giovedì 25 settembre 2014

LA LEGALITA' DI IERI E' OGGI 



"Se è vero che esiste un potere, questo potere è solo quello dello Stato, delle sue istituzioni e delle sue leggi; non possiamo oltre delegare questo potere nè ai prevaricatori, nè ai prepotenti, nè ai disonesti".

Con queste parole Carlo Alberto dalla Chiesa - insediatosi come prefetto di Palermo il 30 aprile 1982, lo stesso giorno dell'omicidio di Pio La Torre - intervenne a un incontro con i Maestri del Lavoro, tenutosi nel capoluogo siciliano il 1° maggio 1982. Fu il suo primo discorso pubblico come prefetto della città.

Carlo Alberto dalla Chiesa

"[...] l'unica cosa di cui ho paura è che lo Stato mafioso vincerà e quei poveri scemi che combattono contro i mulini a vento saranno uccisi. Prima di combattere la mafia devi farti un auto-esame di coscienza e poi, dopo aver sconfitto la mafia dentro di te, puoi combattere la mafia che c'è nel giro dei tuoi amici, la mafia siamo noi ed il nostro modo sbagliato di comportarsi. [...]".

Così termina il diario di Rita Atria, coraggiosissima testimone di giustizia siciliana.
Una settimana dopo l'uccisione di Paolo Borsellino - il 26 luglio 1992 - si è suicidata per il vuoto incolmabile che quella perdita le aveva lasciato. 
Aveva solo 17 anni.

Rita Atria

Per far rivivere i valori del Generale e di Rita, ho deciso di firmare una petizione per chiedere che il Maresciallo Saverio Masi sia restituito al Reparto Investigativo dei Carabinieri di Palermo (se vuoi firmare anche tu clicca qui).
Per conoscere la sua vicenda segnalo un paio di articoli (clicca qui e qui) e un video (clicca qui).
Suggerisco inoltre di leggere con attenzione un recente intervento pubblico del Maresciallo Masi (clicca qui). Si tratta di un discorso davvero importante, di quelli da conservare nella mente e nel cuore, ogni giorno.

lunedì 22 settembre 2014

NON C'E' PIU' RELIGIONE 
(E SI SENTE UN GRAN PUZZO...)

Ester Castano

Vi invito a leggere un ottimo articolo di Ester Castano, meritevole giornalista di 24 anni che - caso rarissimo in Italia - ha fatto propria l'idea di giornalismo di Giuseppe Fava, ossia il Giornalismo.

Giuseppe Fava

Il fatto raccontato nel "pezzo" ci fa capire come si possa violentare la cultura dell'educazione, dell'insegnamento e della legalità, mortificando "la bellezza del fresco profumo di libertà" e accettando "il puzzo del compromesso morale, della indifferenza, della contiguità e, quindi, della complicità" di cui parlava Paolo Borsellino.

Paolo Borsellino

W IL LAVORO ONESTO!

Il mio post intitolato "In difesa del lavoro onesto" è stato pubblicato da:

- "Stampo Antimafioso";



- "LIBERA Monza e Brianza".


Grazie!

sabato 8 marzo 2014

PRESIDENTE, NON SI VERGOGNA?


Gentile Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano (meglio noto come Re Giorgio),
Le scrivo questa lettera per parlare di TESTIMONIANZA, valore fondamentale assai poco praticato, soprattutto dai potenti.
Conoscerà di sicuro le storie e le sofferenze dei testimoni di giustizia.
Sono persone oneste e perbene che hanno deciso di vedere, sentire e soprattutto parlare.
Si sono pertanto rivolte alle forze dell'ordine e alla magistratura per raccontare quanto a loro conoscenza sui delitti compiuti dagli uomini del disonore. 
Si tratta di cittadini modello, i quali - fedeli alla Repubblica, alla Costituzione e alle leggi (secondo l'art. 54 c. 1 della Carta costituzionale) - hanno svolto "un'attività o una funzione" che ha concorso "al progresso materiale o spirituale della società" (art. 4 c. 2 della Costituzione).
La lotta alle mafie, infatti, passa anche attraverso la loro opera preziosa e irrinunciabile.
Eppure (o forse proprio per questo) i testimoni di giustizia sono abbandonati dallo Stato.
Sono lasciati soli, senza diritti, senza attenzione, senza aiuti.
La situazione è molto grave e assai duratura, tanto da potersi porre legittimamente una domanda.
Molti esponenti di quello Stato che Lei rappresenta al massimo vertice sono colpevolmente indifferenti o dolosamente complici dei mafiosi, i soli - teoricamente - a volere la sconfitta e la morte (non necessariamente fisica) di chi abbia testimoniato contro di loro?
Non posso non ricordare anche le figure di due donne, entrambe cresciute in una famiglia di 'ndrangheta, senza averne mai condiviso i disvalori.
Hanno deciso di ribellarsi, testimoniando alle forze dell'ordine e ai magistrati ciò che avevano visto intorno a sè.
Per questo - giovanissime - hanno pagato con la vita. 
La seconda è Lea Garofalo, 35 anni, ammazzata a Milano il 24 novembre 2009 dal clan Cosco, a cui appartiene il compagno. Sua figlia Denise aveva solo 17 anni quando il padre mafioso (Carlo Cosco) e altri criminali sequestrarono la madre, la interrogarono per sapere che cosa avesse raccontato ai magistrati, la massacrarono di botte e la uccisero, strangolandola con un laccio. Poi portarono il cadavere in un magazzino di San Fruttuoso (quartiere di Monza), lo rovesciarono in un fusto pieno di benzina e lo bruciarono. Infine gettarono i resti in un tombino.
Denise decise di seguire l'esempio materno e testimoniare, contribuendo alle condanne degli assassini della madre (6 ergastoli in 1° grado; 4 ergastoli e 1 condanna a 25 anni di reclusione in 2° grado).
Oggi Denise, testimone di giustizia come Lea, ha 22 anni ed è costretta a vivere in una località segreta.


Ebbene, signor Presidente della Repubblica, 
certamente ricorderà il caso umano di un anziano signore che - pur chiamato a rendere testimonianza in un processo molto importante (quello di Palermo sulla trattativa Stato-mafia) - non voleva proprio saperne.
Anzi, scrisse una lettera al Presidente della Corte d'Assise in cui si diceva "ben lieto" di riferire sue conoscenze utili al processo e all'accertamento della verità, ma purtroppo - immagino a malincuore - non poteva, perchè nulla sapeva su quanto i magistrati volevano conoscere da lui.
Nella stessa missiva quel signore si spinse addirittura a chiedere al giudice di valutare l'ipotesi di revocare la propria deposizione, in quanto superflua.  
Insomma, chiamato da un tribunale a rendere testimonianza, chiese al medesimo di cambiare idea, poichè già sapeva di non sapere ciò che nessuno gli aveva ancora chiesto.
Un signore curioso, non c'è che dire.
Non trova, Presidente?
Eppure dovrebbe conoscere quel tale, perchè si chiama proprio come Lei, Giorgio Napolitano.
E - glielo assicuro - non si tratta di un omonimo: è proprio Lei, in persona.


Ora, quale considerazione avranno i testimoni di giustizia nei confronti suoi e della massima Istituzione repubblicana?
Ritiene che possano sentirsi rappresentati da un simile capo dello Stato?
Proprio loro, che - a differenza sua - hanno esercitato appieno il diritto-dovere di cittadinanza, collaborando con la giustizia per l'accertamento della verità e pagandone sempre durissime conseguenze?
Non si vergogna, signor Presidente della Repubblica?
Spero non si offenda se anch'io Le confesso di non sentirmi da tempo minimamente rappresentato da Lei. 
Così come spero non si dispiaccia se faccio mie le parole dell'On. Sonia Alfano, Presidente della Commissione Antimafia del Parlamento europeo:
"Napolitano non è stato il mio Presidente negli ultimi anni e non lo sarà nemmeno per i prossimi 7 anni! Io non dimentico le sue telefonate con Mancino e tutti gli atti imbarazzanti incostituzionali che ha firmato in questi lunghissimi anni!" (20 aprile 2013).

Non devotamente suo,
Danilo Rota


venerdì 7 marzo 2014

giovedì 6 marzo 2014

IL BAR DELLA LEGALITA'

Il bar della 'ndrangheta

A Torino, in via Veglia, al numero civico 59, esisteva un bar.
Si chiamava "Bar Italia".
Il proprietario era Giuseppe Catalano, classe 1942, nato a Siderno (Reggio Calabria) e residente a Volvera, nel torinese (ufficialmente il bar era registrato alla Camera di Commercio di Torino con il nome di "Impresa individuale Stalteri Albina", di proprietà della stessa, moglie di Giuseppe Catalano).    
Ebbene, Giuseppe Catalano era un affiliato alla 'ndrangheta (si è suicidato il 19 aprile 2012).
Ma non un affiliato qualunque.
Secondo i magistrati era il capo del locale di Siderno a Torino e responsabile per Torino e provincia (i locali sono le articolazioni e le ripartizioni territoriali della mafia calabrese).
Il "Bar Italia" era un luogo abitualmente frequentato dai mafiosi, costituendo la base logistica degli incontri e delle attività illecite delle più alte cariche della 'ndrangheta della provincia torinese.  
Ciò è tanto più vero se si considera che il locale mafioso di Siderno a Torino - retto da Catalano - era definito la "cosca del Bar Italia".
Si arriva poi al 31 maggio 2011, quando il Gip del capoluogo piemontese Silvia Salvadori firma un'ordinanza di custodia cautelare nei confronti di 150 presunti mafiosi (148 in carcere e 2 agli arresti domiciliari).
Tra loro vi è anche Giuseppe Catalano, detenuto presso il carcere di Monza dal 13 luglio 2010 a seguito dell'operazione "Crimine" condotta dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria (gli inquirenti calabresi lo avevano individuato già all'epoca quale capo del locale di 'ndrangheta di Torino).
Ai primi di giugno 2011 scatta così in Piemonte la gigantesca operazione antimafia denominata "Minotauro".
Per Catalano il giudice Salvadori ordina la custodia cautelare in carcere per i reati di associazione mafiosa e concorso in scambio elettorale politico-mafioso.
Secondo i magistrati, infatti, i promotori della campagna elettorale per Fabrizio Bertot - candidato per il Popolo della Libertà nella circoscrizione Nord-Ovest alle elezioni europee del 6 e 7 giugno 2009 - avevano promesso di elargire 20.000 euro a Giuseppe Catalano (esponente apicale della 'ndrangheta piemontese) e a Giovanni Iaria (affiliato al locale mafioso di Cuorgnè) per ottenere a vantaggio del politico il voto della "rete dei calabresi". Catalano e Iaria avevano accettato la promessa, impegnandosi a convogliare i voti degli "amici degli amici" sul candidato berlusconiano. Sarà stata sicuramente una coincidenza, ma Bertot sarebbe poi stato eletto al Parlamento europeo, di cui è tuttora membro.
Nel corso della stessa operazione "Minotauro" il "Bar Italia" di Catalano è posto sotto sequestro.
Il 1° febbraio 2013 viene concesso in uso alla cooperativa sociale e di consumo "Nanà" (legata all'associazione "Libera" di don Luigi Ciotti), la quale ne riceve gratuitamente la licenza e la strumentazione, ma non i locali. 
Là dove spadroneggiava la 'ndrangheta, oggi si pratica (e si gusta) la legalità.  

                          L'inaugurazione del "Bar Italia Libera" (3 maggio 2013).
                Per ingrandire l'immagine, clicca su "YouTube" in basso a destra

mercoledì 5 marzo 2014

IN DIFESA DEL LAVORO ONESTO  


Due giorni fa, ricordando la straordinaria figura dell'ex prefetto di Trapani Fulvio Sodano, ho raccontato la vicenda della Calcestruzzi Ericina, azienda definitivamente confiscata nel 2000 al boss Vincenzo Virga, arrestato l'anno seguente. Il nuovo capomandamento mafioso di Trapani - Francesco "Ciccio" Pace - perseguì allora una strategia ben precisa: impedire che lo stabilimento avesse lavoro per portarlo al fallimento. Avrebbe così indotto lo Stato a (s)venderlo e Cosa Nostra ne sarebbe tornata in possesso tramite l'utilizzo di prestanome. 
Per fortuna il progetto fallì, anche grazie alla determinazione e all'impegno del prefetto Sodano, che riuscì a trovare le commesse necessarie per far andare avanti l'impresa.
Se oggi la Calcestruzzi Ericina è rimasta nelle mani dello Stato ed è gestita da una cooperativa di lavoratori sostenuta dall'associazione Libera, è anche per merito di un prefetto che ha curato esclusivamente il bene delle Istituzioni e della collettività.
       
Il caso richiama inevitabilmente alla memoria proprio la storia della Calcestruzzi Ericina.
Visti i precedenti, il timore che la mafia (in particolare la famiglia dei Messina Denaro) abbia nuovamente l'intenzione di riappropriarsi di ciò che era suo e stia facendo di tutto per riuscirci, è forte e motivato.  
Per impedire che ciò accada, la soluzione migliore sarebbe evitare la vendita (così da non correre il rischio - decisamente troppo alto - che lo Stato restituisca ai mafiosi ciò che aveva loro sottratto) e optare per il mantenimento della proprietà pubblica. Quindi la società potrebbe essere concessa in affitto oneroso a un'impresa (dopo aver accuratamente compiuto tutte le verifiche necessarie per appurare la sua completa estraneità all'universo mafioso) o gratuito a una costituenda cooperativa dei lavoratori - magari affiancata da Libera - non imparentati a mafiosi, nè legati alla precedente gestione mafiosa (come nel caso della Calcestruzzi Ericina, soluzione definita come "unica prospettiva" dal giornalista Rino Giacalone).  
Alcune persone si stanno battendo - come anni fa fece il prefetto Sodano - per la difesa del lavoro dell'azienda in un contesto di legalità. 
Tra queste vi è soprattutto la Presidente della Commissione Antimafia del Parlamento europeo, Sonia Alfano, la quale da anni è impegnata sul tema della confisca dei beni mafiosi e sul loro riutilizzo a scopi sociali.
Ottenendo peraltro anche numerosi risultati, tanto concreti e meritori, quanto ignorati dall'informazione e dall'opinione pubblica italiane, sempre indifferenti quando si parla di criminalità mafiosa.  
Insomma, ha fatto in modo che fosse estesa a livello continentale la normativa antimafia italiana, costata il sacrificio di molte vite umane e racchiusa soprattutto in due leggi-chiave:

1) la legge 13 settembre 1982, n. 646 (Rognoni-La Torre), che ha introdotto il reato di associazione mafiosa e l'obbligo di sequestro e confisca dei beni;

2) la legge 7 marzo 1996, n. 109 (di iniziativa popolare, grazie al raccoglimento di 1 milione di firme da parte dell'associazione Libera), che ha sancito il riutilizzo sociale dei beni confiscati alle mafie.  

Speriamo che la nuova battaglia intrapresa dall'On. Sonia Alfano (e da altri) sulla salvaguardia del lavoro pulito e onesto del gruppo 6 Gdo Despar di Castelvetrano abbia lo stesso esito vincente di quelle sopra ricordate.
Lo stesso esito positivo che ha avuto la vicenda di una ditta di calcestruzzo salvata e fatta rinascere da un prefetto recentemente scomparso, di cui sentiremo molto la mancanza.

Sonia Alfano

lunedì 3 marzo 2014

UN UOMO DELLO STATO. VERO

L'ex prefetto di Trapani Fulvio Sodano

Il 27 febbraio scorso è morto l'ex prefetto di Trapani Fulvio Sodano.
Da anni gravemente malato di sclerosi multipla, il prossimo 9 marzo avrebbe compiuto 68 anni.
Il Presidente della Commissione Antimafia del Parlamento europeo, Sonia Alfano, lo ha così ricordato:

"Un uomo straordinario e un servitore dello Stato eccezionale, che ha saputo dare risposte concrete a un territorio devastato dalla mafia e dalla mala politica. Un uomo di legge che alcuni hanno tentato di umiliare e screditare, senza però poterne scalfire l’immagine: di lui, infatti, tutte le persone oneste conserveranno un ricordo dolcissimo".

Un uomo dello Stato, quello vero, perchè - usando le sue stesse parole - "lo Stato non sempre sta dalla parte dello Stato".

La vicenda che più lo ha interessato riguarda un'azienda edile trapanese, la Calcestruzzi Ericina Srl, nelle mani del boss mafioso Vincenzo Virga (capomandamento di Trapani) dal 1991.
Sebbene nel 1996 venga sequestrata e nel 2000 definitivamente confiscata, per ben 5 anni (dal 1996 al 2001) l'impresa rimane di fatto sotto il controllo della famiglia Virga. Gli amministratori giudiziari palermitani infatti si recano in azienda solo saltuariamente, così Cosa Nostra ne mantiene con facilità il controllo grazie a lavoratori complici e a parenti (il figlio del boss, Pietro Virga).
Come ben spiegato da Alessandra Coppola e Ilaria Ramoni nel libro "Per il nostro bene" (Chiarelettere), "se intende mantenere in piedi la struttura [...], spesso la mafia fa in modo che dentro rimanga un parente, un fratello, un cugino. Un <<garante>>, spiega il pm [di Trapani, Andrea Tarondo, N.d.A.], qualcuno in grado di maneggiare l'impasto e di tenere i contatti con i fornitori, i clienti, il mondo esterno che l'amministratore - magari un commercialista del capoluogo che non ha mai visto una betoniera in vita sua - non può conoscere".
La Calcestruzzi è dunque nelle mani dello Stato, ma viene gestita dai mafiosi, che se ne fanno beffa.
A tal punto che l'azienda continua a produrre molto nei suoi stabilimenti di Trapani, Valderice e Favignana, come se lo Stato non esistesse.   
Nel 2001, però, ecco la svolta: viene arrestato il boss latitante Vincenzo Virga.
A capo del mandamento di Trapani gli subentra così Francesco "Ciccio" Pace, che cambia strategia: non più controllare l'impresa, ma boicottarla, facendo sì che non riceva più commesse e, quindi, fallisca.
L'intento è insomma quello di crearle il deserto intorno, in modo da indurre lo Stato a venderla (anzi, svenderla) a un prezzo bassissimo, per poterla ricomprare a pochi soldi attraverso dei prestanomi.
Una parte dello Stato, quello falso, aiuta i mafiosi a perseguire il loro scopo.
E' il caso di un funzionario dell'Agenzia del Demanio di Trapani, il geometra Francesco Nasta, che si premura di fissare la base d'asta a un valore di molto inferiore rispetto al prezzo di mercato.
Compare anche un imprenditore che intende acquistare l'azienda.
C'è solo un piccolissimo problema: la Calcestruzzi Ericina non è stata messa in vendita, nè mai lo sarà.
Ciò anche grazie alla determinazione del prefetto Sodano, che - mantenendo la schiena dritta - decide di impegnare tutto se stesso per la causa dello Stato, quello vero.
Fa di tutto per far in modo che - al contrario degli intenti dei mafiosi e dei loro amichetti - l'impresa di proprietà dello Stato abbia lavoro.
E ci riesce, pur tra mille difficoltà.
Le commesse arrivano, come quei 2 miliardi di lire (è il 2001) da una ditta catanese di costruzioni, la quale ha bisogno di calcestruzzo per consolidare le banchine del porto di Trapani.
Anche con il sostegno dell'associazione Libera di don Luigi Ciotti, nel 2008 i 13 lavoratori creano la cooperativa Calcestruzzi Ericina Libera, che dal giugno 2011 a oggi gestisce la fabbrica per conto dello Stato (concessa in affitto per vent'anni).
Nonostante permangano alcuni problemi non indifferenti (i lavoratori devono pagare ogni mese 5.000 euro tra affitto allo Stato - che per legge dovrebbe essere gratuito - e mutuo di 700.000 euro a Unipol - anche se il proprietario è lo Stato e non la cooperativa), l'azienda non solo è rimasta nelle mani della collettività, ma continua a vivere nel segno della legalità.
Il tutto anche per merito del prefetto Sodano, nel frattempo - siamo nel 2003 - trasferito ad Agrigento (nonostante avesse chiesto di non essere spostato per ragioni di salute), apparentemente senza alcun motivo.
O forse con un motivo fin troppo chiaro: lo Stato falso non può tollerare che vinca lo Stato vero.
Così, colpevole di essere stato ligio al proprio dovere nei confronti delle Istituzioni e di aver profondamente rispettato la legalità e il bene comune, Sodano è costretto a lasciare Trapani.
Ha ben in mente il responsabile del suo allontanamento e non ha timore a rivelarne l'identità: trattasi del sottosegretario al ministero dell'Interno Antonio D'Alì (dal 2001 al 2006, governo Berlusconi).
Soggetto meritevole di attenzione, questo D'Alì.
Infatti riceve le attenzioni delle forze dell'ordine e dei magistrati antimafia.
Per i suoi rapporti con Cosa Nostra, in particolare con la potentissima famiglia dei Messina Denaro (Matteo, latitante, è attualmente il capo dell'intera Cosa Nostra) viene processato per concorso esterno in associazione mafiosa.
Ma la carriera politica di D'Alì (prima in Forza Italia, poi nel Popolo della Libertà, infine nel Nuovo Centro-Destra, partito di governo con Matteo Renzi) non si arresta: Presidente della Provincia di Trapani (dal 2006 al 2008) e senatore (ininterrottamente dal 1994 a oggi).

Purtroppo è l'ennesima dimostrazione del fatto che coloro i quali servono fedelmente lo Stato (quello vero) vengono emarginati e dimenticati; chi al contrario serve le mafie viene premiato e rimane ai vertici delle Istituzioni.
Per questo tutti i cittadini onesti sanno di essere rappresentati non da un senatore della Repubblica, ma da un ex prefetto morto in solitudine e nell'indifferenza dei più.

P.S. Per ricordare e ringraziare l'ex prefetto Fulvio Sodano segnalo gli articoli di "Antimafia Duemila", "Libera informazione" e "100 passi journal".
Inoltre pubblico il video di una sua intervista trasmessa da "Annozero" il 5 ottobre 2006 e realizzata da Stefano Maria Bianchi.

                Per ingrandire l'immagine, clicca su "YouTube" in basso a destra 

sabato 1 marzo 2014

BASTA CASE SENZA PERSONE!
BASTA PERSONE SENZA CASA!


Il comune di Milano - amministrato da quasi 3 anni dal sindaco Giuliano Pisapia (Sinistra Ecologia Libertà), insieme a Partito Democratico, Sinistra per Pisapia - Federazione della Sinistra (ovvero Rifondazione Comunista e Comunisti Italiani) e Radicali - adotta (si fa per dire) una stranissima politica sulla casa.

Scomodando esclusivamente il buon senso, si può dedurre che faro di qualsiasi istituzione pubblica dovrebbe essere la messa in pratica di un concetto abbastanza semplice: basta case senza persone e basta persone senza casa!

Vero, signor sindaco?

sabato 22 febbraio 2014

GLI ONESTI FUORI (dall'Italia), 
I MAFIOSI DENTRO (le Istituzioni) 


La vicenda dell'imprenditore e testimone di giustizia siciliano Ignazio Cutrò è esemplare (qui e qui i fatti; qui il commento di Giulio Cavalli).
Viene indotta e costretta a lasciare il proprio Paese una persona impegnata quotidianamente a rendere concreti valori imprescindibili come onestà, dignità e legalità.
Una persona la cui colpa - gravissima - è fare semplicemente il cittadino, quello vero, che intende mantener fede alla nostra Costituzione, laddove essa recita:

"ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un'attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società" (art. 4 c. 2);

"tutti i cittadini hanno il dovere di essere fedeli alla Repubblica e di osservarne la Costituzione e le leggi" (art.54 c. 1).

Invece i criminali, i delinquenti, i ladri e i mafiosi non solo rimangono, ma continuano a spadroneggiare, soprattutto nelle Istituzioni.
Le quali si dimostrano sempre più indifferenti o complici.
E- sinceramente - non so quale delle due alternative sia la peggiore.
Ammesso che di alternative si tratti.


"La lotta alla mafia (il primo problema da risolvere nella nostra terra bellissima e disgraziata) non doveva essere soltanto una distaccata opera di repressione, ma un movimento culturale e morale che coinvolgesse tutti e specialmente le giovani generazioni, le più adatte (proprio perchè meno appesantite dai condizionamenti e dai ragionamenti utilitaristici che fanno accettare la convivenza col male), a sentire subito la bellezza del fresco profumo di libertà che fa rifiutare il puzzo del compromesso morale, della indifferenza, della contiguità e quindi della complicità".

Queste parole sono state pronunciate da Paolo Borsellino la sera del 20 giugno 1992, durante la veglia di preghiera e di testimonianza nella basilica di San Domenico (Palermo), al termine di una fiaccolata partita dal luogo che diede i natali a Giovanni Falcone e giunta nella stessa chiesa dove 26 giorni prima si erano celebrati i suoi funerali. Le vie della città sono state percorse da un corteo di ragazzi giunti da molte parti d’Italia per ricordare - a un mese di distanza - le vittime della strage di Capaci: il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli agenti di scorta Antonio Montinaro, Rocco Di Cillo, Vito Schifani. La manifestazione è stata indetta dall’Agesci (Associazione Guide e Scouts Cattolici Italiani).

                Per ingrandire l'immagine, clicca su "YouTube" in basso a destra
                     (le parole sopra citate iniziano a partire dal minuto 3:18)

mercoledì 19 febbraio 2014

MATTEO, BUGIARDO E CONDANNATO


Nel frattempo, entrambi i nostri eroi hanno fatto - ciascuno a modo suo - notevoli passi avanti.

Silvio è diventato un pregiudicato per frode fiscale e in un Paese normale sarebbe in galera a scontare la sua condanna definitiva a 4 anni di reclusione, invece di essere continuamente ricevuto nelle sedi istituzionali (Quirinale e Camera dei Deputati);

Matteo è stato scelto dagli elettori del Partito Democratico quale segretario del medesimo e si accinge a ricoprire l'incarico di Presidente del Consiglio dei Ministri.
Tutto ciò nonostante si sia rivelato un bugiardo (qui e qui le prove) e sia stato condannato - in 1° grado di giudizio - dalla Corte dei Conti per aver arrecato un danno erariale alla Provincia di Firenze da lui amministrata.

Ora, anche alla luce dei fatti esposti dai giudici contabili e da me raccontati nel post sopra citato, sorgono inevitabili alcuni interrogativi:

1) può Matteo Renzi essere credibile?  

2) Può Matteo Renzi parlare di meritocrazia?

3) Può Matteo Renzi gestire l'economia pubblica di un intero Stato?

Non so perchè, ma ho la netta sensazione - e il timore - che la grandissima maggioranza degli italiani risponderebbe sull'attenti e con vigore: <<Sì, signore!!!>>.

domenica 16 febbraio 2014

UN BENE MAFIOSO NEL MILANESE...
E SUL BLOG DI GIULIO CAVALLI!

Giulio Cavalli

Sono eccitatissimo.

Cavalli è un autore e attore teatrale, scrittore ed ex consigliere regionale lombardo, costretto a vivere sotto scorta - dal 27 aprile 2009 - per le numerose minacce di morte ricevute dalle cosche mafiose presenti in Lombardia.

Caro Giulio, ti ringrazio infinitamente per il bellissimo regalo che hai voluto farmi!!!

martedì 11 febbraio 2014

MARIA CONCETTA, UNA DI NOI - Parte II



Ora segnalo un paio di aggiornamenti:



Sua cognata, Tita Buttafusca, moglie di Pantaleone Mancuso, entrò nel marzo 2011 in una caserma dei carabinieri per raccontare omicidi e faide tra clan e invocare - tra le lacrime - la protezione dello Stato.
La famiglia mafiosa, però, venne a conoscenza della sua testimonianza.
Da quel momento non solo Tita non si recò più dai carabinieri, ma si rifiutò di firmare le ultime pagine del proprio verbale.
Un mese dopo il marito-capomafia si presentò dagli stessi carabinieri per riferire che la moglie aveva ingerito dell'acido.
Morì due giorni dopo in ospedale.   

P.S. "Questa mafia, questa criminalità, è uno schifo. [...] La spazzatura entra nella mafia e si sente importante. Queste persone si montano la testa e invece non sono nessuno. [...] Sono battagliera, ma mi sento un goccia nell'acqua e con quello che faccio forse non concluderò nulla. Molti mi ripetono che dovrei stare zitta, ma così non cambieremo mai".
Parola di Immacolata Mancuso.



Quello che avete appena letto è il mio 100° post. Auguri!!!

sabato 8 febbraio 2014

UN BENE MAFIOSO NEL MILANESE


La villa con garage ritratta in foto (2 piani + taverna, 140 metri quadri) si trova a Melzo (Milano) in via Aldo Moro, n. 88 e apparteneva a un mafioso.
Già, apparteneva, perchè dal 2 febbraio scorso è al servizio della collettività e del bene comune, essendo divenuta la nuova sede operativa della locale sezione della Croce Bianca onlus (nello stesso comune del milanese è stato confiscato un altro immobile: un appartamento in condominio + box, attualmente in gestione all'Agenzia Nazionale per l'amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata).

Dopo essere stata confiscata dal Tribunale di Milano - Sezione Autonoma Misure di Prevenzione (decreto del 26 marzo 2002) e - in via definitiva - dalla Corte Suprema di Cassazione (19 novembre 2003), il Comune di Melzo manifestò il proprio interesse a utilizzarla per farne le sedi dell'Ufficio del Piano di Zona e del Servizio Comunale Minori e Famiglie (nota del 4 maggio 2005).
Tuttavia l'Agenzia del Demanio (Direzione Generale, Area Beni e Veicoli Confiscati) decise di mantenere l'immobile al patrimonio dello Stato affinchè fungesse da alloggio di servizio per la Guardia di Finanza (atto di destinazione dell'8 gennaio 2007).
Purtroppo però i finanzieri furono costretti a riconsegnare l'immobile a causa della mancanza dei soldi necessari per ristrutturarlo (nota del 17 agosto 2010).
Allora il Consiglio direttivo dell'Agenzia Nazionale per l'amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata (istituita dal decreto-legge 4 febbraio 2010, n. 4, convertito dalla legge 31 marzo 2010, n. 50) stabilì all'unanimità di procedere all'assegnazione dell'immobile (delibera del 7 ottobre 2010), revocando il conferimento alla Guardia di Finanza e trasferendo lo stabile al patrimonio del Comune di Melzo, affinchè diventasse ciò che lo stesso aveva già espresso nel 2005 (decreto di destinazione del 14 ottobre 2010).
Negli ultimi giorni di luglio 2013 il Comune ha concesso la villa in comodato d'uso gratuito per (almeno) 30 anni alla locale sezione della Croce Bianca onlus, formata da 166 volontari. Dopo alcuni mesi impiegati per effettuare i lavori di sistemazione (ai primi di settembre sono iniziati gli scavi per creare il parcheggio delle 5 autoambulanze in dotazione), finalmente il 2 febbraio scorso si è svolta la cerimonia di inaugurazione dei locali, dotati di una postazione per ricevere le telefonate, una sala per corsi di formazione e aree per il primo soccorso.
Da quando lo Stato è venuto definitivamente in possesso dell'edificio (novembre 2003) a quando la società ne ha concretamente potuto disporre (febbraio 2014) sono dunque trascorsi poco più di 10 anni.
Decisamente tanti, troppi.
Alla fine, però, dal tremendo puzzo dell'illegalità è riuscito a sbocciare il dolce profumo della legalità.   


Legalità che, in questo caso, porta il nome di don Pino Puglisi (al quale è stata intitolata la nuova sede della Croce Bianca onlus di Melzo), parroco della chiesa di S. Gaetano del quartiere Brancaccio di Palermo, ucciso da Cosa Nostra il 15 settembre 1993, giorno del suo 56° compleanno.
I responsabili furono i fratelli Giuseppe e Filippo Graviano (boss a capo del quartiere, mandanti), Salvatore Grigoli e Gaspare Spatuzza (esecutori materiali), Antonino Mangano (organizzatore), Luigi Giacalone e Cosimo Lo Nigro (addetti alla copertura).   
Nelle motivazioni della sentenza n. 7 del 13 febbraio 2001, i giudici della Corte di Assise di Appello di Palermo - Sezione I hanno così descritto la "figura eccelsa" di don Puglisi:

"...un prete di trincea, un sacerdote che infaticabilmente lavorava sul territorio; un religioso non contemplativo ma calato pienamente nel sociale, immerso nella realtà del tutto particolare e difficile di un quartiere degradato, dove, <<fino a qualche tempo prima c'era quasi il coprifuoco la sera>>.
Don Puglisi, sostanzialmente, era il centro motore di molteplici iniziative sociali, pastorali ed anche economiche in favore della sua comunità ecclesiale che potessero servire al riscatto sociale di un tipico quartiere della periferia degradata della città, dove <<la gente viveva ed operava sotto una cappa di dominio e sopraffazione, subiva impotente un clima di intimidazione, correva rischi concreti se si fosse adoperata solo per migliorare le condizioni minime di sopravvivenza civile>>.
Ed a Brancaccio si poteva morire anche solo per avere avuto il coraggio di reclamare una vita normale, la legalità più elementare, la voglia di professare l'impegno sociale cristiano, da molti spesso sbandierato ma solo da pochi praticato.
Don Pino non faceva politica, non era iscritto nel lungo elenco dei retori dell'antimafia. Era solo un uomo ed un cristiano che cercava la normalità e pretendeva la normalità. Per lui la legalità era normalità del convivere civile e non un esercizio di retorica. La legalità, per lui, era potere operare da uomo libero, con semplicità, con naturalezza, senza servire il politico o l'amministratore di turno e senza abdicare alla dignità di cittadino, di sacerdote e di uomo.
Don Pino Puglisi voleva soltanto vivere da uomo libero, da cittadino di una società civile, da uomo che non si fa soggiogare dal (pre) potente di turno: ed in tal senso scuoteva il clima di passiva rassegnazionee di atavica omertà diffusa nel suo quartiere nel tentativo di affrancare la gente dal potere mafioso.
[...]
Tutte le opere e le iniziative benefiche che avevano fatto capo al sacerdote [...] mostrano la figura di un religioso non contemplativo ma calato pienamente nel sociale, un prete [...] che non si arrende neppure di fronte alle minacce ed alle intimidazioni.
Il parroco della chiesa di San Gaetano di Brancaccio aveva scelto di schierarsi, apertamente e concretamente, dalla parte dei deboli e degli emarginati; aveva deciso di appoggiare fermamente e senza riserve i progetti di riscatto provenienti dai cittadini onesti, che intendevano cambiare il volto del quartiere, desiderosi di renderlo più accettabile, vivibile ed accogliente, e per questo erano mal visti, boicottati e addirittura bersaglio di intimidazioni e di atti violenti.
Tutto ciò non lo aveva distolto dalle sue occupazioni silenziose e quotidiane in favore della comunità: soltanto di fronte all'azione implacabile di una maledetta truce mano omicida il suo spirito indomito di religioso, impegnato sul piano etico e civile, aveva dovuto soccombere, solo ed inerme.
Per il suo attivismo, infatti, il buon prete si era esposto dapprima alle rappresaglie e poi alla tremenda offensiva mortale della mafia.
La straordinaria vicenda di Padre Pino Puglisi - 3 P come chiamavano il sacerdote i suoi collaboratori più stretti - è, in realtà, nella sua disarmante semplicità, la storia di quanti sono morti per affermare la normalità e la legalità in una terra soggiogata dalla prepotenza mafiosa.
Ci troviamo di fronte alla ennesima vittima dello strapotere mafioso, una vittima, in certo senso, diversa dalle altre, ma pur sempre una vittima della mafia: accomunata a tutte le altre per essere morta da sola e indifesa, diversa sicuramente per l'amore che aveva inculcato e la fiducia che aveva creato in quanti lo avevano conosciuto e seguito.
Don Pino Puglisi era un vero uomo, libero ed autentico, beato e forse Santo, suo malgrado".  

A Melzo, comune in provincia di Milano, don Pino vive.      
            

P.S. Ecco alcuni dati sui beni confiscati alle mafie (aggiornati al 7 gennaio 2013): 

Italia
12.946 beni confiscati, di cui 11.238 immobili e 1.708 aziende;

Lombardia 
1.186 beni confiscati (9,16 % del totale nazionale), di cui 963 immobili (8,57 %) e 223 aziende (13,06 %);

Milano e provincia
708 beni confiscati (59,7 % del totale regionale e 5,47 % del totale nazionale), di cui 561 immobili (58,26 % del totale regionale e 4,99 % del totale nazionale) e 147 aziende (65,92 % del totale regionale e 8,61 % del totale nazionale).

domenica 2 febbraio 2014

LA SINISTRA UMANITARIA


In un ottimo articolo intitolato "I mille dimenticati di Rosarno" pubblicato oggi su "il Fatto Quotidiano", Sandra Amurri descrive le indecorose condizioni in cui è costretto a vivere un migliaio di migranti a San Ferdinando, nelle vicinanze di Rosarno (Reggio Calabria).
In particolare la giornalista racconta come alcuni noti politici di centro-sinistra (non) si approccino a tali esseri umani, privati di ogni diritto e attenzione:    

- la deputata e ministro per l'integrazione Cécile Kyenge (Partito democratico) "quando è venuta da queste parti a ritirare un premio non ha trovato il tempo per donare un sorriso a questi fratelli; e alla richiesta di aiuto, rivoltale dal sindaco Domenico Madafferi, ha risposto con un <<non posso fare nulla, sono un ministro senza portafoglio>>. Senza portafoglio e senza umanità, come se fosse stata nominata solo per rompere la monotonia del bianco nella compagine di governo";

- la deputata e presidente della commissione parlamentare antimafia Rosy Bindi (Partito democratico) "candidata blindata in Calabria", "qui è venuta in campagna elettorale e una volta eletta ha dimenticato i loro volti e le loro storie";

- il senatore a vita e presidente della Repubblica Giorgio Napolitano (Partito Comunista Italiano, Partito Democratico della Sinistra, Democratici di Sinistra) "senza rispondere all'accorata lettera inviatagli, un anno fa, dal sindaco, ha incaricato una ditta di Firenze di consegnare 450 coperte. Gli altri 550 possono anche morire di freddo, chi se ne frega";

- la presidente della Camera dei Deputati Laura Boldrini (Sinistra Ecologia Libertà) "ex portavoce dell'Alto commissariato per i rifugiati, come molti di loro", "da presidente della Camera qui non si è ancora vista".

E' la sinistra umanitaria, bellezza!

venerdì 31 gennaio 2014

LEZIONI BRESCIANE 


Il Piano per il Governo del Territorio - PGT approvato nel 2012 dal Consiglio comunale bresciano (maggioranza formata da Pdl, Lega Nord e Udc) è parzialmente nullo.
Così ha stabilito il Tar per la Lombardia - sezione staccata di Brescia (sezione I) con la sentenza 28 dicembre 2013, n. 1176.
Il motivo delle decisione è semplice.
Ai sensi di una legge regionale della Lombardia (la n. 12 dell'11 marzo 2005), una delle articolazioni del PGT è il Piano dei servizi. Esso serve a:

1) valutare tutte le attrezzature al servizio delle funzioni presenti sul territorio;
2) quantificare i costi per il loro eventuale adeguamento, individuando le modalità d'intervento;
3) indicare se sia necessario sviluppare o integrare i servizi già esistenti, stimando le spese e prefigurando le modalità attuative.

Ora, tra le attrezzature citate al punto n. 1) vi sono quelle d'interesse comune destinate a servizi religiosi. Queste vanno dunque pianificate, dopo che siano state valutate le relative istanze avanzate dagli enti di qualsivoglia confessione religiosa.
Peccato che nel redigere il Piano, il Comune di Brescia abbia preso in considerazione solo i servizi religiosi collegati alla Chiesa cattolica, infischiandosene della ben nota presenza sul proprio territorio di comunità di cittadini musulmani, così come delle norme fondamentali in materia di libertà di culto:

a) l'art. 19 della Costituzione italiana;
b) l'art. 9 della Convenzione Europea dei Diritti dell'Uomo;
c) l'art. 10 della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione Europea (Carta di Nizza).

I giudici amministrativi hanno pertanto annullato la deliberazione 19 marzo 2012, n. 57 del Consiglio comunale di Brescia (con la quale è stato approvato il PGT), nella parte in cui è stato omesso di:

- apprezzare (tramite un'istruttoria corretta e completa) quali e quante realtà sociali espressione di fede islamica o comunque non cattolica esistano sul territorio comunale;

- valutare le loro istanze in termini di servizi religiosi;

- decidere motivatamente se e in che misura esse possano trovare soddisfazione nel Piano dei servizi.

Infine i giudici del Tar hanno ricordato non solo che la Pubblica Amministrazione non può scegliere a propria discrezione di promuovere o avversare una confessione religiosa rispetto ad altre, ma che la piena discrezionalità degli enti locali in materia di pianificazione urbanistica termina quando vengano compiute concretamente scelte manifestamente illogiche e arbitrarie.
Come quella assunta un paio d'anni fa in quel di Brescia.

domenica 12 gennaio 2014

SALVIAMO UNA PAGINA DI STORIA!


Le vicende di un'ex colonia fascista trasformata dal 1945 al 1948 in centro di accoglienza e reinserimento sociale per 800 bambini ebrei sopravvissuti alle persecuzioni e ai lager nazisti è stata raccontata da Thomas Mackinson su "il Fatto Quotidiano" del 6 gennaio scorso.

La petizione per salvare un luogo simbolo della storia contemporanea nazionale e internazionale (disgraziatamente lasciato in un deprecabile stato di abbandono) da una selvaggia e sciagurata speculazione edilizia si trova qui.

Io l'ho firmata.
Spero tanto lo facciate anche voi.

mercoledì 20 novembre 2013

ORGANIZZIAMO IL CORAGGIO!

Pino e Marisa Masciari

"A: Angelino Alfano, Ministro dell'Interno

Non si abbandoni chi lotta contro la criminalità organizzata

Il nome di mio marito è Pino Masciari. Dal 1997 al 2010 è stato sottoposto al programma speciale di protezione previsto per i testimoni e attualmente è sotto scorta, insieme a tutta la nostra famiglia, per aver denunciato e fatto condannare con le sue dichiarazioni decine di capi e gregari di importanti famiglie della ‘ndrangheta. 

Nel 1988 mio marito cominciò a lavorare nell'impresa edile di suo padre, il quale si era già rivolto alle Forze dell'Ordine per riferire sulle pressioni e le estorsioni che la 'ndrangheta esercitava sul loro lavoro. Da subito Pino si ribellò alle pretese dell'organizzazione a delinquere, vedendo così le prime ripercussioni sull'azienda e ostruzionismi di varia natura, come furti, incendi, danneggiamenti e minacce. 

Alcuni malavitosi avvicinarono uno dei suoi fratelli e gli spararono alle gambe. 

Nel 1994 Pino fu costretto a licenziare tutti i suoi operai e a denunciare presso le forze dell'ordine quanto stava subendo. 

Dopo numerose perdite economiche, le banche smisero di prestarci denaro e Pino fu costretto a ricorrere agli usurai per ottenere quella liquidità che veniva meno dai mancati pagamenti dei lavori già realizzati dalla ditta. 

Nell'ottobre del 1996 il Giudice Patrizia Pasquin dichiarò la ditta "Masciari Costruzioni" fallita. 

La Distrettuale Antimafia di Catanzaro, la Commissione Parlamentare Antimafia, le diverse Sentenze dei Tribunali, lo stesso Ministero dell’Interno con la Commissione Centrale ex art. 10 L.82/91, presero atto che il fallimento dell’impresa era la conseguenza della sua ribellione al sistema criminale del potere ‘ndranghetistico, per cui la Commissione Centrale del Ministero dell’Interno assunse con delibera l’onere del pagamento della procedura fallimentare e di tutto ciò che ne derivava. 

Io, mio marito e i miei figli dal 17 ottobre 1997 abbiamo dovuto abbandonare per il grave ed imminente pericolo di vita la nostra terra, la Calabria, le nostre attività di imprenditore e di medico odontoiatra, le nostre famiglie e vivere per 13 lunghi anni in località protetta.

Per denunciare la criminalità, mio marito ha abbandonato la sua attività di imprenditore e tutta la nostra famiglia ha dovuto abbandonare la propria terra. 

Ora siamo costretti a pagare una pendenza relativa al fallimento dell'impresa, eppure il fallimento è conseguenza alla ribellione contro il potere 'ndranghetista. 

Le Istituzioni preposte non intervengono barricandosi dietro questioni formali, e presto saremo costretti a vendere la casa. 

Ministro, è così che si protegge un imprenditore che ha dato un importante contributo alla lotta contro la criminalità organizzata? 

Non chiedo nulla di nuovo, ma solo che venga portato a termine l’impegno che la Commissione Centrale ha assunto con determinazione nelle sue delibere coordinando la chiusura fallimentare. 

Chiedo che la pendenza relativa al fallimento dell'impresa di mio marito venga estinta dallo Stato, come ci era stato assicurato da precedenti sentenze.

Cordiali saluti,
Marisa Salerno Masciari".

Io ho firmato il suddetto appello lanciato dalla moglie di Pino Masciari.
Per firmare anche tu, clicca qui.


Il bellissimo libro di Pino e Marisa Masciari (2010)

sabato 16 novembre 2013

VIVA LA SINCERITA'!!!


Ieri il sito internet de "il Fatto Quotidiano" ha pubblicato due video-servizi illuminanti, poichè confermano in maniera palese:

- da un lato, il costante ricatto avanzato dalla famiglia Riva e dai vertici dell'Ilva di Taranto, per cui o si fa come vogliono lor signori (con tanti saluti alla tutela dell'ambiente e alla salute delle persone) oppure mettono in mobilità migliaia di lavoratori;

- dall'altro, quanto sia enorme e intricato il grumo di corruzione, sudditanza (all'interesse privato e criminale) e tradimento (del mandato pubblico e istituzionale, al servizio esclusivo della collettività e del bene comune) che caratterizza da tempo gli amministratori pubblici locali e nazionali di fronte al gigantesco inquinamento prodotto dall'Ilva di Taranto (con conseguenti gravissimi danni ambientali e alla salute delle persone).

Qui il primo (i fatti si svolgono tra il 7 giugno e il 29 luglio 2010);

qui il secondo, che coinvolge il Presidente della Regione Puglia (dal 2005) Nichi Vendola in un'intercettazione telefonica del 6 luglio 2010 (qui nella versione integrale).

Due anni dopo, il 26 luglio 2012, un politico italiano avrebbe così espresso - pubblicamente - il suo profondo pensiero ambientalista:

"noi ci siamo sempre contrapposti a un certo ambientalismo fondamentalista e isterico che pensa che tra i beni da tutelare non ci debba essere il lavoro, in una storia come quella di Taranto".


Della serie: viva la sincerità!!!

P.S. Considerando che il partito di cui Vendola è fondatore e presidente si chiama "Sinistra Ecologia Libertà" (Sel), bisogna riconoscere che mai nome è stato più indovinato. Complimenti!

Nichi Vendola

mercoledì 13 novembre 2013

LA GIUSTA BATTAGLIA QUOTIDIANA

Nino Di Matteo (Pm di Palermo)

Roberto Scarpinato (Procuratore Generale di Palermo)

Il 29 luglio scorso - commemorando il giudice Rocco Chinnici, i carabinieri Mario Trapassi e Salvatore Bartolotta e il portiere Stefano Li Sacchi, uccisi dalla mafia 30 anni prima nella strage di via Giuseppe Pipitone Federico a Palermo - ricordavo che anche oggi altri magistrati siciliani rischiano la vita a causa della propria attività antimafiosa e auspicavo il risveglio delle coscienze affinchè ulteriori, simili tragedie non si verifichino mai più.
Schieriandoci dunque a fianco di Nino Di Matteo, Roberto Scarpinato e degli altri pubblici ministeri antimafia di Palermo e Caltanissetta, facciamo nostra una lezione fondamentale, frutto del loro impegno e di quello di tutti coloro che lottano e hanno lottato contro ogni mafia, corruzione e malaffare: 

la legalità è un bene prezioso 
per il quale bisogna combattere 
ogni giorno, 
nelle piccole e nelle grandi esperienze.


Perchè solo se 
ciascuno di noi
difende la legalità e il bene comune 
attraverso il proprio vivere quotidiano 
potrà partire 
quella riscossa 
civile, morale, etica ed economica 
di cui questo Paese 
ha vitale bisogno!