lunedì 12 ottobre 2015

SE QUESTI SONO UOMINI


La considerazione che i mafiosi hanno per i bambini: qui e qui.
Nulla da aggiungere.

venerdì 9 ottobre 2015

STORIA DI UNA BANCOMAFIA


Giuseppe Fava
"Mi rendo conto che c’è un'enorme confusione che si fa sul problema della mafia. Questo signore ha avuto a che fare con quelli che dalle nostre parti – come Sciascia giustamente dice – sono scassapagghiari, cioè delinquenti da tre soldi che esistono su tutta la faccia della Terra. I mafiosi sono in ben altri luoghi e in ben altre assemblee. I mafiosi stanno in Parlamento, i mafiosi a volte sono ministri, i mafiosi sono banchieri, i mafiosi sono quelli che in questo momento sono ai vertici della nazione. Se non si chiarisce questo equivoco di fondo... Cioè non si può definire mafioso il piccolo delinquente che arriva e ti impone la taglia sulla tua piccola attività commerciale; questa è roba da piccola criminalità che credo che faccia parte ormai, abiti in tutte le città italiane, in tutte le città europee. Il problema della mafia è molto più tragico e più importante, è un problema di vertice nella gestione della nazione ed è un problema che rischia di portare alla rovina e al decadimento culturale e definitivo l’Italia"

Giuseppe Fava, intervista rilasciata a Enzo Biagi 
in una puntata della trasmissione "Film story" dal titolo "Mafia e camorra", 
registrata il 28 dicembre 1983 e andata in onda il giorno seguente su Rete4, 
in coproduzione con TSI - Televisione Svizzera di lingua Italiana (qui il video). 
Pochi giorni dopo, il 5 gennaio 1984, Fava venne assassinato.





Tutte le storie iniziano con "c'era una volta" e quella che segue non fa eccezione... 

C'era dunque una volta un uomo, tale Paolo Vitale.
Ma non era un uomo qualunque.
Era un uomo di mafia. 
Contiguo a quell'organizzazione di sanguisughe criminali chiamata "Cosa Nostra" fin dal 1981, venne condannato per favoreggiamento nel maxiprocesso istruito (anche) dai giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.
All'evidente scopo di rimpolpare un curriculum delinquenziale di tutto rispetto, si adoperò tramite la propria attività imprenditoriale per reimpiegare capitali di origine illecita provenienti da vari esponenti mafiosi, tra i quali il genero Salvatore Biondo (la figlia di Vitale lo aveva sposato nel 1989, quando era già stato tratto in arresto).
Infine, gli venne sequestrato e definitivamente confiscato un immobile della sua società (la Delmina s.n.c.), divenuto così... cosa nostra!
C'era una volta una banca, la Banca Nazionale del Lavoro.
Ma non era una banca qualunque.
Era una banca molto, molto generosa.
Il 12 giugno 1999, infatti, prima che l'immobile di quel gran pezzo d'un Vitale fosse oggetto di sequestro di prevenzione, concesse al figliolo Francesco - amministratore della ditta paterna - un mutuo fondiario della bellezza di 75 milioni di lire, garantito da apposita ipoteca iscritta  proprio sull'immobile della Delmina s.n.c.. 
Ma la B.N.L. era anche una banca molto, molto coraggiosa.
Ci vuole infatti una notevole dose di coraggio per pretendere - come essa fece - il riconoscimento della propria buona fede e la conseguente ammissione al pagamento del credito ipotecario vantato! Difatti la stravagante istanza venne rigettata per ben due volte dalla Sezione per le Misure di Prevenzione del Tribunale di Palermo (avverso una prima ordinanza dei magistrati, la B.N.L. aveva proposto opposizione davanti al medesimo giudice, il quale - con una seconda ordinanza datata 17 aprile 2014 - aveva confermato il verdetto precedente). 
Tuttavia la B.N.L. era anche una banca molto, molto ostinata.
Arrivò persino a presentare ricorso in Cassazione, purtroppo (per lei) inutilmente.
Già, perchè sei mesi fa la Corte Suprema (sezione I penale, sentenza n. 34106 del 9 aprile 2015 - Presidente Maria Cristina Siotto, Relatore Raffaello Magi) non potè far altro che convalidare in pieno i provvedimenti emessi dai colleghi siciliani.
La B.N.L. aveva infatti sciaguratamente accordato un mutuo sostanzioso senza aver prima svolto nessuna vera istruttoria, essendosi semplicemente limitata ad acquisire la visura camerale e il certificato d’iscrizione della Delmina s.n.c. al Registro delle Imprese.
Eppure (o forse proprio per questo) la contabilità della società era completamente priva di qualsivoglia attendibilità! D'altra parte non poteva essere altrimenti, visto che le risorse da questa impiegate derivavano da delitti di stampo mafioso (come già ricordato, la reale funzione dell'azienda consisteva nel riciclare il denaro sporco dei boss).
Attraverso l'affidamento di quel mutuo che aveva consentito a quel gentiluomo di Paolo Vitale di acquistare un immobile poi sequestrato e confiscato, la B.N.L. "ha reso possibile - di fatto - una operazione di tendenziale reimmissione nel circuito economico […] di capitali di provenienza illecita (con ciò assicurando il frutto di tale attività o comunque il reimpiego di detti capitali [...])".
Ora, poichè l'istituto di credito era perfettamente a conoscenza della biografia criminale di Vitale (del resto non poteva non esserlo, essendo questi stato condannato addirittura nel celeberrimo primo maxiprocesso a Cosa Nostra) e si era reso protagonista di un imperdonabile "difetto di verifica, posto che l'erogazione del mutuo è avvenuta in assenza di un reale controllo della affidabilità soggettiva del richiedente e della linearità della gestione societaria", l'unica constatazione da trarre è la mancanza di buona fede da parte della banca nell'ambito di un affidamento decisamente colpevole.

Morale della storia: sappiate che gli istituti dove siete soliti depositare i vostri soldi non sono (quasi mai) banche. Sono bancomafie!


P.S. Siete interessati ad approfondire il perverso rapporto che lega gli istituti di credito alle associazioni mafiose? Allora vi consiglio di leggere "Banche e mafia, il grande affare. Come e perchè gli istituti di credito aiutano le grandi organizzazioni criminali ad essere la prima azienda del Paese" di Davide Carlucci e Giuseppe Caruso (Ponte alle Grazie, 2013). 
Buona lettura!

Aggiornamento del 13 ottobre 2015
Dall'ordinanza-sentenza contro Abbate Giovanni + 706 emessa l'8 novembre 1985 dall'Ufficio Istruzioni Processi Penali del Tribunale di Palermo (guidato da Antonino Caponnetto e composto da Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Leonardo Guarnotta e Giuseppe Di Lello Finuoli), con cui vennero rinviate a giudizio 475 persone (sarebbe stato il celebre maxiprocesso a Cosa Nostra di cui si è fatto cenno sopra), si evince che Paolo Vitale - nato a Palermo il 26 settembre 1937 - era stato detenuto dal 16 dicembre 1981 al 12 febbraio 1982. 
Egli, insieme a Salvatore Biondo, era socio in un’impresa edile di costruzioni, l’"Immobiliare Sicania", insieme a Francesco Bruno. Secondo i giudici del pool antimafia, quest'ultimo non era un semplice killer occasionale, ma un membro stabile di Cosa Nostra, ragion per cui lo rinviano a giudizio per associazione per delinquere, associazione mafiosa, omicidio, tentato omicidio, detenzione e porto d'armi. 
Ed è proprio nei confronti di Bruno che Paolo Vitale e Salvatore Biondo sono mandati a processo per favoreggiamento personale. Con le loro dichiarazioni, infatti, avevano cercato di fornirgli - per il giorno dell'omicidio da costui commesso a Carini il 1° ottobre 1981 - un alibi "miseramente crollato sotto una schiacciante mole di prove testimoniali", tentando di accreditare la tesi - falsa - secondo la quale Bruno sarebbe rimasto a lavorare in cantiere con loro fino al primo pomeriggio di quel giorno. Erano invece stati smentiti dai propri dipendenti, permettendo così alle indagini di accertare che Bruno si era sì presentato in cantiere la mattina di quel 1° ottobre, ma poi si era allontanato, senza essere più visto nè quel giorno, né in quelli seguenti. 
Ecco perché "il tentativo di fornire un alibi al Bruno da parte dei suoi soci Vitale e Biondo era miseramente naufragato".
Così come è miseramente naufragato il tentativo da parte di una bancomafia di essere ammessa al pagamento di un credito ipotecario vantato in seguito a un mutuo scelleratamente erogato all'azienda di chi aveva "coperto" un assassino mafioso suo socio d'affari.

giovedì 1 ottobre 2015

STARE DALLA PARTE GIUSTA E
NON FAR FINTA DI NON VEDERE

Michele Liguori (1954-2014) 
"Lei lo sapeva che stava facendo una cosa così pericolosa, delicata? L'aveva capito, nel mentre? 
Sì. Io vivo qua, abito qua, mio figlio sta qua. Non potevo far finta di non vedere. A me i vigliacchi non piacciono. 

Sa che il maresciallo, il comandante della stazione è stato condannato perchè invece...
...stava dall'altra parte. 

Cosa trovava in questi giri che faceva?
Di tutto. Scarti di fonderia, rifiuti tossici speciali,... Tutto di più. Il più pericoloso che c'era stava qua.

Perchè è così maltrattata questa terra, tra l'altro bellissima, preziosa, una terra vulcanica rarissima. Perchè è così maltrattata, secondo Lei? 
Perchè non c’è la mentalità di salvaguardare il proprio pezzetto di terreno. La gente passa, guarda e se ne va. Perchè non penso che nessuno se ne sia mai accorto.

Questo sacrificio è enorme da parte sua. Ne vale la pena, secondo Lei, alla fine?
Non lo so. Però l'ho fatto.

Lei è stato segnalato come l'unico non in mano alla mafia, alla criminalità organizzata. Perchè l'han lasciata così solo?
Meglio soli"

Michele Liguori, intervista rilasciata in punto di morte al giornalista de "La Stampa" Niccolò Zancan il 17 gennaio 2014 e pubblicata due giorni dopo sul giornalein un videoreportage sul sito internet della testata
Muore alle 6.43 di quello stesso 19 gennaio 2014.
  

Michele Liguori con la moglie


Michele Liguori è morto e continuerà ad esserlo se noi non ne facciamo vivere le passioni e gli ideali nelle nostre piccole e grandi esperienze.
Sfrattiamo dalle nostre menti l'indifferenza.
Scacciamo l'ignavia dai nostri cuori.
Impegniamoci, dunque!
Facciamo vivere Michele attraverso le nostre azioni, le nostre parole e i nostri pensieri quotidiani.
Dimostriamo concretamente e senza ipocrisie che lui vive - davvero - con noi e dentro di noi.
Facciamone memoria piena, autentica, pratica.
Evitiamo di mettere in atto la solita, stucchevole, retorica messa in scena utile solo a farci credere - illusi - che la nostra coscienza sia a posto.
Come oggi è il giorno in cui un bimbo di nome Michele è sbocciato alla vita, così il testamento morale che questi ci ha lasciato sbocci nella mente e nel cuore di ognuno di noi.
Già, perchè adesso tocca a noi.
Soltanto a noi.

venerdì 18 settembre 2015

SE MI GIRASSI DALL'ALTRA PARTE NON POTREI PERDONARMI, NE' ASSOLVERMI!

Vignetta realizzata da un sacerdote, don Giovanni Berti (qui il suo sito


14 settembre 2015

Lettera aperta ai feroci, ai "prima i nostri", ai "facile parlare, prenditeli in casa"

OSPITERESTI DEI PROFUGHI E DEGLI IMMIGRATI A CASA TUA?

Sì. L'ho già fatto e continuerò a farlo.
L'ho fatto insieme a Luca Rastello con profughi della guerra balcanica.
L'ho fatto con A., marocchino, dopo anni sistemato e sereno, che è diventato mio fratello.
L'ho fatto per anni  con 5 ragazzini randagi di Kourigba che ho tirato grandi, fatto studiare e sistemato strappandoli allo spaccio e allo sfruttamento.
L'ho fatto con una coppia di clandestini romeni, lei incinta di 8 mesi, che dormivano su una panchina in novembre dopo essere stati cacciati dalla famiglia italiana, dove lavoravano in nero, all'annuncio della gravidanza. Ho fatto nascere la loro bambina, che ha dormito nella culla di mia figlia e adesso è una splendida ragazzina.

Ora che l'argomento "portateli a casa tua" lo abbiamo liquidato, vi spiego perché l'ho fatto, continuerò a farlo e mi sono conquistata il dovere, insieme a tantissimi altri, di marciare scalza.

L'ho fatto perché non ero sola e con me c'erano i miei genitori, la mia famiglia, gli amici che mi hanno aiutato: la mia tribù solidale e buonista. Ampia, larga, piena di gente di tutti i colori, classi sociali e portafogli.

Non lo Stato, il Comune, #mafiacapitale e tutte le scemenze che tirate fuori quando parliamo di questo: io, i miei amici e compagni. Punto. Perché era giusto farlo. Punto.

Non ho ospitato profughi, immigrati, clandestini: ho ospitato persone. Uomini e donne che sono diventati amici, fratelli, sorelle.

L'ho fatto perché i miei nonni paterni hanno nascosto per due anni una famiglia ebrea, madre e figlia, rischiando la pelle. Era giusto farlo: non si sono chiesti se era il caso.

L'ho fatto pensando a mia madre bambina che, scappando dalle bombe e dalla fame, è stata accolta da una famiglia di contadini del Mugello che rovistavano nei campi per mangiare e dicevano che dove si mangia in quattro si mangia in otto.

L'ho fatto perché ho passato l'infanzia con una madre insegnante che ha dato lezioni gratuite a vagonate  di ragazze-madri reiette, siciliane venete calabresi laziali, perché prendessero il diploma di terza media e si affrancassero. Venivano a casa, occupavano il tavolo della cucina e studiavano.

L'ho fatto perché chi salva una vita salva l'umanità.

L'ho fatto da singola senza aspettare che qualcuno me lo chiedesse.

L'ho fatto perché non ho nessun merito ad essere nata qui e sento il dovere di restituire la fortuna che ho avuto ad essere sana e nata in pace.

L'ho fatto perché non posso pensare che mentre dormo al caldo c'è qualcuno che rischia di partorire al freddo.

L'ho fatto perché non sopporto la carità pelosa che toglie dignità alle persone.

L'ho fatto perché aborro l'ingiustizia e l'umanità umiliata.

L'ho fatto perché non sono credente e io sono l'unico giudice di me stessa: non potrei perdonarmi né assolvermi nel girarmi dall'altra parte.

L'ho fatto come gesto individuale ma consapevole della necessità di costruire politiche e visioni di società, collettive e per tutti. Italiani e stranieri. I miei e i loro.

E quindi ho fatto marce, raccolto firme, costruito progetti, partecipato a presidi, cortei, iniziative. Ho scritto programmi elettorali, ho fatto proposte politiche, cerco sempre di non smarrire la bussola etica. Quella che mi ha fatto incontrare l'impegno politico tanti anni fa. Ho fatto e faccio quello che posso e riesco per essere coerente, con me stessa intanto.

Perché il gesto individuale non mi basta e non appaga la mia coscienza. Che sarà appagata solo quando non ci sarà più bisogno di gesti individuali.

L'ho fatto senza aver alcun merito per averlo fatto, e senza che nessuno, nessuno, mi debba dire grazie. Perché non sopporto la gratitudine e mi vergogno dell'umiliazione degli altri.

L'ho fatto perché è mio dovere. E basta.

L'ho fatto perché faccio il gioco del SE: se quella donna fossi io, quella figlia fosse la mia, quel padre fosse il mio.

L'ho fatto per puro egoismo: per guardarmi allo specchio la mattina e non disprezzarmi.

L'ho fatto e con me l'hanno fatto migliaia, milioni di altri che si sono conquistati il diritto di marciare scalzi e dire la loro. Qui, in Europa, nel mondo.

Ora ditemi che sono buonista. Ci sono insulti peggiori.

Perché voi un profugo, un immigrato ma neppure un  italiano povero, di cui tanto parlate, in casa non lo ospitereste.

Io sono così  buonista che prenderei in casa anche voi se steste fuggendo dalla fame e dalla paura. Perché continuerei a vedervi umani e farei il mio dovere.

Ilda Curti
(assessore comunale di Torino alle Politiche Giovanili, 
alle Politiche delle Pari Opportunità e 
al Coordinamento Politiche per la multiculturalità e 
per l'integrazione dei nuovi cittadini).



venerdì 4 settembre 2015

AVERE LA FORZA DI CONTINUARE A LOTTARE CONTRO LE PREPOTENZE, 
SENZA ARRENDERSI. MAI!

Rita Atria (1974-1992)
"La morte di una qualsiasi altra persona sarebbe apparsa scontata davanti ai nostri occhi, saremmo rimasti quasi impassibili davanti a quel fenomeno naturale che è la morte ma il giudice Falcone, per chi aveva riposto in lui fiducia, speranza, la speranza di un mondo nuovo, pulito, onesto, era un esempio di grandissimo coraggio, un esempio da seguire. 
Con lui è morta l'immagine dell'uomo che combatteva con armi lecite contro chi ti colpisce alle spalle, ti pugnala e ne è fiero. 
Mi chiedo per quanto tempo ancora si parlerà della sua morte, forse un mese, un anno, ma in tutto questo tempo solo pochi avranno la forza di continuare a lottare. 
Giudici, magistrati, collaboratori della giustizia, pentiti di mafia, oggi più che mai hanno paura, perchè sentono dentro di essi che nessuno potrà proteggerli, nessuno se parlano troppo potrà salvarli da qualcosa che chiamano mafia.
Ma in verità dovranno proteggersi unicamente dai loro amici: onorevoli, avvocati, magistrati, uomini e donne che agli occhi altrui hanno un'immagine di alto prestigio sociale e che mai nessuno riuscirà a smascherare. 
Ascoltiamo, vediamo, facciamo ciò che ci comandano, alcuni per soldi, altri per paura, magari perchè tuo padre volgarmente parlando è un boss e tu come lui sarai il capo di una grande organizzazione, il capo di uomini che basterà che tu schiocchi un dito e faranno ciò che vorrai. Ti serviranno, ti aiuteranno a fare soldi senza tener conto di nulla e di niente, non esiste in loro cuore, e tanto meno anima. 
La loro vera madre è la mafia, un modo di essere comprensibile a pochi.
Ecco, con la morte di Falcone quegli uomini ci hanno voluto dire che loro vinceranno sempre, che sono i più forti, che hanno il potere di uccidere chiunque. 
Un segnale che è arrivato frastornante e pauroso. 
I primi effetti si stanno facendo vedere immediatamente, i primi pentiti ritireranno le loro dichiarazioni, c'è chi ha paura come Contorno [Salvatore Contorno, detto Totuccio, "pentito" di mafia, N.d.A.], che accusa la giustizia di dargli poca protezione. 
Ma cosa possono fare ministri, polizia, carabinieri? 
Se domandi protezione, te la danno, ma ti accorgi che non hanno mezzi per rassicurare la tua incolumità, manca personale, mancano macchine blindate, mancano le leggi che ti assicurino che nessuno scoprirà dove sei. Non possono darti un'altra identità, scappi dalla mafia che ha tutto ciò che vuole, per rifugiarti nella giustizia che non ha le armi per lottare.
L'unica speranza è non arrendersi mai. 
Finchè giudici come Falcone, Paolo Borsellino e tanti come loro vivranno, non bisogna arrendersi mai, e la giustizia e la verità vivrà contro tutto e tutti. 
L'unico sistema per eliminare tale piaga è rendere coscienti i ragazzi che vivono tra la mafia che al di fuori c'è un altro mondo fatto di cose semplici, ma belle, di purezza, un mondo dove sei trattato per ciò che sei, non perchè sei figlio di questa o di quella persona, o perchè hai pagato un pizzo per farti fare quel favore. 
Forse un mondo onesto non esisterà mai, ma chi ci impedisce di sognare. 
Forse se ognuno di noi prova a cambiare, forse ce la faremo"

Rita Atria, tema svolto nell'ambito degli esami per l'ammissione al terzo anno dell'istituto alberghiero di Erice (Trapani), mattino di venerdì 5 giugno 1992. 
Fra le tre tracce proposte, Rita sceglie la seguente: "La morte del giudice Falcone ripropone in  termini drammatici il problema della mafia. Il candidato esprima le sue idee sul fenomeno e sui possibili rimedi per eliminare tale piaga".
Sono trascorsi solo tredici giorni dalla strage di Capaci.
A seguito della prova scritta e degli orali, Rita viene promossa.



Rita Atria



"Con la paura la mafia non si vince"

Rita Atria, parole pronunciate durante l'esame orale in riferimento a ciò che aveva scritto nel tema, 1992.
Dalla testimonianza diretta del commissario d'esame Salvatore Girgenti, professore di Lettere, rilasciata al settimanale "Epoca", 12 agosto 1992.






"Caro signor giudice,
le scrivo perché mi hanno ferita le parole che qualcuno ha voluto dire sul mio conto: sono stata definita una <<pentita>> della mafia. 
Dicono che sono la più giovane <<pentita>> d’Italia perché ho soltanto 17 anni e mezzo. 
Ma io non mi sento affatto una <<pentita>> perché non sono mai stata una mafiosa. 
Sto semplicemente cercando di trovare il coraggio per aiutare la <<nostra>> Sicilia a uscire dalla morsa della mafia. 
L'ho capito da Lei che cosa vuol dire avere coraggio. 
Perchè Lei è un uomo coraggioso dal quale ho imparato tante cose: la prima che nella vita non ci si deve inchinare alla prepotenza. 
Ma soprattutto Lei mi ha insegnato che raccontare la verità aiuta a rimanere sereni e a posto con la propria coscienza. 
In questi mesi ho anche capito che alla Giustizia non servono parole tonanti, ma racconti veri, documentabili, e prove, fatti concreti: sull'emozione deve prevalere il coraggio della ragione. 
Ecco: mio padre è stato ammazzato dalla mafia, mio fratello è stato ammazzato dalla mafia. 
Non voglio più che altri padri e fratelli vengano ammazzati dalla mafia e sino a quando ci sarà Lei al mio fianco non avrò paura di parlare"

Rita Atria, lettera scritta a Paolo Borsellino, 1992.



Rita Atria
"Ora che è morto Borsellino, nessuno può capire che vuoto ha lasciato nella mia vita.
Tutti hanno paura ma io l'unica cosa di cui ho paura è che lo Stato mafioso vincerà e quei poveri scemi che combattono contro i mulini a vento saranno uccisi.
Prima di combattere la mafia devi farti un auto-esame di coscienza e poi, dopo aver sconfitto la mafia dentro di te, puoi combattere la mafia che c'è nel giro dei tuoi amici, la mafia siamo noi ed il nostro modo sbagliato di comportarsi.
Borsellino, sei morto per ciò in cui credevi, ma io senza di te sono morta"

Rita Atria, ultime parole scritte nel suo diario, luglio 1992.
Il 26 luglio 1992 - sette giorni dopo la strage di via D'Amelio - Rita si suicida, lanciandosi nel vuoto dal proprio appartamento al 7° piano di un palazzo di Roma. 
Quaranta giorni dopo avrebbe compiuto 18 anni.




Rita Atria è morta e continuerà ad esserlo se noi non ne facciamo vivere le passioni e gli ideali nelle nostre piccole e grandi esperienze.
Sfrattiamo dalle nostre menti l'indifferenza.
Scacciamo l'ignavia dai nostri cuori.
Impegniamoci, dunque!
Facciamo vivere Rita attraverso le nostre azioni, le nostre parole e i nostri pensieri quotidiani.
Dimostriamo concretamente e senza ipocrisie che lei vive - davvero - con noi e dentro di noi.
Facciamone memoria piena, autentica, pratica.
Evitiamo di mettere in atto la solita, stucchevole, retorica messa in scena utile solo a farci credere - illusi - che la nostra coscienza sia a posto.
Come oggi è il giorno in cui una bimba di nome Rita è sbocciata alla vita, così il testamento morale che lei ci ha lasciato sbocci nella mente e nel cuore di ognuno di noi.
Già, perchè adesso tocca a noi.
Soltanto a noi. 

domenica 30 agosto 2015

SOSTENERE LE PERSONE ONESTE CHE, 
pur pensandola diversamente da noi,
LOTTANO CONTRO LE MAFIE 
DIFENDONO LA COSTITUZIONE. 
Con i fattisenza interessi personali 

Cesare Terranova (1921-1979)
"E' in alto che bisogna colpire... 
Gli uomini politici...: il punto è sempre questo, che la criminalità mafiosa si distingue dalla delinquenza comune per il suo aggancio costante con i centri del potere politico e amministrativo"

Cesare Terranova, parole pronunciate al Palazzo di Giustizia di Palermo il 19 maggio 1971, così come riportate da "l'Unità" del giorno seguente. 




"[…] io potevo soltanto mettere in luce i buoni rapporti tra i La Barbera e Lima; questo l’ho fatto, ma ogni potere - mi consenta - ha i suoi limiti. Non potevo certamente io espellere l'on. Lima dalla Democrazia cristiana. Non è mio compito, spetta ad altri...
[...] Io dico che combattere una banda di rapinatori, o una banda di racket che controlli un giro di bische a Milano o una catena di night a Torino è una cosa; mentre fare i conti con i mafiosi protetti in alto, è una cosa ben diversa, più complicata e difficile. 
Ma si rende conto, lei, cosa significa per un magistrato interrogare un sindaco o un deputato, e dover chiedere a se stesso ad ogni istante se davanti ha una persona pulita o un...colluso con la mafia?
[...] Eh, no!, lo ripeto: ciò che contraddistingue il mafioso dal delinquente comune è l'aggancio costante che il boss ha con centri del potere politico e amministrativo"

Cesare Terranova, intervista rilasciata a Giorgio Frasca Polara e pubblicata su "l'Unità" del 20 maggio 1971 con il titolo "<< BISOGNA COLPIRE IN ALTO>>".




Cesare Terranova
"Elettrici ed elettori delle circoscrizioni siciliane, 
credo che tra i miei doveri di candidato indipendente alle elezioni per la Camera dei Deputati, vi sia anche quello di chiarire al più largo numero possibile di elettori, i motivi del mio impegno di cittadino dedito ai problemi della giustizia nelle liste del Partito comunista italiano. 
E' per una esigenza di chiarezza e di correttezza che tengo a precisare ancora una volta che io non sono comunista, anche se, evidentemente ho per i comunisti una stima profonda senza la quale — indipendentemente dai motivi che cercherò di illustrare -  non sarebbe stata possibile la mia partecipazione attiva alla loro battaglia elettorale. 
Questa stima è maturata per la posizione chiara di lotta che i comunisti hanno assunto contro la mafia e i suoi collegamenti politici, per il disinteresse personale e l'onestà dei dirigenti del PCI, per il sostegno che i comunisti hanno dato a tutte le posizioni giuste che sono emerse in seno all'apparato dello Stato a difesa dello spirito della nostra Costituzione, per il rispetto che il PCI ha dimostrato nell'adempimento degli impegni da esso assunti in Italia in una prospettiva di collaborazione del movimento operaio e popolare con le forze migliori del ceto medio, della tecnica e della cultura. 
Sono semplicemente un uomo che crede ad un ordine civile fondato sulle libertà personali e collettive quale è quello disegnato dalla Costituzione della Repubblica Italiana. 
E i comunisti in questi 27 anni di vita democratica hanno dimostrato con i fatti di rispettare il patto costituzionale, cosa che altri non hanno sempre fatto. 
E nella sfera politica, come in tutte le manifestazioni umane, più che le parole contano i fatti. 
Negli anni in cui mi sono impegnato nella assillante fatica dell’amministrazione della giustizia, credo di avere fatto sempre il possibile per ispirarmi ai principi democratici e perseguire la via giusta e sicura dell’ordine costituzionale, contro le fallaci tentazioni di combattere la criminalità con i metodi cosiddetti <<forti>> i quali in realtà come insegna la storia sono deboli perché compromettono quel rapporto democratico di fiducia tra lo Stato e i cittadini che è il solo possibile fondamento di un ordine davvero stabile.
[…] Ogni persona onesta deve quindi sentirsi impegnata a stare attenta a non commettere errori, a non usare del proprio diritto di voto in maniera errata, e cioè contro, anziché per il rinnovamento e l’ordine nella giustizia. 
Anche gli sforzi e i sacrifici necessari all'unità delle forze democratiche, e quindi all'incisività e alla efficacia delle energie rinnovatrici, diventano in questa situazione un dovere morale. 
Quando mi è stato rivolto l'invito a partecipare come indipendente alla campagna elettorale del PCI ho accettato nella prospettiva di poter dare il mio apporto civile, e in qualche misura anche tecnico, di magistrato, al disegno volto a costruire quella unità e quelle alleanze capaci di porre un mutamento nella direzione politica del Paese.
[…] Con questo credo di avere spiegato la mia posizione, le ragioni e la coerenza che come candidato indipendente nelle liste del PCI sento di avere nel mio impegno di sempre per la giustizia. 
Per le elettrici e gli elettori delle circoscrizioni siciliane, la testimonianza che offro - sulla base di una esperienza in uno dei settori nei quali più direttamente si colgono certi aspetti drammatici della crisi che attanaglia la Sicilia e il Paese - ha, in definitiva, un significato semplice e chiaro. 
La via di uscita, la tranquillità e la sicurezza, la stabilità e l'equilibrio, il progresso economico e sociale, si trovano dalla parte della giustizia, del rispetto della Costituzione […]"

Cesare Terranova, lettera indirizzata agli elettori e alle elettrici delle due circoscrizioni siciliane in vista delle elezioni politiche del 7 maggio 1972, in cui si presentava come candidato indipendente del Partito Comunista Italiano nelle liste della Camera dei Deputati. Pubblicata su "l’Unità" del 9 aprile 1972 con il titolo "Con i comunisti, perché il Paese avanzi sulla via della Costituzione".




"[…] l'impegno civile e morale […] è stato in ogni momento il mio riferimento fermo e costante"

Cesare Terranova, risposta a una lettera inviatagli dal senatore Emanuele Macaluso, in cui annuncia di lasciare l'incarico parlamentare (assolto per due legislature consecutive come indipendente nelle liste del PCI in Sicilia) per tornare a svolgere le funzioni di magistrato. Pubblicata su "l’Unità" del 4 maggio 1979 con il titolo "Terranova: porto con me nella vita giudiziaria un'esperienza ricchissima".


Cesare Terranova

Cesare Terranova è morto e continuerà ad esserlo se noi non ne facciamo vivere le passioni e gli ideali nelle nostre piccole e grandi esperienze.
Sfrattiamo dalle nostre menti l'indifferenza.
Scacciamo l'ignavia dai nostri cuori.
Impegniamoci, dunque!
Facciamo vivere Cesare attraverso le nostre azioni, le nostre parole e i nostri pensieri quotidiani.
Dimostriamo concretamente e senza ipocrisie che lui vive - davvero - con noi e dentro di noi.
Facciamone memoria piena, autentica, pratica.
Evitiamo di mettere in atto la solita, stucchevole, retorica messa in scena utile solo a farci credere - illusi - che la nostra coscienza sia a posto.
Come il 15 agosto è il giorno in cui un bimbo di nome Cesare è sbocciato alla vita, così il testamento morale che questi ci ha lasciato sbocci nella mente e nel cuore di ognuno di noi.
Già, perchè adesso tocca a noi.
Soltanto a noi.

P.S. Mi scuso per aver ritardato di quindici giorni la pubblicazione di questo post, facente parte della serie "Facciamoli vivere!"

lunedì 17 agosto 2015

L'UNDICESIMO COMANDAMENTO



"Venite, voi che siete i benedetti dal Padre mio; 
entrate nel regno che è stato preparato per voi 
fin dalla creazione del mondo.
Perchè, io ho avuto fame e voi mi avete dato da mangiare,
ho avuto sete e mi avete dato da bere;
ero forestiero e mi avete ospitato nella vostra casa;
ero nudo e mi avete dato i vestiti;
ero malato e siete venuti a curarmi;
ero in prigione e siete venuti a trovarmi.
[...] In verità, vi dico 
che tutte le volte che avete fatto ciò 
a uno dei più piccoli di questi miei fratelli, 
lo avete fatto a me!"

Mt 25,34-40 




"Profughi accolti a Sotto il Monte, l'irritazione dei pellegrini: 
<<Così non si rispetta papa Giovanni>>"  

"Se il pellegrino è intollerante"


Ecco, alcune malelingue miscredenti - dalle quali, ovviamente, mi dissocio - fanno umilmente notare che moltissimi fedeli e devoti cristiani non sono proprio così credenti e coerenti...
Per di più - sostengono - non si tratterebbe di una novità recente, anzi... 
Pare che il fenomeno misterioso (e doloroso) perduri addirittura da un paio di millenni circa. 
Tuttavia alcuni ritengono - ma, per chiarezza, ribadisco la mia convinta dissociazione da simili tesi - che sia necessario risalire ai tempi di Mosè, quando Dio affidò agli uomini i propri comandamenti.
L'ultimo, l'undicesimo, pare fosse (e sia tuttora) il più importante: si dice, ma non si fa (e viceversa).


P.S. Tutte le vignette di questo post sono state realizzate da un sacerdote, don Giovanni Berti (qui il suo sito).

mercoledì 5 agosto 2015

I SUDDITI DEL GIORNALISMO


E pensare che l'8 maggio del 1992, 
sull'ultimo numero del giornale "L’Ora", 
Michele Perriera scriveva:

"I sovrani del giornalismo sono gli avvenimenti e la cultura 
e due sono i modi di servirli: 
la sensibilità all'ascolto e la spregiudicatezza dell'indagine. 
Il regno del giornalismo democratico è perciò 
nel piacere di svelare e nel dovere di denunciare".

Qui il mio consiglio di lettura odierno.  



lunedì 20 luglio 2015

I MAFIOSI CI IMPOVERISCONO. 
ANCHE A TAVOLA

Se i prezzi di generi alimentari - frutta e verdura in primis - aumentano, è (anche) colpa delle mafie.
Nostrane.

"E' di palmare evidenza che la perpetrazione di attività estorsive in danno di imprenditori operanti sul territorio rappresenta grave e concreto pregiudizio alla libertà di iniziativa economica privata, allo sviluppo delle attività economiche di interesse della locale imprenditorialità,  a una promozione adeguata della dignità e della libertà dell'imprenditore, condizione indispensabile per il proseguimento attraverso l'iniziativa economica privata anche di un'utilità sociale. E' altrettanto di palmare evidenza che la perpetrazione di estorsioni in territorio nisseno nell'ambito di una programmata e sistematica attività delittuosa riconducibile a organizzazioni criminali solide e durature, oltre a creare pregiudizio al singolo imprenditore estorto, determina un'immediata ricaduta sulle condizioni in cui tutti gli altri imprenditori potranno operare e stabilizza costi impropri e rischi gravi che possono comprimere illegalmente le libertà sancite dall'articolo 41 della Costituzione"


"L'imposizione del pizzo da parte di due cosche mafiose in accordo tra loro e la connessa pretesa di mantenere quote di mercato in favore di imprenditori ritenuti affidabili perché certamente remissivi alle richieste estorsive sono fatti che compromettono la libertà degli operatori economici, la trasparenza e la competitività del mercato"

Dagli atti dell'operazione "Odessa" eseguita nel novembre 2005 su ordine del Gip di Caltanissetta Giovanbattista Tona (41 arrestati).

domenica 19 luglio 2015

AVERE IL CORAGGIO DI ESSERE LIBERI
(di fatto non solo a parole)

Libero Grassi (1924-1991)
"La <<Sigma>> è un'azienda sana, a conduzione familiare. 
Da anni produciamo biancheria da uomo: pigiami, boxer, slip e vestaglie di target medio-alto che esportiamo in tutta Europa. 
Abbiamo 100 addetti: 90 donne e 10 uomini. 
Il nostro giro d'affari è pari a 7 miliardi annui. 
Evidentemente è stato proprio l'ottimo stato di salute dell'impresa ad attirare la loro attenzione. 
La prima volta mi chiesero i soldi per i <<poveri amici carcerati>>, i <<picciotti chiusi all'Ucciardone>>.
Quello fu il primissimo contatto. 
Dissi subito di no.
Mi rifiutai di pagare. 
Così iniziarono le telefonate minatorie: <<Attento al magazzino>>, <<guardati tuo figlio>>, <<attento a te>>. 
Il mio interlocutore si presentava come il geometra Anzalone, voleva parlare con me. 
Gli risposi di non disturbarsi a telefonare. 
Minacciava di incendiare il laboratorio. 
Non avendo intenzione di pagare una tangente alla mafia, decisi di denunciarli. 
Il 10 gennaio 1991 scrissi una lettera al <<Giornale di Sicilia>> che iniziava così: <<Caro estortore...>>. 
La mattina successiva qui in fabbrica c'erano dei carabinieri, dieci televisioni e un mucchio di giornalisti. 
A polizia e carabinieri consegnai 4 chiavi dell'azienda chiedendo loro protezione. 
Mentre la fabbrica era sorvegliata dalla polizia entrarono due tipi strani. 
Dissero di essere <<ispettori di sanità>>. 
Fuori però c'era l'auto della polizia e avevano grande premura. 
Volevano parlare a tutti i costi con il titolare. 
Scesi e dissi loro che il titolare riceve solo per appuntamento e al momento era impegnato in una riunione. 
Se ne andarono. 
Li descrissi alla polizia e loro si accorsero che altri imprenditori avevano fornito le medesime descrizioni. 
Gli esattori del <<pizzo>>, i due che indifferentemente si facevano chiamare geometra Anzalone, altri non erano che i fratelli gemelli Antonio e Gaetano Avitabile, 26 anni. 
Furono arrestati il 19 marzo insieme ad un complice. 
Una bella soddisfazione per me, ma anche qualche delusione; il presidente provinciale dell'Associazione industriali, Salvatore Cozzo, dichiarò che avevo fatto troppo chiasso. 
Una <<tamurriata>> come si dice qui. 
E questo, detto dal rappresentante della Confindustria palermitana, mi ha ferito. 
Infatti dovrebbero essere proprio le associazioni a proteggere gli imprenditori. 
Come? È facile. 
Si potrebbero fare delle assicurazioni collettive. 
Così, anche se la mafia minaccia di dar fuoco al magazzino si può rispondere picche. 
Ma anche a queste mie proposte il direttore dell'Associazione industriali di Palermo, dottor Viola, ha detto no, sostenendo che costerebbe troppo. 
Non credo però si tratti di un problema finanziario, è necessaria una volontà politica. 
L'unico sostegno alla mia azione, a parte le forze di polizia, è venuta dalla Confesercenti palermitana. 
Devo dire di aver molto apprezzato l'iniziativa SoS Commercio che va nella stessa direzione della mia denuncia. 
Spero solo che la mia denuncia abbia dimostrato ad altri imprenditori siciliani che ci si può ribellare. 
Non ho mai avuto paura ed ora mi sento garantito da ciò che ho fatto. 
La decisione scandalosa del giudice istruttore di Catania, Luigi Russo (del 4 aprile 1991) che ha stabilito con una sentenza che non è reato pagare la <<protezione>> ai boss mafiosi, è sconvolgente. 
In questo modo infatti è stato legittimato con il verdetto dello Stato il pagamento delle tangenti. 
Così come la resa delle istituzioni e le collusioni. 
Proprio ora che qualcosa si stava muovendo per il verso giusto. 
Stabilire che in Sicilia non è reato pagare la mafia è ancora più scandaloso delle scarcerazioni dei boss.
Ormai nessuno è più colpevole di niente. 
Anzi, la sentenza del giudice Russo suggerisce agli imprenditori un vero e proprio modello di comportamento; e cioè, pagate i mafiosi. 
E quelli che come me hanno invece cercato di ribellarsi? 
Ora più che mai le Associazioni imprenditoriali che non si impegnano sinceramente su questo fronte vanno messe con le spalle al muro. 
La risposta infatti deve essere collettiva per spersonalizzare al massimo la vicenda"

Libero Grassi, lettera pubblicata sul "Corriere della Sera" il 30 agosto 1991 (il giorno successivo al suo omicidio).



Libero Grassi
"Caro estortore
Volevo avvertire il nostro ignoto estortore di risparmiare le telefonate dal tono minaccioso e le spese per l'acquisto di micce, bombe e proiettili, in quanto non siamo disponibili a dare contributi e ci siamo messi sotto la protezione della polizia.
Ho costruito questa fabbrica con le mie mani, lavoro da una vita e non intendo chiudere. 
Anche mio figlio, Davide, che dirige l’azienda al mio fianco, la pensa come me.
Se paghiamo i cinquanta milioni, torneranno poi alla carica chiedendoci altri soldi, una retta mensile, saremmo destinati a chiudere bottega in poco tempo. 
Per questo abbiamo detto no al <<geometra Anzalone>> [nominativo con il quale si presenta l'estortore di Cosa Nostra al telefono, N.d.A.] e diremo no a tutti quelli come lui"

"Io considero l'estorsione la madre di tutti i crimini, perché stabilisce un consolidamento della manodopera mafiosa sul territorio. 
Praticamente tu ti paghi, ti vai a pagare la criminalità, non la protezione. La criminalità del territorio. In forma stabile. 
Questa criminalità ovviamente poi è disposta e diventa arma d’uso dai livelli più alti.
[…] Ognuno, ogni istituzione, ogni industria, ogni individuo, ogni associazione deve prendere posizione su questa vicenda e non rimanere sul piano dell’ambiguità. 
Non è interessante quello che faccia lo Stato. Lo Stato deve fare il suo compito, già evidentemente definito.
Quello che è interessante – e credo che dobbiamo fare – è importante, è che noi da siciliani risolviamo noi questo problema con un atteggiamento preciso e dichiarato.
[…] Sono le associazioni e le istituzioni, in fondo, che debbono dire all'imprenditore: <<Tu puoi lavorare perché noi ti diamo le condizioni per lavorare>>. Che sono: la tranquillità, l’ambiente e la disponibilità al fare. Queste sono le condizioni per cui l’imprenditore può lavorare.
[…] Noi abbiamo bisogno della tranquillità ambientale. 
Né la connivenza, né la collusione. 
Perché io personalmente a questo non ci sto! 
Se gli altri ci vogliono stare, alla fine lo dichiarano, come l’hanno dichiarato. 
Un magistrato ha detto, in fondo, che se si vuole fare il manager industriale in Sicilia bisogna mettersi il cuore in pace e mettersi d’accordo prima con la mafia o insieme con la mafia. 
Questa è la condizione. 
Evidentemente a questa condizione, quando si oppone la cittadinanza, un dovere civico, le autorità, le istituzioni, queste sono le maniere per cui le condizioni cambiano. 
Poi, se le condizioni cambiano e c’è una dichiarazione in questo senso, io ci sto; sennò, non ci sto! 
Siccome io non ho paura, non voglio essere né connivente, né colluso…
[…] I contatti con la mafia avvengono tutti i giorni, normalmente, in tutti i posti. 
[…] La mafia è il maggiore interlocutore politico perchè assicura i voti di preferenza; 
il maggiore interlocutore amministrativo perchè è presente, attraverso sempre la scala delle preferenze nei partiti, nei consigli di amministrazione e nelle associazioni importanti; 
è il maggiore interlocutore finanziario, perchè ha i soldi. 
Io questo che sto dicendo a Lei l’ho detto al Tg1 che – purtroppo - questo pezzettino, poi lo ha tagliato. Forse, evidentemente, per ragioni di tempo.
Non si aspetti di trovare il mafioso a cavallo col cappello storto, perchè questo è folklore. 
Il mafioso è un fatto, come anche in Italia avviene alla Banca Nazionale del Lavoro, che ci sono tremila miliardi, di cui nessuno si è accorto, quella sera non hanno controllato il fondo cassa se era giusto o non era giusto. 
Ci sono vicende che per avere una raffigurazione che Lei mi chiede: <<Chi è il mafioso?>>. 
Il mafioso – Le rispondo - è chi non vede che mancano tremila miliardi dalla cassa. 
Oppure chi è ucciso perchè non ha rispettato la tangente, il gruppo, eccetera eccetera. 
In fondo quello che è stato ucciso era il Direttore Generale delle Ferrovie"



"... il primato della legge, il primato della politica, il primato della morale.
Ma c’è un primato superiore: quello della qualità del consenso. 
La formazione del consenso, che poi è l’arma della mafia. 
La prima cosa che controlla la mafia - cosa d’altra parte facile a trovarne una soluzione -  è il voto. 
La qualità del consenso. 
A una cattiva raccolta di voti corrisponde una cattiva democrazia. 
I valori morali sono transeunti, si formano, sono contemporanei. 
Non c’è un valore morale, non c’è una legge valida per sempre. 
La legge la fanno i politici, la fanno buona, la fanno cattiva, relativa al consenso. 
Sempre. 
Se i politici hanno un cattivo consenso faranno delle cattive leggi. 
E allora noi dobbiamo curare la qualità del consenso. 
[...] Non mi piace pagare, perchè è una rinuncia alla mia dignità di imprenditore. 
Io divido le mie scelte con il mafioso. 
Questo è il vero fatto. 
Non è che io non abbia avuto avvicinamenti... [...] Non pago, preferisco stare nei miei affari.
[...] Se tutti si comportano come me, si distruggono gli estortori, non le industrie!
[...] Io è quarant'anni che ci vivo. Ancora non sono morto, la maggior parte dei miei anni lavorativi li ho fatti.
[...] Io è quarant'anni che faccio l'industriale in Sicilia e non sono andato mai a cena con Greco, con Marchese [cioè con i mafiosi, N.d.A.]. Io questa necessità estrema non l'ho avuta. [...] Non è detto che gli industriali di Catania debbano fare tutti gli affari, mandandoci in avanscoperta o per concedere i subappalti al mafioso. Ma chi l'ha detto? Rinunciano all'affare!" 



"Paura? E perchè? 
Non serve avere paura. 
La paura fa il gioco della mafia. 
Bisogna avere il coraggio di fare scelte precise, di decidere da che parte stare. 
E non farsi cogliere da sentimenti irrazionali. 
Oggi uccidermi è più difficile. 
Mi sono esposto con le denunce e ho reso la società responsabile della mia vita. 
No, il sistema mafioso non mi eliminerebbe. 
Lo farebbe piuttosto se mi cucissi la bocca, se fossi uno di loro"

Libero Grassi, "Giornale di Sicilia", 30 agosto 1991 (il giorno successivo al suo omicidio).


Libero Grassi è morto e continuerà ad esserlo se noi non ne facciamo vivere le passioni e gli ideali nelle nostre piccole e grandi esperienze.
Sfrattiamo dalle nostre menti l'indifferenza.
Scacciamo l'ignavia dai nostri cuori.
Impegniamoci, dunque!
Facciamo vivere Libero attraverso le nostre azioni, le nostre parole e i nostri pensieri quotidiani.
Dimostriamo concretamente e senza ipocrisie che lui vive - davvero - con noi e dentro di noi.
Facciamone memoria piena, autentica, pratica.
Evitiamo di mettere in atto la solita, stucchevole, retorica messa in scena utile solo a farci credere - illusi - che la nostra coscienza sia a posto.
Come oggi è il giorno in cui un bimbo di nome Libero è sbocciato alla vita, così il testamento morale che questi ci ha lasciato sbocci nella mente e nel cuore di ognuno di noi.
Già, perchè adesso tocca a noi.
Soltanto a noi.