trattativa
Stato-mafia, è favorito ma la partita è aperta)>>. Lo chiedono <<i
figli del Nazareno>>. Quindi: il governo vuole scegliersi il procuratore
di Palermo in barba alla Costituzione e alla divisione dei poteri; pretende che
sia il più lontano possibile dai pm che rischiano la pelle col processo sulla
Trattativa; e il Csm, che dovrebbe tutelarli, deve isolarli vieppiù. Come
accadde a Falcone prima dell’Addaura e di Capaci e a Borsellino prima di via
D’Amelio. La trattativa è viva e lotta insieme a loro. Se il Csm non avrà uno
scatto d’orgoglio per respingere queste ributtanti pressioni, ci sarà solo da
vomitare" (Marco Travaglio, editoriale intitolato "I due Matteo e Di Matteo" pubblicato su "il Fatto Quotidiano" di ieri).
Dopo un lungo "alternarsi di minacce di stile mafioso e di fonte istituzionale" (per usare le parole del pubblico ministero della Direzione Distrettuale Antimafia di Palermo, rilasciate a Marco Travaglio nell'intervista citata all'inizio pubblicata il 18 dicembre 2013 su "il Fatto Quotidiano"), Antonino Di Matteo è nuovamente nel mirino.
Di chi?
Di quello che Saverio Lodato definisce "Stato-Mafia e Mafia-Stato":
"[...] la favoletta della Mafia contrapposta allo
Stato (e viceversa), che per un secolo e mezzo è stata propinata agli italiani
come una dolciastra melassa, andrebbe sostituita da ben altra narrazione: sono
sempre esistiti, in Italia, lo Stato-Mafia e la Mafia-Stato. E mai, come in
questo momento, le due entità sono diventate simbiotiche.
Dallo stragismo nero a quello rosso, dall'eliminazione di grandi personalità <<incompatibili>> con la <<lega dei birbanti>> allo stragismo mafioso, qualunque
bandolo si prende della storia nazionale italiana in questi ultimi settant'anni
il quadro finale resta lo stesso: migliaia di vittime e di verità negate,
istituzioni colluse e compromesse, enormi ferite inferte al tessuto
democratico.
Limitiamoci all'attualità.
Farò solo qualche esempio per rendere l’idea: le <<esternazioni>> di Totò
Riina. Il quale ha minacciato di morte Nino Di Matteo. E si è scagliato contro
il processo sulla trattativa. E si è detto contrario alla deposizione, in quel
processo, del capo dello Stato, Giorgio Napolitano. Ora, improvvisamente, tace.
O lo hanno fatto tacere.
Il CSM, dal canto suo, prima ha messo sotto azione disciplinare Di Matteo poi -
bontà sua - ha archiviato il caso. Napolitano - ormai è arcinoto - ha preteso e ottenuto che fossero mandate al
macero le sue telefonate con l’indagato Mancino Nicola.
Le truppe cammellate dell’Informazione, dei maitre a’ penser, della politica,
delle istituzioni, si sono esercitate nel tiro al bersaglio contro i poveri
Cirenei della Procura della Repubblica di Palermo, che sembrano ricordarci
l’Alfieri: <<volli, e volli sempre, e fortissimamente volli>>… indagare, si
capisce.
Insomma, tutti, in quest’Italia, fanno il lavoro per il quale sono
portati.
Non si indaga - invece - sulla trattativa, ammoniscono i Napolitano, gli
Scalfari, i Ferrara, i Macaluso, i Violante, gli Arlacchi, gli Sgarbi, i
Cicchitto, i Gasparri, i Fiandaca, i Lupo, e chi più ne ha più ne metta. E perché il cerchio si chiudesse, con la testimonianza esclusiva e preziosa del
morto, ecco Padovani farsi garante che se Falcone fosse ancora vivo la
penserebbe, su questo processo per la trattativa, allo stesso modo: una <<boiata
pazzesca>>.
Ora che vivi e morti hanno detto la loro (anche se a quest’ultimi gliel'hanno
fatta dire) sorge spontanea una domanda: non è un po’ riduttivo tracciare una
linea di demarcazione, asserendo tassativamente: qui finisce lo Stato e qui
comincia la Mafia?
Come si fa a separare interessi della politica da interessi di mafia?
Interessi
delle istituzioni da interessi dei mafiosi?
Non siamo in presenza di un grumo
inestricabile?
[…]
Giunti a questo punto ci chiediamo: non diventerebbe
tutto più semplice adoperando la chiave interpretativa alla quale facevamo
riferimento prima: le eterne convergenze parallele fra lo Stato-Mafia e la
Mafia-Stato?
E infatti.
Perché tutti i soggetti che elencavamo prima si sono arrogati il diritto di
considerare un regolare processo regolarmente istruito nel regolare rispetto
delle parti - il processo sulla trattativa Stato-Mafia - come novelle Colonne
d’Ercole sulle quali incidere il loro indispettito: <<Non plus ultra>>?
A che
titolo lo hanno fatto?
E tanti di quei soggetti non furono forse gli stessi che, una quindicina d’anni
fa, scrissero il medesimo indignato <<Non ci sto>> sul processo a Giulio
Andreotti? La politica non doveva forse astenersi di fronte a un processo che
vedeva alla sbarra per mafia un sette volte presidente del consiglio?
Giulio Andreotti fu un personaggio politico ambiguo della Repubblica italiana
(Parola di Cassazione) che incontrava abitualmente, a Palermo, il gotha di Cosa
Nostra (Parola di Cassazione). E’ stato il principale artefice
dell’immiserimento della politica a cinico e disinvolto strumento del
potere.
Eugenio Scalfari, Emanuele Macaluso e Giorgio Napolitano, quando troveranno il
coraggio di dire ad alta voce questa elementare verità?
Che aspettano a
chiudere quella pagina vergognosa che pesa come un macigno sulla storia di
oggi?
La smettano con le chiacchiere garantiste. Giuliano Ferrara, per sua
stessa (e orgogliosa) ammissione, agente della Cia in Italia in quegli anni,
può simpaticamente continuare a difendere Andreotti.
Il libro di Nino Di Matteo e Loris Mazzetti (2011)
Tre anni fa Loris Mazzetti ha scelto un titolo significativo per il libro scritto insieme a Nino Di Matteo: "Assedio alla toga. Un magistrato tra mafia, politica e Stato".
Ecco, voglio concludere questo post esattamente come si conclude quel libro, con le parole tratte dalla lettera dedicata a Paolo Borsellino scritta dallo stesso Di Matteo e letta il 19 luglio 2011 in via D'Amelio:
"In questi lunghi diciannove anni, giudice Borsellino, molte cose, tante situazioni che ti facevano indignare, sono rimaste uguali. Forse sono peggiorate. I rapporti tra la mafia e la politica sono continuati, e la loro repressione, la risoluzione di questa piaga mortale continuano a essere affidati esclusivamente all'azione della magistratura. Alla possibilità di configurazione di reati, come se nei reati si esaurisse il disvalore dell'abbraccio mortale tra la mafia e il potere. La politica non ha fatto nulla per emendarsi e liberarsi per sempre dalla contaminazione criminale. La corruzione dilagante nel nostro Paese sta diventando sistema, viene ormai disinvoltamente accettata come inevitabile corredo all'esercizio del potere. Nessuno, al di là si vaghe parole, sta facendo nulla per porre finalmente un argine a un fenomeno che grava sempre più sugli onesti e sui più deboli. I valori costituzionali e primi fra essi quelli della separazione dei poteri e dell'eguaglianza di tutti davanti alla legge, sono messi in pericolo da leggi e da riforme che di epocale hanno solo l'evidente scopo di trasformare la magistratura in un ordine servente rispetto alla politica, al governo di turno, a un potere che vogliono esercitare senza limiti e contrappesi. Dobbiamo resistere. E, con le armi del diritto, del coraggio e dell'onestà intellettuale, dobbiamo fare di tutto per fare comprendere a ogni cittadino il pericolo che si sta profilando. Dobbiamo farlo. Tu, giudice Borsellino, lo avresti fatto. Ti saresti battuto come un leone per questa causa. Ti saresti esposto come hai sempre fatto quando fiutavi che qualcuno o qualcosa mettesse in pericolo quei valori di vera giustizia che hai incarnato fino all'ultimo tuo respiro. Un ultima cosa voglio dirti, caro Paolo: non ne posso più della stucchevole questione se la tua morte sia servita a qualcosa o sia stata inutile. Guarda tutta questa gente, i giovani, gli anziani, gli uomini, le donne di tutta Italia. Quelli che ancora oggi si emozionano ricordandoti. Quelli che si ispirano nell'impegno quotidiano al tuo impegno. Quelli che hanno trovato il coraggio di sollevarsi dalla rassegnazione guardando il tuo coraggio. Guarda da lassù i tanti italiani: sono di più di quelli che appaiono, che nel silenzio delle coscienze continuano a lottare come tu hai loro insegnato. Ti accorgerai che in ciascuno di loro, in ciascuno di noi, vive ancora la tua anima".
Da sinistra a destra: Beppe Alfano, don Pino Puglisi mano nella mano con il piccolo Giuseppe Di Matteo, Peppino Impastato, Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Graziella Campagna, Libero Grassi, Carlo Alberto dalla Chiesa, Adolfo Parmaliana
(disegno realizzato da Lelio Bonaccorso in occasione della manifestazione
"Profumo di Libertà", tenutasi a Messina il 23 maggio 2010).
Nonostante tutti loro siano stati vittime della mafia siciliana tra il 1978 e il 2008,
essi vivono nei cuori, nelle menti e nelle coscienze dei cittadini onesti.
Alla direzione dell'Agenzia nazionale per l'amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata si sono finora succeduti quattro prefetti: Alberto Di Pace (da febbraio ad aprile 2010), Mario Morcone (da aprile 2010 a giugno 2011), Giuseppe Caruso (da giugno 2011 a giugno 2014) e Umberto Postiglione (da giugno 2014).
Eppure nessuno di loro ha redatto nei tempi stabiliti il resoconto sull'attività svolta dall'Agenzia.
Infatti, nonostante sia l'art. 3, c. 1 del decreto-legge n. 4/2010 (poi convertito dalla legge n. 50/2010), sia l'art. 112, c. 1 del decreto legislativo n. 159/2011 (Codice antimafia) impongano al Direttore di presentare la relazione ogni 6 mesi, essa ha sempre avuto cadenza annuale.
L'ultima disponibile è stata resa nota all'inizio del 2013 e si riferisce all'anno 2012 (quella per il 2013 avrebbe dovuto essere pubblicata tra il gennaio e il marzo scorsi, ma ad oggi resta un mistero).
Leggendola si scopre che al 31 dicembre 2012 i beni confiscati alle mafie in via definitiva sono 12.946: 11.238 immobili e 1.708 aziende.
Degli 11.238 immobili:
- il 52,14% (5.859 immobili) è stato destinato e consegnato a comuni (5.010), forze dell'ordine, vigili del fuoco e capitanerie di porto (646), ministeri (104), province e regioni (89), altri enti (10);
- il 35,55% (3.995 immobili) è in gestione: per 1.668 immobili lo stato di manutenzione è ignoto, per 873 è valutato "soddisfacente", per 686 "mediocre", per 664 "buono" e per 104 "inagibile".
Inoltre:
2.819 sono gravati da una o più criticità (come ipoteche e procedure giudiziarie in corso);
1.556 hanno gravami ipotecari certi. Su 1.065 pesa un'ipoteca volontaria, su 343 un'ipoteca giudiziale, su 76 un pignoramento, su 59 un'ipoteca legale, su 13 altro;
- l'8,07% (907 immobili) è stato destinato, ma non consegnato:377 immobili sono gravati da ipoteca;
- il 4,24% (477 immobili) è uscito dalla gestione. I motivi principali sono la revoca della confisca e le esecuzioni immobiliari.
Delle 1.708 aziende:
- il 70,90% (1.211 aziende) è in gestione (ma tante aziende non hanno dipendenti e stanno per uscire dalla gestione): per 393 imprese non è ancora stata trovata una destinazione, mentre le destinazioni disposte alle rimanenti 818 sono le seguenti:
342 liquidazione;
237 gestione sospesa;
189 chiesta la cancellazione dal registro delle imprese e/o dall'Anagrafe Tributaria;
44 vendita;
6 affitto;
- il 29,10% (497 aziende) è uscito dalla gestione perchè la confisca è stata revocata (14) e le aziende sono state:
cancellate dal registro delle imprese e dal repertorio delle notizie economiche e amministrative (285);
liquidate (153);
vendute (45).
Ma quanto tempo impiega lo Stato italiano per destinare i beni confiscati ai mafiosi?
Per saperlo, è necessario leggere la relazione annuale 2009 del Commissario straordinario del Governo per la gestione e la destinazione dei beni confiscati ad organizzazioni criminali (Antonio Maruccia), pubblicata nel novembre 2009 (il commissario ha cessato le proprie attività con l'istituzione dell'Agenzia nazionale nel 2010).
Alla data del 30 giugno 2009:
- i tempi impiegati dallo Stato per destinare gli immobili confiscati alle mafie (totale immobili destinati: 5.407) sono i seguenti:
entro 4 mesi dalla confisca definitiva (limite previsto dalla normativa vigente): lo 0,06% degli immobili (3);
dopo 4-12 mesi: il 2,44% degli immobili (132);
dopo 1-2 anni: il 15,44% degli immobili (835);
dopo 2-5 anni: il 37,43% degli immobili (2.024);
dopo 5-10 anni: il 32% degli immobili (1.730);
dopo oltre 10 anni: il 12,63% degli immobili (683).
Tempi medi per la destinazione: 5 anni e mezzo (5,55);
- i tempi da cui è attesa la destinazione degli immobili confiscati alle mafie (totale immobili ancora da destinare: 3.213) sono i seguenti:
0-4 mesi: lo 0,62% degli immobili (20);
4-12 mesi: il 3,52% degli immobili (113);
1-2 anni: il 18,30% degli immobili (588);
2-5 anni: il 24,31% degli immobili (781);
5-10 anni: il 40,68% degli immobili (1.307);
oltre 10 anni: il 12,57% degli immobili (404).
Tempi medi di attesa: poco più di 6 anni (6,22).
- i tempi impiegati dallo Stato per destinare le aziende dopo la confisca definitiva (totale aziende confiscate in via definitiva alle mafie e poi destinate: 642) sono i seguenti:
entro 4 mesi: l'1,75% delle aziende (17);
dopo 4-12 mesi: il 5,57% delle aziende (54);
dopo 1-2 anni: il 15,69% delle aziende (152);
dopo 2-5 anni: il 20,64% delle aziende (200);
dopo 5-10 anni: il 15,38% delle aziende (149);
dopo oltre 10 anni: il 7,22% delle aziende (70).
Tempi medi per giungere alla destinazione delle aziende destinate dopo la confisca definitiva: 4 anni e mezzo (4,58).
- i tempi da cui è attesa la destinazione delle aziende confiscate alle mafie (totale aziende ancora da destinare: 216) sono i seguenti:
0-4 mesi: lo 0,93% delle aziende (2);
da 4-12 mesi: il 10,19% delle aziende (22);
da 1-2 anni: il 31,48% delle aziende (68);
da 2-5 anni: il 33,33% delle aziende (72);
da 5-10 anni: il 13,89% delle aziende (30);
da oltre 10 anni: il 10,19% delle aziende (22).
Tempi medi di attesa: quasi 4 anni (3,78).
Chissà perchè da 5 anni a questa parte i dati statistici sui tempi non sono più rendicontati e resi noti dall'Agenzia nazionale...
Come abbiamo visto, secondo il rapporto dell'Agenzia per l'anno 2012, la stragrande maggioranza degli immobili confiscati, destinati e consegnati passa dalla proprietà statale a quella comunale (l'85,51%).
Ma i comuni come utilizzano questi beni?
Dobbiamo nuovamente ricorrere alle informazioni contenute nella relazione del 2009 presentata dal Commissario straordinario.
Sono stati interpellati tutti i 480 comuni assegnatari dei 3.796 immobili complessivamente consegnati dallo Stato centrale. Il 75,42% dei comuni (ovvero 362) ha risposto, per un corrispettivo di 3.141 immobili. Tutte le amministrazioni comunali interpellate dell'Italia settentrionale e centrale, della Basilicata e della Sardegna hanno fornito una risposta, mentre per il Sud Italia continentale (Campania, Calabria, Puglia e la stessa Basilicata) lo ha fatto il 72,86% dei comuni interpellati (145 su 199). Inquietante il dato siciliano: solo il 42,86% dei comuni interpellati ha voluto rispondere (48 su 112).
Dei 3.141 immobili consegnati ai comuni e di cui sono pervenute informazioni tra l'aprile e il novembre del 2009, soltanto il 47,41% viene utilizzato (1.489 immobili).I comuni del Nord utilizzano il 62,80% di tutti gli immobili a loro consegnati (319 su 508), quelli del Centro il 53,17% (109 immobili su 205), quelli del Sud continentale - ovvero Campania, Calabria, Puglia e Basilicata - il 35,29% (512 immobili su 1.451), infine quelli siciliani il 55,95% (522 immobili su 933). La regione più virtuosa è la Basilicata, dove sono stati utilizzati tutti gli immobili (7 su 7), mentre quella più inefficiente sono le Marche, dove non viene utilizzato neppure l'unico immobile consegnato.
Perchè 1.652 immobili confiscati ai mafiosi sono stati consegnati ai comuni e questi ultimi non li hanno utilizzati (secondo le informazioni pervenute tra l'aprile e il novembre del 2009)?
Il 29,24% degli immobili (483) non viene utilizzato perchè le procedure per l'utilizzo sono state avviate, ma non concluse;
il 18,40% degli immobili (304) perchè mancano le risorse finanziarie;
il 14,83% degli immobili (245) perchè sono in attesa dei finanziamenti;
il 5,99% degli immobili (99) perchè si tratta di beni inagibili;
il 2,78% degli immobili (46) perchè si tratta di beni in quota indivisa;
l'1,94% degli immobili (32) perchè si tratta di beni occupati dal prevenuto e/o dai suoi familiari;
l'1,88% degli immobili (31) perchè si tratta di beni occupati da terzi senza titolo;
l'1,69% degli immobili (28) perchè si tratta di beni occupati da terzi con titolo;
lo 0,73% degli immobili (12) perchè si tratta di beni gravati da procedura giudiziaria in corso;
lo 0,30% degli immobili (5) perchè si tratta di beni gravati da ipoteca;
il 22,22% degli immobili (367) perchè sussistono altri motivi.
In un'intervista del 27 dicembre 2012 rilasciata al giornalista Attilio Bolzoni per "la Repubblica", don Luigi Ciotti - fondatore e presidente di "Libera. Associazioni, nomi e numeri contro
le mafie" - ha affermato: "Dentro lo Stato ci sono stati anche uomini che
si sono spesi e a volte anche strutture che hanno funzionato. Sono mancati gli
strumenti giusti, è mancata in generale un'aggressione mirata alla questione
dei beni confiscati. E poi ci sono state reti di complicità, ci sono stati
ritardi, ci sono stati silenzi. E qualcuno che doveva metterci la testa su
queste cose, la testa non ce l'ha messa. Per questo oggi è giusto dire che è
una situazione che grida vendetta". D'altra parte, come giustamente ha ricordato Saverio Lodato,l'immagine dello Stato italiano contrapposto alle mafie è una "favoletta [...] che per un secolo e mezzo è stata propinata agli italiani come una dolciastra melassa". In realtà "sono sempre esistiti, in Italia, lo Stato-Mafia e la Mafia-Stato. E mai, come in questo momento, le due entità sono diventate simbiotiche" (editoriale intitolato "40 anni di Stato-Mafia e Mafia-Stato", pubblicato sul numero 71 - il primo del 2014 - della rivista "ANTIMAFIA Duemila", uscito nel luglio scorso).
domenica 2 novembre 2014
UNA SORGENTE RARA E PREZIOSA
Giuseppe Fava
"[…] lo
spirito politico di questo giornale è la verità. Onestamente la verità. Sempre
la verità. Cioè la capacità di informare la pubblica opinione su tutto quello
che accade, i problemi, i misfatti, le speranze, i crimini, le violenze, i
progetti, le corruzioni. I fatti e i personaggi. E non soltanto quelli che
hanno vita ufficiale e arrivano al giornale con le proprie gambe, i comunicati,
i discorsi, gli ordini del giorno, poiché spesso sono truccati e camuffati per
ingannare il cittadino, ma tutti gli infiniti fatti e personaggi che animano la
vita della società siciliana, e quasi sempre restano nel buio, intanati,
nascosti, interrati. Io sostengo che la vera notizia non è quella che
il giornalista apprende, ma quella che egli pazientemente riesce a
scoprire. Io ho un concetto etico del giornalismo. Ritengo infatti che in una
società democratica e libera quale dovrebbe essere quella italiana, il
giornalismo rappresenti la forza essenziale della società. Un giornalismo fatto
di verità impedisce molte corruzioni, frena la violenza la criminalità,
accelera le opere pubbliche indispensabili. pretende il funzionamento dei
servizi sociali. tiene continuamente allerta le forze dell’ordine, sollecita la
costante attenzione della giustizia, impone ai politici il buon governo. Se un
giornale non è capace di questo, si fa carico anche di vite umane. Persone
uccise in sparatorie che si sarebbero potute evitare se la pubblica verità
avesse ricacciato indietro i criminali: ragazzi stroncati da overdose di droga
che non sarebbe mai arrivata nelle loro mani se la pubblica verità avesse
denunciato l’infame mercato, ammalati che non sarebbero periti se la pubblica
verità avesse reso più tempestivo il loro ricovero. Un giornalista incapace –
per vigliaccheria o calcolo – della verità si porta sulla coscienza tutti i
dolori umani che avrebbe potuto evitare, e le sofferenze. le sopraffazioni. le
corruzioni, le violenze che non è stato capace di combattere. Il suo stesso
fallimento! […] Dove c’è verità, si può realizzare giustizia e difendere la
libertà!".
"[il ruolo del giornalismo d’inchiesta nella lotta alla mafia, N.d.A.] è fondamentale. A mio parere per avere credibilità la distinzione fra giornalista e attivista deve rimanere netta anche nell'antimafia. Ma è anche vero che in un momento storico confuso e delicato come il nostro il giornalista d’inchiesta dovrebbe essere capace di far scattare una miccia fra i lettori, una scintilla: gli articoli sono uno strumento tramite cui i cittadini possono avere uno sguardo approfondito sulla realtà. E’ il giornalista che ha la possibilità di studiarsi le carte, di porre domande, di osservare da vicino. La responsabilità è immensa. Poi sta al cittadino decidere se, grazie agli elementi forniti dal cronista attraverso le sue denunce, avviare il cambiamento e ribaltare il sistema. [...] Uno dei grandi meriti di Fava è quello di aver creato uno spirito giornalistico: un po’ come un batterio benefico, intacca la carne malata e crea oasi di guarigione. La mafia voleva tappargli la bocca: per questo è stato ucciso. Ma così facendo i mandanti hanno compiuto l’errore più grande: ammazzando il direttore dei Siciliani non solo non hanno posto fine alla forza dirompente dei suoi scritti, ma hanno anche reso possibile il moltiplicarsi di esperienze simili alle sue, in Sicilia e nel resto d’Italia. Non so se Cosa Nostra questo errore l’abbia compiuto per ingenuità o distrazione, sta di fatto che ha perso. Il giornalismo di Fava è stato assunto a modello da molti giovani: cercare le notizie nei luoghi in cui si svolgono i fatti, osservare da vicino, cogliere i dettagli e le sfumature, curare nel testo la propria espressione linguistica. E dal giorno successivo a quel tragico 5 gennaio 1984 la forza dirompente delle parole di Fava si è amplificata, moltiplicata, permettendo la creazione della rete dei Siciliani Giovani che oggi coinvolge giovanissimi cronisti e associazioni antimafia che in Fava riconoscono un maestro.[…] l’antimafia è bellezza, impegno sociale, amore per la propria terra e, soprattutto, è indipendenza dai poteri forti, è ribellione ai sistemi corrotti e compromessi della politica nazionale e locale".
"[…] dovremmo
assicurare vicinanza, sostegno, a chi […] ha fatto della parola uno strumento
di libertà e di cambiamento: penso ai tanti giornalisti minacciati, spesso
precari, troppo spesso lasciati completamente soli".
"Fare
cronaca locale è difficile, il prezzo è insostenibile. Riesco a piazzare
pochissimi articoli in giro e ho bisogno non tanto di uno stipendio fisso, ma
almeno di poter andare in pareggio con le spese sostenute per cercare le
notizie e scrivere. Non ho mai potuto vivere di giornalismo e quindi ora devo
integrare. Un problema diffuso e generalizzato di un’intera classe di
giornalisti precari. […] Ho mandato curriculum per qualsiasi lavoro, anche per
fare la donna delle pulizie, perché credo che il lavoro è sempre dignità,
purché venga pagato. Ma mi fa rabbia sapere di essere una risorsa, una che il
lavoro lo sa fare, e che su di me investa un fast food, non il
giornale X. Sembra una grande buffonata. […] Uscire, andare in giro a cercare
le notizie richiede tempo e indipendenza economica. Si parla tanto di libera
informazione. Ad essere liberi sono gli editorialisti dei grandi giornali, non
chi prende dai 5 ai 30 euro a pezzo, perché chi lavora così si trova a dover
fare delle scelte, a chiedersi se oggi si può permettere di prendere la
macchina per raggiungere il tribunale e assistere a un’udienza, per andare a
cercare una storia, delle fonti. […] Non tengo ai premi, so come
funziona e quello che c’è dietro. Non voglio farmi bella dietro a questi
riconoscimenti, non è per quello che so di essere una risorsa. Però così
non riesco a vivere. […] Non abbandono il mio sogno, che poi ora
non è più nemmeno tanto un sogno perché questo lavoro lo faccio tutti i giorni
ormai. Ma è paradossale che l’unico disposto a investire su di me sia un
fast food".
per quanto possa servire, sappi che io sono con te.
Forza, continua a coltivare la tua passione per il giornalismo, vai sempre avanti e non fermarti mai di fronte a niente e a nessuno!!!
Sei una sorgente rara e preziosa da cui gli assetati di verità, di legalità e di giustizia attingono acqua fresca per soddisfare la propria sete d'informazione e di consapevolezza, così spesso lasciata insoddisfatta.