mercoledì 24 dicembre 2014

UNA SOCIETA' DISPERATA (e LADRA)

Corrado Alvaro (1895-1956)
Anno 1959, 55 anni fa.
La casa editrice Bompiani pubblica gli inediti appunti di lavoro lasciati da Corrado Alvaro, deceduto poco più di tre anni prima.
Si tratta di impressioni, ricordi, giudizi, spunti, osservazioni e riflessioni riportate dallo scrittore e giornalista calabrese in alcuni quaderni. 
Annotazioni saltuarie, scritte (quasi sempre) a matita, come materiale preparatorio per lavori futuri. 
Un vero e proprio zibaldone, chiamato "Ultimo diario (1948-1956)" dall'editore Bompiani per l’impossibilità di sapere quale fra i titoli progettati avrebbe scelto l'autore (che dunque aveva intenzione di pubblicare l'opera).
Esso costituisce la prosecuzione del diario di Alvaro riguardante gli anni dal 1927 al 1947 (pubblicato nel 1950 con il titolo "Quasi una vita"), una specie di "seconda parte" che va dal 1948 a pochi giorni prima della morte dello scrittore (giugno 1956).
Una delle riflessioni scritte nel 1948 è davvero interessante, soprattutto per la sua straordinaria attualità:
"La disperazione più grave che possa impadronirsi d'una società è il dubbio che vivere rettamente sia inutile".

Anno 2014, 7 mesi fa.
"L’evasione fiscale continua ad essere per il nostro Paese un problema di straordinaria gravità, tra le prime cause, se non la principale, delle difficoltà del sistema produttivo, dell’elevato costo del lavoro, dello squilibrio dei conti pubblici, del malessere sociale esistente. Il confronto internazionale […], riferito al più ampio fenomeno dell’economia sommersa, vede l’Italia ai vertici quanto a dimensioni del fenomeno: il 21,1 per cento del Pil nel 2013, nonostante la lieve flessione registrata nel corso degli anni più recenti; un livello che colloca il nostro paese ai vertici della graduatoria UE-17, in compagnia di Estonia, Grecia, Cipro, Malta e Slovenia. Per quanto invece concerne la componente evasione fiscale, vanno innanzitutto richiamate le recenti stime effettuate dall'Agenzia delle Entrate, con specifico riferimento all'Iva e all'Irap. […] Per l’insieme dei due tributi […] il vuoto di gettito creato dall'evasione sarebbe ammontato nel solo 2011 ad oltre 50 miliardi. Una cifra di tutto rispetto, anche se limitata ad un segmento del nostro sistema tributario: due sole imposte che, con meno di 150 miliardi, spiegano appena un quinto delle entrate tributarie complessive della pubblica amministrazione; restando invece escluse altre forme di prelievo ugualmente rilevanti e “a rischio”, come l’Irpef. […] La variabile evasione, insomma, incide profondamente sul livello della pressione fiscale, ne falsa la corretta percezione, distorce la sua distribuzione e rende il confronto con l’Europa più penalizzante. […] Sotto tali profili, un’imposta come l’Irpef, è per sua natura particolarmente esposta all'evasione: sia per l’ampiezza della base imponibile a rischio, sia per la progressività che caratterizza le sue aliquote, sia, infine, per il legame che si viene ad instaurare fra evasione fiscale ed evasione da spesa sociale: l’evasore fiscale, infatti, riesce spesso a collocarsi in posizione reddituale utile per conseguire, in aggiunta ai frutti diretti dell’evasione, anche i benefici dello stato sociale. Questa particolare esposizione all'evasione finisce per intaccare, fino a metterlo in discussione, il fondamentale ruolo che l’Irpef ha assunto sin dalla sua introduzione per l’attuazione dei principi dell’equità verticale ed orizzontale. Una conclusione, questa, che risulta ancora più rilevante ove si consideri che la nostra principale imposta rappresenta oggi, insieme agli assegni familiari, il principale strumento per attenuare il carico fiscale delle famiglie a basso reddito e con un numero elevato di componenti".
Morale (si fa per dire): "l’evasione fiscale resta un fenomeno molto grave per il sistema tributario e per l’economia del nostro paese".


Anno 2014, 34 giorni fa.
"L'affievolimento del sistema sanzionatorio da una parte e il mancato potenziamento operativo dell'apparato di controllo dall'altra hanno vanificato la razionalità teorica di un sistema fiscale basato sull'adempimento spontaneo, quale è quello che riguarda i circa cinque milioni di contribuenti che operano nel settore delle attività indipendenti e che sono, pertanto, in grado di autodeterminare almeno in parte il loro grado di lealtà fiscale.
[…]
Tali andamenti contradditori denotano l'esistenza di storiche divisioni politiche e sociali su un tema, quello del contrasto all'evasione che, per sua natura e rilevanza, dovrebbe costituire elemento di piena condivisione e concordanza di obiettivi.
[…]
Conclusivamente può dirsi che il sistema penale-tributario, in assenza di un'organica riforma dell'intero sistema repressivo penale, presenta oggi limitate possibilità di contrastare i più spregiudicati e insidiosi comportamenti fiscali.
[…]
l'attività di controllo, così come attualmente svolta, esercita una azione deterrente alquanto modesta e comunque di breve durata sul comportamento successivo dei contribuenti sottoposti ad accertamento fiscale. […] Le cause di tale insufficiente effetto deterrente sono da ricercarsi […]:

a) nel basso numero di controlli che l'Amministrazione è in grado di effettuare annualmente rispetto al numero di contribuenti <<a rischio>> esistenti (in media un controllo ogni trent'anni e più di svolgimento dell'attività, almeno per la maggior parte degli operatori);

b) nell'esiguità delle sanzioni amministrative alle quali il contribuente infedele è stato esposto, almeno finora, nell'ipotesi di definizione bonaria dell'accertamento (pagamento di una somma pari al 16,66% dell'imposta evasa in caso di infedele dichiarazione definita sulla base del verbale o dell'invito al contradditorio);

c) nella scarsa efficacia delle sanzioni penali, in gran parte dei casi destinate a restare inapplicate per prescrizione del reato o per altre cause;

d) nell'avvenuta attenuazione delle procedure di riscossione coattiva a causa di ripetuti interventi legislativi;

e) nella ricorrenza di condoni e sanatorie, la cui prospettiva rende autolesionistica la condotta di chi adempie correttamente e tempestivamente all'obbligazione tributaria.

Si tratta di uno scenario invero desolante, nel quale la correttezza fiscale sembra affidata più alla lealtà del singolo contribuente che ad un organico sistema di regole, alla violazione delle quali si riconnettano adeguate e certe conseguenze sfavorevoli".

Eh sì, la società italiana è proprio disperata (e ladra).


"Dalle mie parti", cantata dalla rapper calabrese 
Loop Loona (nome d'arte di Luana Crisarà).
Il video della canzone - tratta 
dall'album "Senza fine" uscito il 2 luglio 2014 - 
è stato pubblicato il 17 novembre seguente.
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Il video del brano "Dalle mie parti" - cantato da Loop Loona - si apre proprio con il pensiero di Corrado Alvaro sopra citato, così commentato dalla giovane rapper (nata nel 1985 a Taurianova, in provincia di Reggio Calabria): 
"Il problema è che in Italia non c’è più il dubbio [che vivere rettamente sia inutile, N.d.A.], troppe persone sono ormai convinte che vivere in modo onesto sia inutile. Anche io, a dire tutta la verità, qualche volta mi son trovata a pensare che l’educazione che mi hanno dato i miei genitori al rispetto di alcuni valori e regole fosse sbagliata, perché c’è sempre il furbo di turno che riesce a ottenere molto di più tramite conoscenze e sotterfugi. Ma alla fine mi ritrovo sempre a fare la scelta giusta, e non perché ho paura, ma perché credo seriamente che se riesco a raggiungere un obiettivo con le mie forze nessuno mi potrà togliere quello che è mio, e soprattutto non sarò ricattabile. Questo è un punto fondamentale per me: quanti di quelli che adesso ricoprono posti rilevanti non sono ricattabili?".

Parole sante.

domenica 21 dicembre 2014

CORSI E RICORSI (STORICI e INFELICI)

Carlo Alberto dalla Chiesa 


"Un uomo fa ciò che è suo dovere fare
- quali che siano
le conseguenze personali,
quali che siano gli ostacoli,
i pericoli e le pressioni -
e questo è la base
di tutta la moralità umana"

John F. Kennedy,
"Ritratti del Coraggio"
(traduzione di "Profiles in Courage"), 1956





Erano le 18.00 di mercoledì 16 dicembre 1987, quando nell'aula bunker di Palermo entrò la Corte d’Assise presieduta da Alfonso Giordano, con Pietro Grasso giudice a latere.
Dopo 349 udienze, 1.820 ore di processo, 1.314 interrogatori, 666.000 fotocopie di atti processuali e 35 giorni di camera di consiglio (846 ore e 45 minuti per essere precisi), finalmente era giunto il momento tanto atteso (e da molti temuto): il popolo italiano stava per conoscere il verdetto di 1° grado del maxiprocesso contro Cosa Nostra.
La memoria allora tornò a due anni prima, alle 17.30 di venerdì 8 novembre 1985.
Quel giorno, a quell'ora, era stata depositata nella cancelleria del Tribunale palermitano un'importantissima ordinanza-sentenza emessa dal capo dell'Ufficio Istruzioni Processi Penali, il Consigliere Istruttore Antonino Caponnetto
Composta da 40 volumi, 8.636 pagine (firmate - una per una - dallo stesso Caponnetto in 4 ore e mezza di tempo, circa 2 secondi a pagina), 19 volumi di documentazione bancaria allegati e 3 elenchi di ordini e mandati di cattura, essa costituiva il frutto della dedizione, dell'abnegazione e delle capacità dei giudici Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Leonardo Guarnotta e Giuseppe Di Lello Finuoli. 
Grazie al loro impegno erano state rinviate a giudizio 475 persone, delle quali molte per narcotraffico e 17 per aver ordinato ed eseguito l'omicidio del prefetto Carlo Alberto dalla Chiesa.  
Ma una delle novità più importanti era stata che quasi l'80% degli imputati (ben 377) avrebbe dovuto rispondere del nuovo reato di "associazione mafiosa" (p. e p. dall'art. 416-bis c.p.), introdotto dalla legge Rognoni-La Torre solamente tre anni prima (il testo - definitivamente approvato dal Parlamento l'11 settembre del 1982, appena otto giorni dopo la strage di via Carini - sarebbe stato promulgato dal Presidente Sandro Pertini il 13 settembre successivo).
Ora stava per arrivare il giudizio di una Corte d'Assise.
Era la prova del nove.
Ecco il verdetto: 

19 ergastoli (Giuseppe Lucchese, Salvatore Montalto, Francesco Spadaro, Antonio Sinagra, Giuseppe Greco, Michele Greco, Francesco Madonia, Antonino Marchese, Filippo Marchese, Giuseppe Marchese, Bernardo Provenzano, Giovanbattista Pullarà, Rosario Riccobono, Totò Riina, Salvatore Rotolo, Nitto Santapaola, Pietro Senapa, Vincenzo Sinagra, Pietro Vernengo);

23 anni di reclusione a Pippo Calò;

7 anni di reclusione all'ex potentissimo esattore democristiano Ignazio Salvo (amichetto di Giulio Andreotti);

6 anni di reclusione al pentito Salvatore Contorno;

3 anni e 6 mesi di reclusione al pentito Tommaso Buscetta;

2.665 anni di reclusione inflitti;

11 miliardi e 542 milioni di multa impartiti;

114 assoluzioni (tra cui quella di Luciano Liggio), quasi tutte per insufficienza di prove.

“L’impianto teorico e tecnico dell'ordinanza dei giudici istruttori di Palermo, firmata da Antonino Caponnetto che prese il posto di Rocco Chinnici, assassinato, ha superato così agevolmente tutte le insidie del dibattimento”, avrebbe scritto l'indomani Saverio Lodato sulle pagine de "l'Unità".

Eh, sì, il pool antimafia di Caponnetto, Falcone, Borsellino, Guarnotta e Di Lello aveva avuto ragione.
Da sinistra a destra:
Paolo Borsellino, Giovanni Falcone e Antonino Caponnetto
Che vittoria!
Tanto straordinaria perchè assolutamente non scontata, visti i precedenti (i processi si concludevano sempre con l'assoluzione degli imputati per scarsità di elementi probatori).
Ma se molti si dissero soddisfatti, altrettanti giurarono vendettaNon solo e non tanto i mafiosi, quanto piuttosto diversi esponenti delle Istituzioni, magistrati compresi.
E la vendetta non tardò ad arrivare.
Appena 33 giorni dopo quell'importantissima sentenza, il Consiglio Superiore della Magistratura - chiamato a scegliere il successore di Caponnetto alla guida dell'Ufficio Istruzione del Tribunale del capoluogo siciliano - bocciò Giovanni Falcone, nominando il più anziano (e assai meno esperto di mafia) Antonino Meli. Questi i numeri della scandalosa votazione:
14 voti per Meli;
10 voti per Falcone;
5 (decisivi) astenuti.        
Quella notte del 19 gennaio 1988 segnò la fine del pool antimafia e la dispersione delle più formidabili competenze dell'epoca in tema di contrasto alla criminalità mafiosa.
In pochi mesi, infatti, Meli sparpagliò in mille rivoli le indagini, suddividendole fra le varie procure siciliane secondo il principio della competenza territoriale. 
Ecco perchè quattro anni dopo Antonino Caponnetto, intervistato da Franca Selvatici, avrebbe dichiarato: 

“Sono convinto che Giovanni cominciò a morire il 18 gennaio '88, quando il Csm gli preferì Meli alla guida dell' ufficio istruzione di Palermo. E non si può negare che c' è stata una campagna, cui hanno partecipato in parte i magistrati, che lo ha delegittimato. [Falcone era sempre più solo, N.d.A.], e non c' è nulla di più pericoloso per un magistrato che lotta contro la mafia che l' essere isolato” (articolo intitolato "<<Scelsero Meli e Giovanni cominciò a morire>>", pubblicato su "la Repubblica" del 25 giugno 1992).

Ed ecco perchè Paolo Borsellino avrebbe condiviso pubblicamente l'opinione di Caponnetto la sera di quello stesso 25 giugno del 1992:

<<Ho letto giorni fa, ho ascoltato alla televisione - in questo momento i miei ricordi non sono precisi - un'affermazione di Antonino Caponnetto secondo cui Giovanni Falcone cominciò a morire nel gennaio del 1988. Io condivido questa affermazione di Caponnetto. […] quello che ha detto Antonino Caponnetto è vero, perché oggi che tutti ci rendiamo conto di quale è stata la statura di quest'uomo, ripercorrendo queste vicende della sua vita professionale, ci accorgiamo come in effetti il Paese, lo Stato, la magistratura che forse ha più colpe di ogni altro, cominciò proprio a farlo morire il 1° gennaio del 1988 [in realtà, come abbiamo visto, si tratta della notte del 19 gennaio, N.d.A.], se non forse l'anno prima, in quella data che or ora ha ricordato Luca Orlando: cioè quell'articolo di Leonardo Sciascia sul "Corriere della Sera" che bollava me come un professionista dell'antimafia, l'amico Luca Orlando come professionista della politica, dell'antimafia nella politica. 

Paolo Borsellino
Ma nel gennaio del 1988, quando Falcone, solo per continuare il suo lavoro, propose la sua aspirazione a succedere ad Antonino Caponnetto, il Consiglio superiore della magistratura con motivazioni risibili gli preferì il consigliere Antonino Meli. […] Si aprì la corsa alla successione all'Ufficio istruzione del Tribunale di Palermo. Falcone concorse, qualche Giuda si impegnò subito a prenderlo in giro, e il giorno del mio compleanno il Consiglio superiore della magistratura ci fece questo regalo: preferì Antonino Meli. Giovanni Falcone, dimostrando l'altissimo senso delle istituzioni che egli aveva e la sua volontà di continuare comunque a fare il lavoro che aveva inventato e nel quale ci aveva tutti trascinato, cominciò a lavorare con Antonino Meli nella convinzione che, nonostante lo schiaffo datogli dal Consiglio superiore della magistratura, egli avrebbe potuto continuare il suo lavoro. E continuò a crederlo nonostante io, che ormai mi trovavo in un osservatorio abbastanza privilegiato, perché ero stato trasferito a Marsala e quindi guardavo abbastanza dall'esterno questa situazione, mi fossi reso conto subito che nel volgere di pochi mesi Giovanni Falcone sarebbe stato distrutto. E ciò che più mi addolorava era il fatto che Giovanni Falcone sarebbe allora morto professionalmente nel silenzio e senza che nessuno se ne accorgesse. […] La protervia del consigliere istruttore [Antonino Meli, N.d.A.], l'intervento nefasto della Cassazione cominciato allora e continuato fino a ieri (perché, nonostante quello che è successo in Sicilia, la Corte di Cassazione continua sostanzialmente ad affermare che la mafia non esiste) continuarono a fare morire Giovanni Falcone. […] l'organizzazione mafiosa - non voglio esprimere opinioni circa se si è trattato di mafia e soltanto di mafia, ma di mafia si è trattato comunque - e l'organizzazione mafiosa, quando ha preparato ed attuato l'attentato del 23 maggio, l'ha preparato ed attuato proprio nel momento in cui, a mio parere, si erano concretizzate tutte le condizioni perché Giovanni Falcone, nonostante la violenta opposizione di buona parte del Consiglio superiore della magistratura, era ormai a un passo, secondo le notizie che io conoscevo, che gli avevo comunicato e che egli sapeva e che ritengo fossero conosciute anche al di fuori del Consiglio, al di fuori del Palazzo, dico, era ormai a un passo dal diventare direttore nazionale antimafia. Ecco perché, forse, ripensandoci, quando Caponnetto dice "cominciò a morire nel gennaio del 1988" aveva proprio ragione anche con riferimento all'esito di questa lotta che egli fece soprattutto per potere continuare a lavorare>> (discorso pronunciato nell'atrio della biblioteca comunale di Palermo nel corso di un convegno-dibattito dal titolo E’ solo mafia?”, organizzato da "MicroMega" in occasione della presentazione dell’ultimo numero della rivista. Fu l'ultimo intervento pubblico di Paolo Borsellino: 24 giorni dopo sarebbe stato ucciso).


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Io non dimentico, non voglio dimenticare, non devo dimenticare!
Soprattutto se oggi, 27 anni dopo, il Csm torna sul luogo del delitto, eseguendo l'ordine impartito da Sua Maestà Re Giorgio I (anzi, II) di "normalizzare" gli uffici giudiziari palermitani e di lasciare sempre più soli i pm che rischiano la vita (come Nino Di Matteo).
Più che un Consiglio Superiore della Magistratura sembra una Cricca Sottomessa al Monarca.
Speriamo che con questo scellerato atto di subordinazione all'anziano sovrano non sia stato sancito l'inizio della fine anche per i magistrati succeduti a Falcone. 
Ecco perchè, in questo inquietante ritorno al passato più nefasto, vorrei rivolgermi a tutte quelle ridicole comparse avvezze ad adagiare le proprie flaccide facce su dei comodi scranni ministeriali o parlamentari. 
Carissimi (sì, come no...), 
non so se ve lo ricordate, ma il vostro compito non consiste nel collaborare con i mafiosi, nel facilitare loro la vita (cioè la morte degli onesti) e nel garantire aiuto e incoraggiamento ai peggiori criminali.
Il vostro incarico è molto più semplice.
Si tratta solo di mettere in pratica - e dopo la bellezza di 67 anni sarebbe anche ora!!! - un paio di principi fondamentali della nostra Repubblica, ovvero:

1) riconoscere e garantire i diritti inviolabili dell’uomo (art. 2 della Costituzione);

2) "rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese" (art. 3 della Costituzione).

Anche se non nutro alcun dubbio sul vostro indiscusso quoziente intellettivo, ritengo sempre valido il vecchio motto "repetita iuvant" (tranquilli, non è inglese; è latino, la lingua parlata da quei vostri colleghi scomparsi misteriosamente pochi anni prima che voi nasceste). Ragione per cui intendo 
regalarvi - a differenza vostra io non sono attaccato al denaro - una riflessione preziosa di un grande magistrato, uno dei più esperti e incisivi nella lotta alle mafie, quindi da voi comprensibilmente disprezzato: Gian Carlo Caselli.

"Anche se allarmata, la politica non ha mai smesso di delegare l'antimafia pressochè esclusivamente alla repressione (forze dell'ordine e magistratura), sottraendosi alle sue responsabilità. Voglio ancora citare una frase di dalla Chiesa, che credo torni utile per meglio illustrare le caratteristiche del contrasto fra Stato e criminalità organizzata in questi anni difficili. Teniamo conto che il generale era uno Sbirro (con la S maiuscola!), un uomo di manette. Diceva dunque dalla Chiesa: <<Ho capito una cosa molto semplice ma forse decisiva: gran parte delle protezioni mafiose, dei privilegi mafiosi caramente pagati dai cittadini, non sono altro che i loro elementari diritti. Assicuriamoglieli, togliamo questo potere alla mafia, facciamo dei suoi dipendenti i nostri alleati>>.
Insomma, quest'uomo di manette aveva ben chiaro che l'antimafia della repressione, alla quale anche lui apparteneva, da sola non bastava: ci volevano anche l'antimafia sociale o dei diritti, assieme a quella della cultura.

Gian Carlo Caselli abbraccia Antonino Caponnetto
Perchè se i diritti fondamentali dei cittadini non sono soddisfatti, i mafiosi li intercettano e li trasformano in favori che elargiscono per rafforzare il loro potere. Così la mafia vince sempre. E i mafiosi ne sono ben consapevoli. Lo dice con schietta brutalità Pietro Aglieri [importante boss di Cosa Nostra, N.d.A.] ad un collega di Palermo [il magistrato Alfonso Sabella, N.d.A.] che lo stava interrogando: <<Quando voi venite nelle nostre [sic] scuole a parlare di legalità e giustizia, i nostri [sic] ragazzi vi ascoltano e vi seguono. Ma quando questi ragazzi diventano maggiorenni e cercano un lavoro, una casa, assistenza economica e sanitaria, a chi trovano? A voi o a noi?>>. Ecco, finchè i cittadini, invece dello Stato, troveranno soprattutto i mafiosi, finchè saranno costretti ad essere sostanzialmente loro sudditi, la guerra alla mafia non sarà vinta" (dal libro "Vent'anni contro. Dall'eredità di Falcone e Borsellino alla trattativa", dialogo tra lo stesso Caselli e Antonio Ingroia a cura del giornalista Maurizio De Luca, uscito nelle librerie il 21 novembre 2013).

Ora, non vi chiedo di eleggere Caselli alla Presidenza della Repubblica (anche se sarebbe meraviglioso!), ma se non altro di fare tesoro delle sue parole.
Certo, capisco che nei vostri panni è difficile mantenere simili impegni, considerati gli enormi sacrifici che una tale rivoluzione vi costerebbe.
Vedete almeno di impegnarvi, anche se qualcosa mi dice che continuerete - imperterriti e impuniti - a prestare le vostre premurose attenzioni alle cause dei delinquenti, ignorando come sempre quelle degli onesti.
Del resto, non siete (anche) "ignoranti"?

lunedì 15 dicembre 2014

LE FIGLIE DEL DOLORE

In questi giorni si fa un gran parlare della morte di Loris Andrea Stival, il bambino di 8 anni per il cui omicidio si trova in carcere la giovanissima madre (sulla vicenda consiglio di leggere l'interessante commento di Alex Corlazzoli).
Si parla molto meno - se non per niente - di un'altra tragedia umana, che si svolge a nemmeno 20 km dal luogo in cui è stato ammazzato il piccolo Loris.
Pur essendo sotto gli occhi di tutti, l'omertà la fa da padrona e l'indifferenza è generale.
Forse perchè le vittime sono donne romene.
O forse perchè è in corso un'epidemia contagiosa di afonia.
Eppure la storia è di dominio pubblico almeno dal 29 giugno del 2011, quando nelle librerie è uscito il volume "Sparategli! Nuovi schiavi d'Italia", scritto dal giornalista Jacopo Storni:

"Porta in grembo un bimbo che pesa come un macigno e non vede l'ora di partorire. Per liberarsene, dopo nove mesi da incubo, al termine dei quali il neonato prenderà la strada dell'adozione. 
Non c'è niente negli occhi di Mihaela che possa evocare la gioia di una futura madre. C'è soltanto il ricordo truculento di un abuso sessuale, unico lasciapassare per avere un lavoro e guadagnarsi da vivere.
E difficile far credere alla gente quello che accade a Vittoria (Ragusa), angolo meridionale della Sicilia ingabbiato in una morsa di degrado umano sconvolgente. Un luogo nel quale la società regredisce nel feudalesimo più grezzo, dove gli uomini si riscoprono belve e le donne diventano braccia agricole e strumenti di piacere sessuale.
[...]
Come altri da queste parti, il suo è figlio di nessuno, erede di un'umanità arcaica dove le <<serve dell'agricoltura>>, soprattutto romene, allietano le serate dei propri datori di lavoro con una prestazione sessuale. Serve ad arrotondare la misera paga mensile, a instaurare una relazione di fiducia con quello che le braccianti, all'alba del XXI secolo, continuano a chiamare <<padrone>>.
Sono quasi sempre rapporti consenzienti, frutto però di una sudditanza psicologica e di drammatiche indigenze economiche. Rapporti clandestini, all'ombra di orti e casolari, frutta e desolazione.
E' una piaga sotterranea quella che striscia impercettibilmente nelle campagne del ragusano, affollate da distese di serre che rivestono di plastica centinaia di ettari, fecondi di ortaggi da destinare al mercato internazionale in qualsiasi periodo dell'anno.
I rapporti sessuali avvengono quasi sempre senza nessun tipo di protezione e spesso le romene rimangono incinta. In quel caso, si opta quasi sempre per l'aborto.
Ai consultori e agli ambulatori di Vittoria è un via vai ininterrotto di giovani incinta. Un'attesa tutt'altro che dolce, visto che le immigrate vogliono sbarazzarsi del nascituro prima che sia troppo tardi, prima cioè che si superi la soglia dei tre mesi, e l'aborto diventi illegale.
[...]
Implacabilmente, come se fosse addestrata alla sofferenza, [Mihaela, N.d.A.] ha chinato la testa e ha continuato a lavorare. Quotidianamente, senza fiatare. E senza guadagnare. Nonostante i mancati pagamenti, il datore di lavoro [un proprietario terriero della campagna vittoriana, N.d.A.] la riempiva di promesse: promesse di una vita migliore, promesse di un futuro sereno. Usava atteggiamenti affabulatori, densi di ambigua generosità. Mihaela, ridotta a vivere nell'indigenza, si lasciava illudere e ha finito per cedere alle insistenze dell'uomo. Ne sono nati rapporti sessuali, consenzienti sì, ma dove la ricattabilità economica e la violenza psicologica hanno giocato un ruolo fondamentale. Il risultato vive nella pancia di Mihaela, oggi ciondolante tra le accoglienti stanze della parrocchia dello Spirito Santo, dove padre Beniamino Sacco - instancabile prete di frontiera e ricettacolo delle ingiustizie di Vittoria - accoglie centinaia di migranti ogni anno.
[...]
<<E' stato il suo datore di lavoro a portarla da me. E' venuto in parrocchia e mi ha pregato di occuparmi di lei. Quando gli ho chiesto chi fosse il padre del bimbo, lui ha fatto spallucce, lasciando intendere la realtà dei fatti>>. <<Qui a Vittoria>> racconta don Beniamino, <<episodi come questi non sono l'eccezione>>. E' stato proprio il parroco, un paio d'anni fa, a denunciare per primo il fenomeno dei cosiddetti <<festini agricoli>>, <<serate in cui il datore di lavoro arrotonda il guadagno delle lavoratrici in cambio di una prestazione sessuale, che solitamente permettono di incrementare il salario quotidiano di dieci euro>>.
<<Il polpettone>> così padre Beniamino soprannomina i proprietari terrieri, <<trasforma le proprie contadine in oggetto di violenza: gli offre vitto, alloggio e stipendio, ma in cambio pretende che queste donne siano disposte a tutto>>.
[...]
E' difficile quantificare il fenomeno, ma secondo Beniamino Sacco <<potrebbe coinvolgere almeno un centinaio di lavoratrici ogni anno>>. Come suddetto, la maggior parte delle donne, anche per volere del datore di lavoro, decide di abortire. Contrariamente, ammontano a quasi una decina le donne che hanno tenuto il bambino e che, fino al parto, sono state assistite dai responsabili della parrocchia.
I <<festini agricoli>>si sono incrementati con l'arrivo delle immigrate romene, pochi anni fa. Le romene hanno soppiantato la concorrenza albanese e tunisina contribuendo all'abbassamento dei salari. Per una giornata lavorativa, lo stipendio si aggira sui 20-25 euro, mentre fino a qualche anno fa si poteva arrivare anche a 35. L'arrivo delle immigrate dell'Est, oltre a limitare le spese dei proprietari terrieri, ha comportato uno sgretolamento dell'architettura familiare vittoriana: <<Ci sono sempre più matrimoni in crisi>> dice don Beniamino. <<Tempo fa una signora venne da me disperata dicendo che il marito, con la scusa dell'esaurimento, si era ritirato nel proprio casolare in campagna da mesi. Storie come questa sono diventate una consuetudine ed è sempre più abituale vedere uomini vecchi a braccetto con giovani donne dell'Est, alcune ventenni. Le esibiscono con orgoglio, come se fossero un'altra loro proprietà>>. Poi però, <<se la ragazza rimane incinta, la costringono ad abortire>>. 
Oltre ai <<festini>>, nella Sicilia meridionale si sta diffondendo sempre più massicciamente il fenomeno delle caporalesse, donne caporali che reclutano donne braccianti e le smistano nelle campagne. La giornata delle caporalesse inizia sul far dell'alba, quando passano a prelevare altre ragazze con pulmini o macchine che poi si dirigono alle molte serre.
Mihaela ha il cuore gonfio di rabbia. Prova soltanto odio per quello che, fino a pochi mesi fa, è stato il suo datore di lavoro. Come molti altri da queste parti, anche lui ha una moglie, oltre a due figli.
[...]
Sono a tutti note le precarie condizioni abitative di molti migranti sparsi per l'Italia, ma qui a Vittoria, più che altrove, esistono situazioni al limite dell'umano. Uomini e donne ridotti a larve, incastrati in anfratti di cemento in mezzo alla macchia, senza materassi, senz'acqua, talvolta senza neanche un tetto. E' il caso di una vecchia officina abbandonata a pochi passi dalla fatiscente stazione ferroviaria del paese e a pochi passi dal centro storico barocco.
[...]
Al suicidio ha pensato anche Giovanna, robusta signora romena [...]. Anche lei ha lavorato nei campi, anche lei ha subito le avances del suo datore di lavoro. Ha creduto a tutte le promesse che gli (sic) aveva fatto, se ne è innamorata, illudendosi di poter raggiungere una vita agiata con un principe azzurro italiano. Ma per lui è stato tutto un gioco, un modo per godere e sfruttare corpo e lavoro di una bracciante romena, una come tante altre. Lei è caduta in depressione. Oggi lavora come badante e dice: <<Guardando i film, ho sempre creduto che gli uomini italiani fossero più dolci e più passionali dei nostri uomini romeni, spesso aggressivi e prepotenti. Purtroppo ho scoperto che non è così, ho scoperto che anche voi uomini italiani siete prepotenti e vi approfittate di noi perchè siamo straniere>>".

Gli stessi fatti denunciati tre anni e mezzo fa da Storni sono stati poi ripresi nel 2013 ("Effetto serra. Le donne rumene nelle campagne del ragusano", articolo di Alessandra Sciurba, ricercatrice presso l'Università degli Studi di Palermo, pubblicato sul sito internet de "L'altro diritto - Centro di documentazione su carcere, devianza e marginalità") e alcune settimane fa (due "pezzi" di Antonello Mangano pubblicati sul sito de "l'Espresso" il 15 settembre e l'8 ottobre di quest'anno).
Dunque nessuno può dire di non sapere o di non aver saputo, soprattutto gli amministratori pubblici.

Infatti qualcuno ha sollevato il caso all'interno delle Istituzioni.
Si tratta di Celeste Costantino, 35 anni, deputata calabrese di Sinistra Ecologia Libertà alla sua prima esperienza parlamentare.
Nella seduta pomeridiana della Camera del 2 ottobre scorso, durante la dichiarazione di voto sulla questione di fiducia posta dal governo Renzi sul decreto legge n. 119/2014 ("Disposizioni urgenti in materia di contrasto a fenomeni di illegalità e violenza in occasione di manifestazioni sportive, di riconoscimento della protezione internazionale, nonchè per assicurare la funzionalità del Ministero dell'interno"), la deputata ha detto:

<<[…] in Sicilia, a Vittoria, in provincia di Ragusa, le donne rumene che lavorano nelle serre, oltre ad essere sfruttate nel lavoro agricolo, per continuare ad avere un tetto sulla testa e del cibo da dare ai propri figli, devono offrirsi carnalmente al proprio padrone. Si devono fare violentare come e quando pare a loro e, siccome mettere un preservativo è cosa fastidiosa, meglio portarle a Modica ad abortire: tanto mica sono – come piace dire alla Lega – le nostre donne! Sono donne rumene, possono essere utilizzate come carne fresca da offrire ad amici e parenti...>>

Roberto Giachetti - in quel momento Presidente di turno dell'Assemblea - è intervenuto per esortare i deputati leghisti a non disturbare la collega e a lasciarla proseguire.
Ma solo dopo poche parole di Costantino - <<sicuramente a queste donne piace, anzi...>> - sono ripresi i commenti dai banchi della Lega Nord.
Sembra strano, ma stiamo parlando di "onorevoli", nonostante assomiglino moltissimo a quei bambini insofferenti di stare a scuola, capaci solo di creare confusione e nulla più.
Giachetti allora ha nuovamente preso la parola, ma il parlamentare leghista Giancarlo Giorgetti (lombardo, 47 anni) ha dato aria alla bocca, sbraitando: <<Non c’è un limite!>>. E Giachetti, risoluto: <<Il limite lo stabilisce la Presidenza, non lei, onorevole Giorgetti. Il limite lo stabilisco io e quando sono qui. Grazie. Prego, onorevole Costantino>>.
Celeste Costantino (Sel)
L'onorevole di Sel ha potuto così proseguire con le proprie dichiarazioni:

<<...anzi, se ne approfittano anche un po', magari, nei confronti dei nostri connazionali. E, però, guardate: loro non saranno le vostre donne, ma questi signori che le sfruttano sono i nostri uomini, sono i nostri mariti, i vostri padri, i vostri fratelli. Questo si consuma nella campagna...>>.

E qui è arrivata, puntuale, la perla di saggezza del solito Giorgetti: <<Non può insultare!>>.
Cioè: un'onorevole ricorda una palese verità (alcuni uomini italiani violentano e sfruttano donne romene), ma un (dis)onorevole padano la scambia per un "insulto". 
Invece di chiedergli se avesse qualcosa da confessare e - in quel caso - invitarlo a costituirsi ai carabinieri (o a contattare un bravo psichiatra) dopo aver rinunciato all'immunità parlamentare, il Presidente di turno si è limitato a un richiamo, seppur deciso: <<Onorevole Giorgetti, non mi costringa a richiamarla all'ordine [forse voleva dire <<alle forze dell'ordine>>, N.d.A.]. Lei deve consentire all'onorevole Costantino di parlare liberamente come fate tutti voi qui dentro, e il mio compito è di lasciare che qui dentro si parli liberamente! E non siete voi a stabilire quali sono i limiti! Quindi, vi richiamo all'ordine e vi prego di consentire all'onorevole Costantino di intervenire. Basta! Prego, onorevole Costantino>>.
Ed ecco, puntuale, la seconda chicca in salsa celodurista (è proprio il caso di dirlo): <<Se frequenta stupratori sono affari suoi!>>.
L'autore di cotanta raffinata sapienza si chiama Paolo Grimoldi, ha 39 anni e - ovviamente - anche lui fa parte della Lega Nord.
Probabilmente il cervello dei leghisti (ah, questo sconosciuto...) li porta a ragionare (si fa per dire...) più o meno così: la verità (detta dagli altri) è un insulto; un insulto (lanciato da noi) è verità.
Complimenti: avete proprio le idee chiare voi altri...
Finalmente Costantino è riuscita a terminare:

<<Questo si consuma nella campagna, e tanto altro si consuma nel deserto e nel mare. L’Italia non sta facendo nulla per combattere la tratta di esseri umani, per riformare radicalmente il diritto d’asilo, [...]>>.

A futura memoria, ricordo che l'intero squallido spettacolo è stato gentilmente (?!?) offerto dalla compagnia circense "Lega Nord & Company" davanti a un pubblico di studenti e insegnanti.
Speriamo almeno che i giovani spettatori abbiano fatto tesoro della lezione di educazione sessuale (oh, finalmente!) offerta loro da un manipolo urlante di camicie verdi: il preservativo serve a evitare le gravidanze indesiderate e le malattie sessualmente trasmissibili. I leghisti se lo devono mettere in testa!!! 

Giancarlo Giorgetti (Lega)
Paolo Grimoldi (Lega)














P.S. Uno dei "papabili" per il Quirinale (Walter Veltroni), all'epoca in cui ricopriva il duplice incarico di sindaco di Roma e segretario del Partito Democratico (probabilmente con un solo impegno si annoiava o gli restava tanto tempo libero), pronunciò urbi et orbi un messaggio di altissima filosofia:
<<Non ci si può girare intorno, la sicurezza è una grande questione nazionale che chiama in causa iniziative d'urgenza sul piano legislativo: i prefetti devono poter espellere i cittadini comunitari che hanno commesso reati contro cose e persone. Prima dell'ingresso della Romania nell'Unione europea, Roma era la città più sicura del mondo>>
Quel giorno - il 31 ottobre del 2007 - era in corso un incontro improvvisato con i giornalisti presso il Campidoglio, successivo all'aggressione subita da Giovanna Reggiani.
In fondo, come si fa a non essere d'accordo con Veltroni?
Berlusconi (ricordate? "Il principale esponente dello schieramento a noi avverso") è pregiudicato per aver truffato e derubato gli italiani, dunque - secondo la logica del politico ex comunista - deve essere espulso dal prefetto!
Benissimo.
Solo che se decidiamo di cacciare dall'Italia i delinquenti, sarebbe cosa buona e giusta non prendersela soltanto con quelli stranieri.
Anzi, io comincerei proprio da quei "cittadini comunitari" che fanno dell'ipocrisia e della discriminazione una delle loro virtù principali: gli italiani.

                "Il figlio del dolore", cantata da Adriano Celentano e Nada (2000)
                  Per ingrandire l'immagine, clicca su "YouTube" in basso a destra 

domenica 14 dicembre 2014

CHI ERA QUELL'UOMO? 

"[...] abbiamo ancora bisogno di esempi che ci ricordino 
nella normalità del quotidiano
che possiamo contribuire a cambiare le cose,
che possiamo non cedere allo sconforto,
che possiamo continuare a volerci impegnare,
che possiamo essere più forti dell’isolamento,
più forti delle minacce,
più forti dei tentativi di corruzione,
più forti della paura di morire.
Sono persone come noi,
sono stati capaci di scelte
Giorgio Ambrosoli 
delle quali anche noi possiamo essere capaci.
Questo - e da tanti anni è così - per il nostro Paese
è un momento in cui invece
si pensa sempre che
debba essere qualcun altro
a risolvere i problemi
ed è molto diffuso
il disimpegno.
E’ vero che è molto diffuso anche l’impegno,
però un sentimento collettivo 
non è certamente
quello di impegno,
come sentimento manifestato.
E’ la lamentela,
è la rassegnazione,
è l’idea che
nulla possa cambiare.
[...] protagonista di
questa storia è
l’assunzione di responsabilità da parte di molti:
mio padre, i suoi collaboratori.
Persone che hanno voluto
far esplodere le potenzialità della loro
responsabilità,
di quella della loro vita
e hanno avuto la capacità di farlo
davanti a delle difficoltà con le quali
nessuno di noi nella quotidianità si confronta.
Ma caspita!
Se son stati capaci di farlo loro davanti a quelle difficoltà,
noi ci vogliamo arrendere davanti a molto meno?"

Umberto Ambrosoli (figlio di Giorgio),


In un libro del 2009 Umberto Ambrosoli ha raccontato la storia del padre Giorgio, "un eroe borghese assassinato dalla mafia politica" (secondo la definizione di Corrado Stajano). Il titolo - "Qualunque cosa succeda" - è tratto dalla lettera che il commissario liquidatore della Banca privata italiana di Michele Sindona scrisse alla moglie Anna il 25 febbraio 1975:

"Qualunque cosa succeda, comunque, tu sai che cosa devi fare e sono certo saprai fare benissimo. Dovrai tu allevare i ragazzi e crescerli nel rispetto di quei valori nei quali noi abbiamo creduto […] Abbiano coscienza dei loro doveri verso se stessi, verso la famiglia nel senso trascendente che io ho, verso il paese, si chiami Italia o si chiami Europa".


Il libro di Corrado Stajano (1991)


Il libro di Umberto Ambrosoli (2009)




















Come molti sapranno, lunedì 1 e martedì 2 dicembre Rai1 ha trasmesso in prima serata una fiction tratta proprio dall'omonimo volume pubblicato cinque anni fa
I giornalisti della Rai sono quindi stati "costretti" a parlare di quell'avvocato milanese fedele alle Istituzioni, guarda caso proprio quando vigeva l'esigenza di pubblicizzare la relativa miniserie televisiva (auto)prodotta dalla ditta.
Che tristezza!
In ogni caso, è un vero peccato che si siano "dimenticati" di raccontare il ruolo che l'allora Presidente del Consiglio, il mafioso Giulio Andreotti, ebbe nella vicenda Ambrosoli. 
Infatti gli unici riferimenti pubblicati sul sito internet di RaiNews sono i seguenti:

- "Andreotti compare anche nella fiction, interpretato da Giovanni Esposito, così come altri protagonisti di allora";

- "ci sono i cinque anni delle indagini sull'impero del banchiere siciliano che si era rifugiato negli Usa, i viaggi dell'avvocato tra Milano, Roma e New York, il ruolo di Bankitalia e di Enrico Cuccia, quello di Giulio Andreotti, del Vaticano e della politica";

- "un racconto che si chiude con le dichiarazioni di Giulio Andreotti, che lo definì uno <<che se l'andava cercando>>".

Addirittura, nella breve biografia dell'"eroe borghese" Andreotti non viene nemmeno citato.

Ma niente paura, ci ha pensato "NEWSRai", il notiziario della tv di Stato: per ben due volte (qualora non fosse chiaro) ha fornito una sola, fondamentale informazione sul criminale democristiano: nella fiction il suo ruolo è interpretato da Giovanni Esposito!
Più che "notiziario" dovrebbero chiamarlo "censurario".  
D'altra parte lo scrisse già Manzoni nel capitolo XXV de "I Promessi Sposi": "il coraggio, uno non se lo può dare".

Bisogna dunque rimediare.

Imputato dei reati di associazione per delinquere (fino al 28 settembre 1982) e di associazione mafiosa (a partire dal giorno successivo, ovvero dall'entrata in vigore della legge Rognoni-La Torre che ha istituito la nuova fattispecie delittuosa), in primo grado Andreotti è stato assolto con formula dubitativa, a causa di "un quadro probatorio caratterizzato complessivamente da contraddittorietà, insufficienza e, in alcuni casi, mancanza delle prove"Tuttavia nelle motivazioni della sentenza del 23 ottobre 1999 (depositate il 16 maggio 2000) i giudici della V Sezione Penale del Tribunale di Palermo hanno scritto: 

"Nella notte dell’11 luglio 1979 l'avv. Ambrosoli fu ucciso a Milano da Willam Arico, che era stato incaricato di commettere tale delitto dal Sindona. Per quest’ultimo, il movente dell’assassinio era rappresentato [...] dai suoi sentimenti di odio e di vendetta verso la vittima, dal suo interesse a rimuovere un ostacolo, altrimenti non superabile, alla realizzazione dei suoi progetti di salvataggio ed alla conclusione indolore delle sue procedure giudiziarie, e dal suo proposito di terrorizzare il dott. Cuccia al punto di costringerlo a piegarsi al suo volere. L'avv. Ambrosoli pagò, dunque, con la vita la sua fedeltà allo Stato ed il suo rigoroso impegno per perseguire l’interesse pubblico nell'esercizio dell’incarico affidatogli.
[…]
E’ emerso inequivocabilmente che Michele Sindona considerava il sen. Andreotti un importantissimo punto di riferimento politico, cui potevano essere rivolte le proprie istanze attinenti alla sistemazione della Banca Privata Italiana ed ai procedimenti penali che il finanziere siciliano doveva affrontare in Italia e negli U.S.A.. A questo atteggiamento del Sindona, fece riscontro un continuativo interessamento del sen. Andreotti, proprio in un periodo in cui egli ricopriva importantissime cariche governative.
Numerosi furono i contatti intercorsi tra l’imputato ed una pluralità di persone che si rivolgevano a lui per rappresentargli le istanze del Sindona e nel corso dei colloqui con costoro, il sen. Andreotti, oltre a manifestare in via generale un vivo interesse per la situazione del Sindona, non di rado assicurò agli interlocutori (Federici, Guarino, Rao, Guzzi) il proprio attivo impegno per agevolare la soluzione dei suoi problemi di ordine economico-finanziario e di ordine giudiziario.
Il sen. Andreotti, inoltre, realizzò alcuni specifici comportamenti che apparivano concretamente idonei ex ante ad avvantaggiare il Sindona nel suo disegno di sottrarsi alle conseguenze delle proprie condotte, ed inequivocabilmente rivolti a questo fine: il sostegno alla nomina del dott. Mario Barone a terzo amministratore delegato del Banco di Roma, ed il conferimento al sen. Stammati ed all'on. Evangelisti dell’incarico di esaminare il secondo progetto di sistemazione della Banca Privata Italiana.
Sulla base degli elementi di prova acquisiti e’ stato provato dunque che:

1. il sen. Andreotti adottò reiteratamente iniziative idonee ad agevolare la realizzazione degli interessi del Sindona nel periodo successivo al 1973;

2. tra tali iniziative, assunsero particolare rilevanza – anche se non conseguirono il risultato voluto - quelle aventi come destinatari finali i vertici della Banca d’Italia ed il Commissario liquidatore della Banca Privata Italiana, i quali si opponevano ai progetti di “sistemazione”; va in particolare sottolineato che, se gli interessi del Sindona non prevalsero, ciò dipese, in larga misura, dal senso del dovere, dall'onestà e dal coraggio dell'avv. Giorgio Ambrosoli, il quale fu ucciso, su mandato del Sindona, proprio a causa della sua ferma opposizione ai progetti di salvataggio elaborati dall'entourage del finanziere siciliano, a favore dei quali, invece, si mobilitarono il sen. Andreotti, taluni altri esponenti politici, ambienti mafiosi e rappresentanti della loggia massonica P2;

3. il significato essenziale dell’intervento spiegato dal sen. Andreotti (anche se non le specifiche modalità con le quali esso si era realizzato) era conosciuto dai referenti mafiosi del Sindona.

[…]

Rimane […] il fatto che l’imputato, anche nel periodo in cui rivestiva le cariche di Ministro e di Presidente del Consiglio dei Ministri della Repubblica Italiana, si adoperò […] in favore del Sindona, nei cui confronti l’Autorità Giudiziaria italiana aveva emesso sin dal 24 ottobre 1974 un ordine di cattura per il reato di bancarotta fraudolenta".

Prima la Corte d'Appello di Palermo (sez. I penale, sentenza del 2 maggio 2003; motivazioni depositate il 25 luglio 2003), poi la Cassazione (sez. II penale, sentenza n. 49691 del 15 ottobre 2004; motivazioni depositate il 28 dicembre 2004) hanno certificato la "mafiosità" di Andreotti fino alla primavera del 1980, ribadendo per il periodo successivo l'assoluzione con formula dubitativa.
Ciò significa che mentre Sindona faceva uccidere Ambrosoli, il suo amichetto della Dc non solo guidava il connivente governo italiano, ma allo stesso tempo partecipava a quell'associazione criminale denominata "Cosa Nostra". 

Se ciò non bastasse, si può far riferimento alla sentenza emessa il 17 novembre 2002 dalla Corte d'Assise di Appello di Perugia, nelle cui motivazioni - depositate il 13 febbraio 2003 - si legge: 

"Sindona affida la sua reazione non a strumenti legali, ma ad iniziative criminali, estrinsecatesi nelle pressioni rivolte nei confronti del liquidatore, Giorgio Ambrosoli, il quale, fra la fine del dicembre 1978 ed i primi del gennaio 1979, riceve la prima telefonata di minaccia da parte di <<un picciotto>>, che successivamente si scoprirà essere Giacomino Vitale, cognato di Bontate; ne riceverà, fra il 9 ed il 12 gennaio, altre quattro, nelle quali si fa presente ad Ambrosoli che Andreotti ha attribuito a lui tutta la responsabilità della mancata conclusione della vicenda Sindona; il 14.7.1979 sarà ucciso [in realtà Giorgio Ambrosoli è stato ucciso l'11 luglio 1979, N.d.A.].
[…]
Quindi, anche dopo avere saputo, per bocca dello stesso difensore di Sindona, delle minacce fatte pervenire da costui a Giorgio Ambrosoli e, quantomeno,attraverso la stampa, delle intimidazioni di cui era stato oggetto Enrico Cuccia, e non potendo, dunque, ignorare con che <<razza di personaggio>> avesse a che fare, tuttavia Giulio Andreotti continuò ad intercedere in favore di Sindona, mentre altri, come Mario Sarcinelli, all'epoca capo del settore vigilanza della Banca d’Italia, si rifiutavano, addirittura, di ricevere l’avvocato Guzzi facendogli sapere, per mezzo della segretaria, che <<mai avrebbe ricevuto il difensore o il legale di un fallito, di un bancarottiere>>".

Con questa pronuncia l'ex Presidente del Consiglio è stato condannato a 24 anni di reclusione e all'interdizione perpetua dai pubblici uffici come mandante dell’omicidio del giornalista Carmine Pecorelli, avvenuto nemmeno quattro mesi prima dell'uccisione di Ambrosoli (il 20 marzo 1979). 
Poi il 30 ottobre 2003 le Sezioni Unite Penali della Cassazione hanno assolto l'imputato con formula piena "per non avere commesso il fatto"spiegando che la condanna si fondava esclusivamente su dichiarazioni di Buscetta rimaste senza riscontri. La ragione del proscioglimento risiede nella mancanza di prove circa l'esistenza di un mandato a uccidere da parte del premier di allora (motivazioni della sentenza depositate il 24 novembre 2003). 

Tutto molto chiaro, evidentemente troppo per i giornalisti del "servizio pubblico". 

Un dubbio tuttavia permane, sollevato involontariamente da Pierfrancesco Favino, l'attore protagonista della fiction di Rai1: "Dopo aver visto questa serie credo che tanti ragazzi si chiederanno non solo chi era Ambrosoli, ma chi era quell'uomo che l'ha definito <<una persona che se l'andava a cercare>>".

A chiederselo sono anche gli abbonati della Rai. 




P.S. Chi è dunque l'autore misterioso della definizione citata da Favino?
E chi può essere, se non uno dei protagonisti della vicenda, il vecchio Giulio Andreotti?
Al minuto 62:22 del documentario di Alberto Puoti "Qualunque cosa succeda. Storia di Giorgio Ambrosoli", trasmesso su Rai2 il 9 settembre 2010 alle 23.50 in una puntata de "La Storia siamo noi", all'anziano senatore a vita viene posta una domanda:
<<Secondo Lei, perchè Ambrosoli è stato ucciso?>>.
Il mafioso travestito da statista risponde: 
<<Questo è molto difficile, io non voglio sostituirmi né alla polizia, né ai giudici, certo era una persona che in termini romaneschi - io direi - se l’andava cercando>>
Ambrosoli non poteva ricevere complimento migliore.

giovedì 11 dicembre 2014

DENISE NON E' SOLA!


La mia lettera indirizzata a Denise - la giovane testimone di giustizia figlia di Lea Garofalo - è stata pubblicata dal "Movimento delle Agende Rosse" di Salvatore Borsellino.

Denise non è sola!