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domenica 7 dicembre 2014

IL RISCHIO LEGALITA' 

Antonino Di Matteo

"E non sapete voi che
il soffrire per la giustizia è il nostro vincere?
[...]
Certo non vi sarà domandato, un giorno,
se abbiate saputo fare stare a dovere i potenti;
che a questo non vi fu dato nè missione, nè modo.
Ma vi sarà ben domandato
se avrete adoprati i mezzi ch'erano in vostra mano
per far ciò che v'era prescritto,
anche quando avessero la temerità di proibirvelo"

Alessandro Manzoni, "I Promessi Sposi", capitolo XXV


Nonostante il boss di Cosa Nostra Vito Galatolo sostenga che a Palermo sia già arrivato il tritolo destinato al pm Antonino Di Matteo e che in tale progetto stragista siano coinvolti anche personaggi esterni alla mafia siciliana, il ministero dell'Interno (guidato da Angelino Alfano) si ostina a negare al magistrato dei processi sulla mancata cattura di Provenzano e sulla trattativa Stato-mafia il solo strumento in grado di evitare l'ennesima carneficina.
Si tratta del bomb jammer, un dispositivo capace di neutralizzare gli impulsi elettrici degli esplosivi attivati a distanza, più volte promesso da Alfano, ma - chissà per quale misterioso motivo - mai pervenuto a Di Matteo e agli uomini della scorta.
Così, mentre lo Stato italiano persevera a lasciare sempre più solo uno dei magistrati più esposti e più scomodi d'Italia, le organizzazioni mafiose si rivelano decisamente più attente e attrezzate.
Prendiamo Mafia Capitale, l'organizzazione mafiosa romana che controlla(va) attività economiche, appalti e servizi pubblici, operando "in un mondo di mezzo, un luogo dove [...] si realizzano sinergie criminali e si compongono equilibri illeciti tra il mondo di sopra, fatto di colletti bianchi, imprenditoria e istituzioni, e il mondo di sotto, fatto di batterie di rapinatori, trafficanti di droga, gruppi che operano illecitamente con l’uso delle armi".
Queste le parole utilizzate dal Gip di Roma Flavia Costantini nell'ordinanza di custodia cautelare emessa il 28 novembre scorso nell'ambito del procedimento penale n. 30546/10 R.G.N.R., a seguito della quale è scattata l'operazione "Terra di mezzo" (37 arresti, di cui 29 in carcere e 8 ai domiciliari).
Ebbene, nella stessa ordinanza il giudice parla di "rischio legalità", ovvero del rischio corso dai mafiosi di essere scoperti. Consapevoli di ciò, come tutti i delinquenti del mondo, si sono dotati di mezzi precauzionali, quali utenze telefoniche dedicate e un disturbatore di frequenze tipo "jammer". 
Già, proprio quello di cui necessiterebbe Di Matteo per non essere ucciso.
Ovviamente i mafiosi si servono dello stesso attrezzo per raggiungere uno scopo ben diverso, ossia impedire la captazione delle proprie conversazioni ambientali.
Nel caso di Mafia Capitale, è Massimo Carminati, il capo, a manifestare la necessità di posizionare un disturbatore di frequenze nel luogo dove l'associazione è solita riunirsi (la sede romana della Cooperativa 29 Giugno, in via Pomona n. 63, all'interno dell'ufficio di Salvatore Buzzi, colui che gestisce la contabilità occulta del sodalizio mafioso, il pagamento di tangenti ai pubblici ufficiali e l'aggiudicazione degli appalti pubblici). 
<<Intanto ti porto un coso.. un jammer....intanto lo mettiamo qua lo attacchiamo così quando uno è.. lo accende e vediamo.. intanto.. qui i telefonini pure se son accesi>> dice Carminati a un collaboratore di Buzzi (Emilio Gammuto) l'11 dicembre 2013.
L'apparecchio - installato a partire (almeno) dal 20 gennaio 2014 - viene attivato prima di ogni riunione, in modo da consentire ai criminali di parlare liberamente dei loro sporchi affari, lontano dalle orecchie indiscrete di giudici "impiccioni".
<<Ma sei sicuro che filtra tutto sto cazzo di ..(inc)..con questa mafia qua mi sa che ci troviamo nella stessa cella tutti e due!>> domanda un uomo non meglio identificato.
<<Questo me l’ha portata Massimo ...è una cosa seria!!>> risponde Salvatore Buzzi. 
Per fortuna le forze dell'ordine sono riuscite ugualmente a intercettare le conversazioni della banda di malavitosi. 
La stessa fortuna che evidentemente non spetta al magistrato Antonino Di Matteo. 
Perchè se una banda di criminali mafiosi corre il "rischio" che la legalità trionfi utilizzando (anche) il dispositivo "jammer", mentre Di Matteo è costretto ad affrontare da tempo un altro rischio - quello di essere ucciso - per l'assenza dello stesso strumento, significa che lo Stato non vuole proteggere uno dei pochi servitori rimasti fedeli alle Istituzioni. 
Vuole ammazzarlo.


"Non è possibile vincere questa battaglia, questa guerra,
se nei luoghi strategici delle istituzioni
Roberto Scarpinato
continuano a restare ai loro posti persone
che per vari motivi,
o un difetto di competenza,
o forme di indifferenza morale,
o per rassegnazione fatalistica,
non sono in grado di assolvere ai loro doveri, ai loro compiti.
Bisogna ristabilire il principio di responsabilità
che passa anche attraverso rimozioni e dimissioni
per affermare che oggi in Italia,
quando si tratta di vita o di morte,
se c'è qualcuno che non è all'altezza deve andare via.
[...]
Come si può fare la nuova Resistenza
quando la nostra vita è affidata a queste persone?
Si può chiedere coraggio se corri un rischio,
non quando c'è la certezza di morte.
Ormai i magistrati e gli uomini delle scorte si rendono conto
di essere abbandonati a loro stessi"

Roberto Scarpinato, magistrato,
articolo di Saverio Lodato dal titolo "Dura requisitoria del giudice <<ribelle>>",
pubblicato su "l'Unità" del 27 luglio 1992
(65 giorni dopo la strage di Capaci e 8 giorni dopo quella di via D'Amelio).
Nel "pezzo" il giornalista ricorda che moltissimi magistrati di Palermo sono
"stanchi di andare al macello
mentre la colonna sonora delle istituzioni intona proclami retorici.
Sono giudici stanchi.
Stanchi di gridare nel deserto un puntiglioso elenco di
misure possibili per controbattere il potere di Cosa Nostra.
Stanchi, soprattutto, di assistere a questa paurosa forbice
fra quanto si dovrebbe, si potrebbe fare,
e ciò che concretamente viene fatto". 



P.S. Invito i lettori di questo blog a sottoscrivere - come me - la lettera di Giulio Cavalli indirizzata a Matteo Renzi e a Giorgio Napolitano, in cui l'autore e attore teatrale chiede conto dell'inquietante inerzia e dei fragorosi silenzi nei confronti di Antonino Di Matteo. 

giovedì 25 settembre 2014

LA LEGALITA' DI IERI E' OGGI 



"Se è vero che esiste un potere, questo potere è solo quello dello Stato, delle sue istituzioni e delle sue leggi; non possiamo oltre delegare questo potere nè ai prevaricatori, nè ai prepotenti, nè ai disonesti".

Con queste parole Carlo Alberto dalla Chiesa - insediatosi come prefetto di Palermo il 30 aprile 1982, lo stesso giorno dell'omicidio di Pio La Torre - intervenne a un incontro con i Maestri del Lavoro, tenutosi nel capoluogo siciliano il 1° maggio 1982. Fu il suo primo discorso pubblico come prefetto della città.

Carlo Alberto dalla Chiesa

"[...] l'unica cosa di cui ho paura è che lo Stato mafioso vincerà e quei poveri scemi che combattono contro i mulini a vento saranno uccisi. Prima di combattere la mafia devi farti un auto-esame di coscienza e poi, dopo aver sconfitto la mafia dentro di te, puoi combattere la mafia che c'è nel giro dei tuoi amici, la mafia siamo noi ed il nostro modo sbagliato di comportarsi. [...]".

Così termina il diario di Rita Atria, coraggiosissima testimone di giustizia siciliana.
Una settimana dopo l'uccisione di Paolo Borsellino - il 26 luglio 1992 - si è suicidata per il vuoto incolmabile che quella perdita le aveva lasciato. 
Aveva solo 17 anni.

Rita Atria

Per far rivivere i valori del Generale e di Rita, ho deciso di firmare una petizione per chiedere che il Maresciallo Saverio Masi sia restituito al Reparto Investigativo dei Carabinieri di Palermo (se vuoi firmare anche tu clicca qui).
Per conoscere la sua vicenda segnalo un paio di articoli (clicca qui e qui) e un video (clicca qui).
Suggerisco inoltre di leggere con attenzione un recente intervento pubblico del Maresciallo Masi (clicca qui). Si tratta di un discorso davvero importante, di quelli da conservare nella mente e nel cuore, ogni giorno.

domenica 12 gennaio 2014

SALVIAMO UNA PAGINA DI STORIA!


Le vicende di un'ex colonia fascista trasformata dal 1945 al 1948 in centro di accoglienza e reinserimento sociale per 800 bambini ebrei sopravvissuti alle persecuzioni e ai lager nazisti è stata raccontata da Thomas Mackinson su "il Fatto Quotidiano" del 6 gennaio scorso.

La petizione per salvare un luogo simbolo della storia contemporanea nazionale e internazionale (disgraziatamente lasciato in un deprecabile stato di abbandono) da una selvaggia e sciagurata speculazione edilizia si trova qui.

Io l'ho firmata.
Spero tanto lo facciate anche voi.

mercoledì 20 novembre 2013

ORGANIZZIAMO IL CORAGGIO!

Pino e Marisa Masciari

"A: Angelino Alfano, Ministro dell'Interno

Non si abbandoni chi lotta contro la criminalità organizzata

Il nome di mio marito è Pino Masciari. Dal 1997 al 2010 è stato sottoposto al programma speciale di protezione previsto per i testimoni e attualmente è sotto scorta, insieme a tutta la nostra famiglia, per aver denunciato e fatto condannare con le sue dichiarazioni decine di capi e gregari di importanti famiglie della ‘ndrangheta. 

Nel 1988 mio marito cominciò a lavorare nell'impresa edile di suo padre, il quale si era già rivolto alle Forze dell'Ordine per riferire sulle pressioni e le estorsioni che la 'ndrangheta esercitava sul loro lavoro. Da subito Pino si ribellò alle pretese dell'organizzazione a delinquere, vedendo così le prime ripercussioni sull'azienda e ostruzionismi di varia natura, come furti, incendi, danneggiamenti e minacce. 

Alcuni malavitosi avvicinarono uno dei suoi fratelli e gli spararono alle gambe. 

Nel 1994 Pino fu costretto a licenziare tutti i suoi operai e a denunciare presso le forze dell'ordine quanto stava subendo. 

Dopo numerose perdite economiche, le banche smisero di prestarci denaro e Pino fu costretto a ricorrere agli usurai per ottenere quella liquidità che veniva meno dai mancati pagamenti dei lavori già realizzati dalla ditta. 

Nell'ottobre del 1996 il Giudice Patrizia Pasquin dichiarò la ditta "Masciari Costruzioni" fallita. 

La Distrettuale Antimafia di Catanzaro, la Commissione Parlamentare Antimafia, le diverse Sentenze dei Tribunali, lo stesso Ministero dell’Interno con la Commissione Centrale ex art. 10 L.82/91, presero atto che il fallimento dell’impresa era la conseguenza della sua ribellione al sistema criminale del potere ‘ndranghetistico, per cui la Commissione Centrale del Ministero dell’Interno assunse con delibera l’onere del pagamento della procedura fallimentare e di tutto ciò che ne derivava. 

Io, mio marito e i miei figli dal 17 ottobre 1997 abbiamo dovuto abbandonare per il grave ed imminente pericolo di vita la nostra terra, la Calabria, le nostre attività di imprenditore e di medico odontoiatra, le nostre famiglie e vivere per 13 lunghi anni in località protetta.

Per denunciare la criminalità, mio marito ha abbandonato la sua attività di imprenditore e tutta la nostra famiglia ha dovuto abbandonare la propria terra. 

Ora siamo costretti a pagare una pendenza relativa al fallimento dell'impresa, eppure il fallimento è conseguenza alla ribellione contro il potere 'ndranghetista. 

Le Istituzioni preposte non intervengono barricandosi dietro questioni formali, e presto saremo costretti a vendere la casa. 

Ministro, è così che si protegge un imprenditore che ha dato un importante contributo alla lotta contro la criminalità organizzata? 

Non chiedo nulla di nuovo, ma solo che venga portato a termine l’impegno che la Commissione Centrale ha assunto con determinazione nelle sue delibere coordinando la chiusura fallimentare. 

Chiedo che la pendenza relativa al fallimento dell'impresa di mio marito venga estinta dallo Stato, come ci era stato assicurato da precedenti sentenze.

Cordiali saluti,
Marisa Salerno Masciari".

Io ho firmato il suddetto appello lanciato dalla moglie di Pino Masciari.
Per firmare anche tu, clicca qui.


Il bellissimo libro di Pino e Marisa Masciari (2010)

venerdì 26 aprile 2013

VOTIAMO SCUOLA PUBBLICA

"A chi è disposto a battersi per la scuola pubblica.

A chi ritiene che le politiche di tagli alla scuola pubblica e finanziamento a quella privata tradiscano l'articolo 33 della Costituzione nel suo spirito autentico, là dove stabilisce che: “La Repubblica detta le norme generali sull'istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi. Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato”.

A chi ritiene che solo una scuola aperta a tutti, laica, gratuita, inclusiva, moderna e di qualità possa impegnarsi a “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana” (Art. 3).

A chi pensa che fra i banchi della scuola pubblica si gettino le basi per una cittadinanza consapevole e per il futuro del nostro paese.

Il 26 maggio a Bologna si terrà un referendum consultivo sul finanziamento comunale alle scuole paritarie private, grazie alla raccolta di tredicimila firme di cittadini e cittadine che hanno chiesto di potersi esprimere su questo tema.

La cittadinanza dovrà dare un voto di indirizzo per l'amministrazione su cosa sia meglio per garantire il diritto all'istruzione dei bambini e delle bambine: continuare a erogare un milione di euro annui alle scuole paritarie private, come avviene ora, oppure utilizzare quelle risorse per le scuole comunali e statali.

La portata di questo referendum va ben oltre i confini comunali. E' l'occasione per dare un segnale forte contro i continui tagli alla scuola pubblica e l'aumento dei fondi alle scuole paritarie private.

In Italia c'è urgente bisogno di rifinanziare e riqualificare la scuola pubblica, quella che non fa distinzioni di censo, di religione, di provenienza. Quella dove le giovani cittadine e i giovani cittadini italiani ed europei imparano la convivenza nella diversità.

Da Bologna può ripartire un movimento di cittadini che impegni le amministrazioni locali e il prossimo governo a restituire alla scuola pubblica la dignità e la qualità che le spettano.

L'alternativa è una lenta rovina fino alla fine della scuola pubblica per come l'abbiamo conosciuta.

IL 26 MAGGIO A BOLOGNA POSSIAMO FERMARE L'OFFENSIVA CONTRO LA SCUOLA PUBBLICA.

IL 26 MAGGIO A BOLOGNA POSSIAMO DARE L'ESEMPIO A TANTI ALTRI E INSIEME INIZIARE A IMMAGINARE UN AVVENIRE DIVERSO PER NOI, PER I NOSTRI FIGLI E LE NOSTRE FIGLIE."

Io ho firmato il suddetto appello nazionale lanciato dal Comitato art. 33.
Per firmare anche tu, clicca qui.

domenica 15 luglio 2012



STORIA DI QUATTRO ASSASSINI IN DIVISA

                          Federico Aldrovandi prima e dopo l'incontro con la Polizia

Roma. Giovedì 21 giugno 2012. Ore 19.20. La IV sezione penale della Cassazione conferma in via definitiva le sentenze del Tribunale di Ferrara (6 luglio 2009) e della Corte d'Appello di Bologna (10 giugno 2011) con cui sono stati condannati quattro poliziotti della Questura ferrarese - Paolo Forlani, Monica Segatto, Enzo Pontani e Luca Pollastri - a 3 anni e 6 mesi di carcere per la morte di Federico Aldrovandi.
In attesa di conoscere le motivazioni della Suprema Corte, è possibile rileggere quelle della sentenza di 2° grado - ormai passata in giudicato - che ha reso pregiudicati quattro appartenenti alle forze dell'ordine per eccesso colposo nell’adempimento del dovere (agendo nell'esercizio delle loro funzioni, hanno operato andando oltre i limiti del legittimo intervento) e cooperazione in omicidio colposo (hanno agito con violenza in maniera lesiva dell'integrità fisica di Federico, fino ad averne causato la morte).

Federico Aldrovandi è uno studente di 18 anni, incensurato, di condotta regolare, membro di una famiglia di persone perbene, ben educato, con i problemi esistenziali tipici di ogni diciottenne. All'alba del 25 settembre 2005, reduce da una serata in discoteca trascorsa in compagnia di tre amici, viene lasciato - come da sua richiesta - al punto di ritrovo da cui erano partiti, così da tornare a casa a piedi. Giunto al parco di via Ippodromo a Ferrara, pochi minuti dopo le 6 di mattina subisce una violenta colluttazione fisica con quattro poliziotti, da cui esce senza vita. Mentre Federico è a terra, gli agenti in divisa si rendono responsabili di una numerosa serie di percosse e violenze, del tutto gratuite e ingiustificate: un tremendo colpo ai genitali con un manganello o un calcio, varie lesioni sul corpo (che non hanno alcuna connessione con l'ammanettamento e l'immobilizzazione), trascinamento a terra per i capelli, ferita al capo da ricondurre verosimilmente a un colpo di manganello (con relativo edema cerebrale). Per esplicitare l'intensità, la forza e la violenza del pestaggio messo in atto, il giudice di 1° grado ha dovuto occupare ben 10 pagine, nelle quali descrive le lesioni arrecate ad Aldrovandi nel corso della prolungata e furiosa azione di violenza dei poliziotti, caratterizzata da calci e manganellate e proseguita  anche dopo l'ammanettamento e l'immobilizzazione a terra di Federico. Per di più, postisi intorno al ragazzo, i poliziotti lo tengono bloccato a terra, posizionandosi uno sui piedi, uno sulle cosce, un altro sulla parte superiore e l'ultimo in movimento libero. Insomma, gli si siedono sopra. Federico scalcia, si agita, cerca inutilmente di liberarsi, anche nel tentativo di non soffocare. E giù con le botte, tali da provocare la rottura di due manganelli. Federico, sempre a terra, soffoca sotto il peso di due agenti postisi all'altezza del petto e dello stomaco, subendo infine un colpo fatale al cuore, compresso dalla massa corporea delle guardie.
Ecco dunque come può morire in Italia uno studente di 18 anni: ammanettato, in posizione prona, col viso schiacciato a terra, sanguinante dalla bocca e dal naso, letteralmente schiacciato da uomini delle istituzioni.
L'intervento della polizia - totalmente estraneo a qualunque protocollo di sicurezza - è determinante per la morte di Federico, causata da una prolungata e violenta compressione del torace tale da aver provocato lo schiacciamento del cuore tra le strutture osteo-cartilaginee della colonna vertebrale e dello sterno, seguita dalla rottura di vasi intramiocardici e da due ematomi - contrapposti - sulle pareti anteriore e posteriore del ventricolo sinistro. Il tutto - lo si ripete nuovamente - mentre è a terra, immobilizzato e ammanettato dietro la schiena.

Ora, i giudici sottolineano alcuni aspetti:

- Federico si trovava in una condizione di personale disagio per gli effetti di una serata in discoteca, ma non stava compiendo nulla di illegale, non stava per realizzare alcun delitto, non stava arrecando alcun disturbo o pericolo per la quiete pubblica, nè stava provocando alcuna situazione di allarme sociale dovuta ad atteggiamenti aggressivi. Doveva solo essere calmato e trattato dal punto di vista sanitario, non essendo pericoloso per la sicurezza pubblica ma solo per se stesso;

- Federico era un abituale assuntore di sostanze stupefacenti, ma occasionale e controllato. Era un mero consumatore, senza mai essere entrato nella catena dello spaccio. Tuttavia la storia personale, fisica, morale e clinica di Federico esclude che potesse sfociare in un'abnorme aggressività nei confronti dei poliziotti e che potesse essere portatore di una qualsiasi storia di patologia psichiatrica o legata all'abuso di stupefacenti. Per di più, dagli accertamenti eseguiti e dal confronto tra tossicologi, si evince l'irrilevanza delle sostanze stupefacenti assunte da Federico come fattori diretti di morte o anche solo concausali. Manca persino un qualsivoglia riscontro su possibili effetti di tali sostanze assunte come causa di innesco di una condizione di agitazione delirante. Federico era un soggetto sano, senza scompensi psichiatrici, con minime e modestissime (quasi irrilevanti) quantità di stupefacenti assunte. Non è un caso, allora, se l'agitazione psico-motoria e l'aggressività - ridotta - di Federico abbiano avuto inizio solo a seguito dell'intervento violento e sconsiderato dei poliziotti, essendo cioè solo il frutto delle violenze subìte;

- totalmente infondata e priva di riscontro scientifico (alla luce delle analisi tossicologiche) l’ipotesi della morte per assunzione di stupefacenti. Il dato tossicologico è infatti troppo modesto. Aldrovandi è morto unicamente per la violenta, energica e pesante compressione esercitata dai poliziotti su busto e volto, schiacciati sia manualmente, sia dal peso del corpo di persone sedute o sdraiate sopra il giovane. Federico ha dunque perso la vita solo a causa della condotta colposa e sconsiderata di quattro membri delle forze dell'ordine. La sola lecita conclusione da trarre circa l'assunzione di sostanze stupefacenti da parte di Federico è la seguente: il ragazzo era in uno stato di alterazione e di scarsa lucidità, tale da poter aver causato una reazione abnorme a un eventuale approccio vissuto come arbitrario da parte dei poliziotti;

- le condotte degli imputati sono state negligenti, per aver violato le seguenti regole:

1) lo scontro fisico violento va assunto come extrema ratio in una situazione di straordinaria necessità;
2) vi sono sempre misure alternative, come la richiesta di ausilio da parte di personale sanitario;
3) bisogna usare la forza in maniera proporzionata e graduale, tale da non produrre lesioni o pericoli (salvo casi di necessità e legittima difesa);
4) la situazione non deve sfuggire di mano, trasformando un intervento di polizia in una lotta selvaggia;
5) si può (eventualmente) ricorrere alla violenza solo per scopi difensivi;
6) l'arresto di chi opponga resistenza non giustifica mai uno scontro fisico che metta in pericolo l'incolumità del soggetto. Nei casi ove si profili il rischio di una degenerazione dell'intervento, gli agenti devono limitarsi a circondare e controllare l'individuo, impedendogli di nuocere a sè e agli altri e procedere all'arresto solo quando non ci sia pericolo di violento scontro e la resistenza sia cessata, essendosi il soggetto reso conto di non avere alternative;
7) non esercitare mai pressioni su dorso e tronco per non diminuire la capacità di respirazione;
8) una volta ammanettato, l'individuo non può più considerarsi pericoloso; pertanto deve essere subito rivoltato in posizione supina e aiutato a rialzarsi;
9) il manganello va usato in via eccezionale e solo per scopi difensivi;
10) la tutela dell'incolumità del resistente deve sempre prevalere su ogni altra necessità di minor rilevanza. 

Infatti, i quattro poliziotti:

1) hanno ingaggiato una violenta e cruenta lotta con Aldrovandi, non giustificata dal numero di agenti e dalla mancanza di pericolosità del soggetto (ragazzo giovane senza alcun precedente, inoffensivo, non violento e di indole mite, in ogni caso contenibile con l’impiego difensivo del manganello). La colluttazione sarebbe stata evitata con un approccio dialogico e paziente, con l'intervento dei sanitari, con una tattica attendista che facesse sbollire la rabbia e l’agitazione del ragazzo, chiarendo l’assenza di volontà offensiva e violenta da parte degli agenti, in modo da ridimensionare la frustrazione del ragazzo; 
2) hanno attuato un intervento violento e squilibrato, idoneo ad accrescere la rabbiosa reazione difensiva di Aldrovandi, aggredito e colpito da una grandinata di colpi di manganello. Hanno così innalzato il livello di violenza. Peraltro, va evidenziata una preponderante azione violenta degli agenti rispetto alla resistenza di Federico, in gran parte ascrivibile alla necessità di reagire a una condizione di restrizione asfittica;
3) hanno proceduto all’arresto e all’immobilizzazione nonostante fosse evidente che una tale operazione avrebbe comportato rischi per l’incolumità personale del ragazzo; 
4) hanno sbagliato a valutare:
- le circostanze autorizzanti l’arresto, in una situazione ove non era obbligatorio procedervi;
- la pericolosità del soggetto;
- la gravità della situazione, in gran parte derivante dall’incapacità degli agenti di considerare lo stato di alterazione mentale del ragazzo.
Ciò avrebbe dovuto indurli a trasformare il loro intervento da atto di ordine pubblico ad azione di tutela sanitaria di un soggetto bisognoso di aiuto.
Tali errori sono stati mossi da un pregiudizio nei confronti di Federico, considerato come un nemico da vincere;
5) hanno prolungato la colluttazione per lunghi minuti e praticato in questo lungo arco temporale una serie di atti violenti eccessivi, incongrui e non necessari, concentratisi da ultimo nella violenta, prolungata compressione al suolo di Aldrovandi;
6) non solo non hanno interrotto l’azione nel momento in cui era chiaro che si stesse trasformando in un autentico pestaggio, ma hanno accettato quella violenza gratuita e assolutamente vietata, quasi volessero “punire” Aldrovandi. Hanno pertanto messo in pratica un approccio improntato alla mera repressione con modalità gratuitamente violente volte a sopraffare un avversario;
7) esercitando violente pressioni sul tronco e sul dorso di Federico, hanno creato un pericoloso rischio di asfissia, innescando il meccanismo causale della morte;
8) non hanno eseguito rapidamente l’ammanettamento e non hanno rivoltato il giovane per liberarne il respiro;
9) hanno usato il manganello in maniera offensiva (non difensiva) e sproporzionata, con cinica indifferenza e colpevole imprudenza.

I poliziotti hanno quindi posto in essere per colpa una situazione di rischio e di pericolo evitabili, in contrasto con le buone norme d’azione che avrebbero dovuto attuare, contribuendo così a determinare per colpa l’evento, evidenziando gravi limiti di professionalità e inadeguata preparazione. Sarebbe invece stato loro dovere contenere la violenza e immobilizzare il soggetto senza fargli correre alcun rischio di asfissia o traumi derivanti dal prolungarsi di una lotta;

- Federico non è morto per le lesioni inferte dai poliziotti, poichè nessuna di esse ha inciso sulla morte;

- i quattro poliziotti hanno concordemente messo in atto un comportamento ambiguo, reticente e menzognero per coprire le proprie responsabilità. Fin dalle prime ore successive all’uccisione di Aldrovandi, i responsabili della Questura di Ferrara e gli imputati si sono dedicati a un'attività di falsificazione e distorsione delle prove, nonostante i pubblici ufficiali debbano essere portatori di un ben diverso onere di lealtà e correttezza processuale rispetto ad un imputato “comune”. Non solo non hanno portato alcun contributo di verità, ma hanno messo in pratica una strategia manipolatoria delle prove ordita sin dalle prime ore dell'assassinio;

- nonostante l’incensuratezza sia inevitabilmente dovuta per qualsiasi agente di Polizia e nonostante la  condotta di quattro di loro abbia gettato discredito all'intero corpo di appartenenza, gli assassini di Federico Aldrovandi - Paolo Forlani, Monica Segatto, Enzo Pontani e Luca Pollastri - continuano a mantenere la divisa da poliziotto. Quella stessa divisa che hanno sporcato con il sangue di Federico Aldrovandi, un ragazzo di 18 anni ucciso brutalmente senza un perchè.

P.s. All'indirizzo web http://www.giustiziaperaldro.it/2012/06/29/giustizia-per-aldro/ è possibile firmare un appello per chiedere che i quattro poliziotti assassini vengano estromessi dalla Polizia di Stato, che i condannati in via definitiva siano sempre allontanati dalle forze dell'ordine, che vengano previste modalità di riconoscimento per gli appartenenti alle forze dell'ordine (magari con un numero identificativo sulla divisa o sui caschi) e che sia introdotto nel codice penale italiano il reato di tortura.
Io ho firmato. E voi?