giovedì 13 febbraio 2020

L'ESSENZA DI OGNI RESISTENZA



"Accetta 
infine 
di schierarsi, 
di rischiare, 
perché non tutto sia perduto, 
perché il suo popolo 
non debba vergognarsi 
di tutti i suoi capi"

Antonia Arslan, 
"La masseria delle allodole", 
Rizzoli, 
2004.  





CORSI E RICORSI DI OGNI GENOCIDIO



"In quella lontana solare giornata di maggio 
lei e i suoi familiari, 
piccoli e grandi, 
tutti sono stati giudicati - e trovati colpevoli - di esistere: 
e Dio si è velato. 
[...] 
Ismene prega con fervore, 
e lancia oscure minacce 
al Dio velato 
che non sembra ascoltarla:
 <<Troppo, troppo. Troppo male è su di loro. 
Non ti pare che sia abbastanza?>> 
brontola, segnandosi tre volte"

Antonia Arslan, "La masseria delle allodole", Rizzoli, 2004. 




"[...] è il giorno più funesto per un paese quello in cui, 
per sentirsi unito, 
sente il bisogno di eliminare una parte dei suoi cittadini, inermi"

Antonia Arslan, "La masseria delle allodole", Rizzoli, 2004. 



"Là le donne circondano i massacrati, 
ognuna con la sua lampada, 
si prendono per mano 
e cominciano solennemente il rito intangibile. 
Ancora per questa volta: 
Sempad e i suoi avranno sepoltura cristiana. 
A tutti gli altri armeni che perderanno la vita in quei mesi funesti, 
trucidati, torturati, morti di sete e di fame lungo le strade anatoliche, 
con scherno coerente 
sarà negato anche ogni funebre rito. 
O meglio: non ce ne sarà bisogno. 
Un singolo morto 
era prima un essere che respirava, era vivo, 
e la sua spoglia è un cadavere che può essere onorato: 
centomila morti 
sono un mucchio di carne in putrefazione, 
un cumulo di letame, 
più nulla del nulla, 
un'immonda realtà negativa di cui disfarsi"

Antonia Arslan, "La masseria delle allodole", Rizzoli, 2004. 





"Sopravvivere 
diventerà 
un caso, 
un'astuzia ingegnosa, 
una prova di forza, 
uno schernevole gioco di dadi che ha in palio la morte" 

Antonia Arslan, "La masseria delle allodole", Rizzoli, 2004. 




"Ogni giorno 
portò il suo orrore quotidiano, 
ogni giorno 
la pena si accrebbe per i sopravvissuti, 
che si trascinavano avanti passo dopo passo, 
sempre più miserabili, sempre più macilenti, 
affrontando 
ogni giorno 
la loro morte quotidiana"

Antonia Arslan, "La masseria delle allodole", Rizzoli, 2004. 



"Per un momento, 
tutti covano un'indistinta speranza: 
<<Qualcuno ci vedrà, qualcuno capirà che cosa ci stanno facendo>>. 
Ma la gente lungo la strada invece sembra non vederli, 
li attraversa con occhi di vetro, 
o si scansa, con visibile disgusto. 
E intorno si fa il vuoto"

Antonia Arslan, "La masseria delle allodole", Rizzoli, 2004. 





"Djelal vede 
ogni giorno 
i bambini scheletrici  
che vagano dappertutto, 
e neanche più chiedono pane, 
solo vagano 
fissano gli altri, tutti coloro che hanno il diritto di vivere"

Antonia Arslan, "La masseria delle allodole", Rizzoli, 2004. 

martedì 28 gennaio 2020

SEMPRE INSIEME, 
MAI COMPLETAMENTE SOLI


"Per quanto brutto sia il tempo,
e difficile la strada,
saremo sempre insieme,
per salire la collina
e per guadare acque impetuose,
sempre insieme"

Amita Trasi, "Il colore del nostro cielo", Giunti, 2018 
(titolo originale "The Color of our Sky"
letteralmente così come tradotto 
nell'edizione italiana, 2015). 



"<<Perché sei sempre qui per me?>> ho chiesto.
<<Cosa?>>.
<<Nessuno mi ha aiutato. Perché tu sì?>>.
<<Perché Tara... 
forse so cosa significhi essere completamente soli... 
abbiamo tutti bisogno di qualcuno quando ci sentiamo soli>> ha risposto" 

Amita Trasi, "Il colore del nostro cielo", Giunti, 2018 
(titolo originale "The Color of our Sky"
letteralmente così come tradotto 
nell'edizione italiana, 2015). 

VIVERE


"Quello che aveva detto quella sera mi è riecheggiato nelle orecchie. 
A volte un atto di coraggio 
è meglio di 
una vita vissuta da vigliacche, da schiave
E' stato allora che ho capito: 
era l'amore
L'amore che permetteva di liberarti di tutte le paure, 
di gettare la cautela al vento. 
Per la prima volta nella mia vita non ho avuto paura di morire"

Amita Trasi, "Il colore del nostro cielo", Giunti, 2018 
(titolo originale "The Color of our Sky"
letteralmente così come tradotto 
nell'edizione italiana, 2015). 



"E' stato solo allora che ho capito che 
i fili della vita non si intrecciano sempre come vorremmo; 
a volte 
il disegno alla fine della nostra esistenza 
è diverso 
da quello che ci eravamo immaginati, 
e in quel momento non ho potuto che sentirmi in pace 
per tutto ciò che sarebbe rimasto indietro"

Amita Trasi, "Il colore del nostro cielo", Giunti, 2018 
(titolo originale "The Color of our Sky"
letteralmente così come tradotto 
nell'edizione italiana, 2015). 

LEGGERE STORIE 
PER SOGNARE UNA REALTA' MIGLIORE


"Quando Aai non c'era, 
[Mukta, N.d.A.] prendeva a prestito i libri dai nostri scaffali 
e io [Tara, N.d.A.] le portavo quelli della biblioteca scolastica. 
Mi sono sempre chiesta cosa ci trovasse. 
Una volta le ho persino domandato: 
<<Cosa ricavi ad ogni modo da quei libri?>>. 
Lei ha chiuso il volume che stava leggendo, 
ha riflettuto per un po' e ha risposto: 
<<Sono migliori del mondo in cui viviamo>>.
[...]
Un giorno, camminando in un corridoio silenzioso dopo lezione, 
mi sono imbattuta 
in quello che credevo fosse il luogo più tranquillo della Terra. 
Ho sbirciato dentro vedendo file e file di libri; 
la signora al banco 
ha alzato lo sguardo da un volume che stava leggendo, 
si è sistemata gli occhiali 
e mi ha sorriso. 
Ho capito d'essere 
in un luogo che avrebbe potuto darmi qualche risposta. 
Mi sono avvicinata a uno scaffale e ho preso un libro.
[...]
Arrivata a diciotto anni e quasi alla fine delle superiori, 
avevo imparato a fuggire dai ricordi 
immergendomi nella lettura. 
Leggevo Eudora Welty, Patti Smith, Mark Twain, Jane Austen, le opere di Rumi 
e concordavo con quello che Mukta mi aveva detto un tempo: 
sono migliori del mondo in cui viviamo
A Elisa non piaceva che la biblioteca fosse diventata il mio rifugio. 
Veniva là a gironzolarmi attorno, 
a dirmi che dovevamo fare qualcosa di più interessante nella vita. 
Escogitava idee e me le elencava una dopo l'altra 
finché le persone attorno a noi la zittivano. 
<<Hai diciott'anni. Dovresti essere fuori con un ragazzo, guardarlo negli occhi. Cosa ci troverai mai in quei maledetti libri>> 
mi ha bisbigliato un pomeriggio 
sbirciando al di sopra della mia spalla il volume che tenevo in mano. 
Ho sogghignato. 
<<Sai, anni fa ho fatto la stessa domanda a una persona>> 
ho replicato. <<Forse sto solo cercando di trovare la risposta>>.
[...]
[Tara, N.d.A] mi ha raccontato 
quanto fosse a pezzi suo papà 
quando erano andati ad abitare negli Stati Uniti, 
come anche le persone cordiali le sembrassero estranee. 
<<E' stato allora che mi sono messa a leggere libri 
e ho scoperto che avevi ragione>>. 
<<Avevo ragione?>>. 
<<Sì, i libri sono migliori del mondo in cui viviamo>>. 
Ho sorriso al ricordo. 
Era passato molto tempo 
da quando avevo preso in mano un libro e l'avevo condiviso con lei. 
<<Forse dovrei prendere un libro in biblioteca, 
qualcosa che vorresti leggere>> ha suggerito"

Amita Trasi, "Il colore del nostro cielo", Giunti, 2018 
(titolo originale "The Color of our Sky"
letteralmente così come tradotto 
nell'edizione italiana, 2015). 




"A volte raccontavo favole 
alle ragazze più piccole,
cose che avevo letto, 
e loro mi ascoltavano rapite. 
Raccontavo loro 
le storie d'amore 
di Nala e Damayanti, 
di Krishna e Radha, 
tutti racconti 
che avevo letto nei libri 
che Tara mi prendeva in biblioteca. 
Ricordo come ridevano le bambine con il volto dipinto. 
Speravo che quelle storie le cullassero la notte; 
in fondo aspettavamo tutte 
che l'amore 
raccontato in quelle storie 
diventasse una realtà per noi"

Amita Trasi, "Il colore del nostro cielo", Giunti, 2018 
(titolo originale "The Color of our Sky"
letteralmente così come tradotto 
nell'edizione italiana, 2015). 




"Grazie 
per aver letto questo libro 
e aver condiviso il vostro tempo con Tara e Mukta 
[le protagoniste del romanzo, N.d.A.]
Se vi è piaciuto, 
non scordatevi di parlarne 
in modo che 
anche per altri possa diventare una tappa del loro viaggio di lettura"

Amita Trasi, "Il colore del nostro cielo", Giunti, 2018, 
nota dell'autrice datata 27 febbraio 2015  
(titolo originale "The Color of our Sky"
letteralmente così come tradotto 
nell'edizione italiana, 2015). 

lunedì 27 gennaio 2020

E IL CIELO SARA' DI NUOVO SERENO...



"<<Penso che la nostra vita sia come il cielo>> 
ha sospirato Amma continuando a osservarlo. 
<<A volte, Mukta, quando lo guardi, è scuro. 
E ti chiedi se qualcuno riuscirà a tirarti fuori dal buio. 
Ma credimi, un giorno il nostro cielo sarà di nuovo sereno. 
E ti apparirà pieno e profumato di speranza. 
Non voglio che te lo dimentichi, né che rinunci a sperare>>.
[...]
Il sole stava per tramontare e il cielo era in fiamme, 
illuminato da tutte le tonalità di rosso. 
Amma aveva ragione. 
Per donne come me il cielo sarebbe stato di nuovo bello. 
Lo sapevo. 
Sentivo odore di speranza"

Amita Trasi, "Il colore del nostro cielo", Giunti, 2018 
(titolo originale "The Color of our Sky"
letteralmente così come tradotto 
nell'edizione italiana, 2015). 

sabato 25 gennaio 2020

DOVE CI SI SENTE A CASA, C'E' PATRIA


"Quella casa gli apparteneva, 
e prima era appartenuta 
a suo padre, a suo nonno, al suo bisnonno, e anche ai bisavoli 
poiché la costruzione risaliva all'inizio del Diciottesimo secolo. 
Anche la mia famiglia possedeva un tempo una bella casa in montagna. 
Ma per i miei era un focolare, e un manifesto architettonico; 
per i suoi, era una patria. 
Mourad vi aveva sempre provato una sorta di plenitudine, 
quella degli uomini che sanno che un paese gli appartiene. 
Io, dall'età di tredici anni, mi sono sempre sentito un invitato ovunque. 
Spesso accolto a braccia aperte, talvolta appena tollerato, 
ma da nessuna parte abitante con pieno diritto. 
Sempre diverso, fuori posto, 
per il mio nome, il mio sguardo, il mio aspetto, 
il mio accento, la mia appartenenza reale o supposta. 
Incurabilmente straniero. 
Sulla terra natia come in seguito sulle terre di esilio"

Amin Maalouf, "I disorientati", Bompiani, 2013 
(titolo originale "Les désorientés"
letteralmente così come tradotto nell'edizione italiana, 2012).




"Ogni uomo ha il diritto di partire, 
è il suo paese che deve persuaderlo a restare, 
checché ne dicano i politici magniloquenti. 
<<Non chiederti ciò che il tuo paese può fare per te, 
chiediti ciò che puoi fare tu per il tuo paese>>. 
Facile a dirsi quando sei miliardario 
e sei diventato presidente degli Stati Uniti d'America a quarantatré anni! 
Ma quando 
nel tuo paese 
non puoi 
né lavorare, 
né curarti, 
né trovare un alloggio, 
né istruirti, 
né votare liberamente, 
né esprimere la tua opinione, 
e nemmeno circolare per le strade a tuo piacimento, 
quanto vale l'adagio di John F. Kennedy? 
Non un granché! 
Tocca prima 
al tuo paese 
mantenere nei tuoi confronti un certo numero di impegni. 
Che tu vi sia considerato un cittadino a pieno titolo, 
che tu non vi subisca né oppressione, né discriminazione, né privazioni ingiuste. 
Il tuo paese e i suoi dirigenti 
hanno l'obbligo di 
assicurartelo; 
altrimenti, tu non devi loro niente. 
Né attaccamento al suolo natio, né saluto alla bandiera. 
Al paese in cui puoi vivere a testa alta 
dai tutto, sacrifichi tutto, anche la tua stessa vita; 
a quello in cui devi vivere a testa bassa, 
non dai niente. 
Si tratti del tuo paese di accoglienza o del tuo paese di origine. 
Magnanimità chiama magnanimità, 
indifferenza chiama indifferenza, 
e disprezzo chiama disprezzo. 
Questa è la carta degli esseri liberi 
e personalmente non ne riconosco un'altra"     

Amin Maalouf, "I disorientati", Bompiani, 2013 
(titolo originale "Les désorientés"
letteralmente così come tradotto nell'edizione italiana, 2012).

LE DISCESE E LE RISALITE, 
GIU' E POI ANCORA IN ALTO 


"Il capitombolo che secondo me ti stai preparando a fare... 
è un tipo speciale di capitombolo, orribile. 
A chi precipita 
non è permesso di accorgersi né di sentirsi quando tocca il fondo. 
Continua soltanto a precipitare giù. 
Questa bella combinazione è destinata agli uomini che, 
in un momento o nell'altro della loro vita, 
hanno cercato qualcosa che il loro ambiente non poteva dargli. 
O che loro pensavano che il loro ambiente non potesse dargli. 
Sicché hanno smesso di cercare. 
Hanno smesso prima ancora di avere veramente cominciato. 
[...] 
Io credo [...] che uno di questi giorni 
ti toccherà di scoprire dove vuoi andare. 
E allora devi metterti subito in marcia. 
Ma immediatamente. Non puoi permetterti di perdere un minuto. 
Tu no. 
[...] 
Tra l'altro, scoprirai di non essere il primo che 
il comportamento degli uomini abbia 
sconcertato, impaurito e perfino nauseato. 
Non sei affatto solo a questo traguardo, 
e saperlo ti servirà d'incitamento e di stimolante
Molti, moltissimi uomini 
si sono sentiti moralmente e spiritualmente turbati 
come te adesso. 
Per fortuna, alcuni hanno messo nero su bianco quei loro turbamenti. 
Imparerai da loro... se vuoi. 
Proprio come un giorno, se tu avrai qualcosa da dare, altri impareranno da te. 
E' una bella intesa di reciprocità. 
E non è istruzione. 
E' storia. E' poesia"

Jerome David Salinger, "Il giovane Holden", Einaudi, 1961,
già pubblicato da Gherardo Casini Editore nel 1952 con il titolo "Vita da uomo"
(titolo originale "The Catcher in the Rye",
letteralmente "L'acchiappatore nella segale", 1951).


  

COLTO E INTELLIGENTE NON SONO SINONIMI

"Un tempo, 
nella mia idiozia, 
credevo che fosse intelligentissima.
Tutto perché 
sapeva un sacco di cose 
sul teatro e le commedie e la letteratura 
e compagnia bella.
Se uno in quel campo sa un sacco di cose, 
vi ci vuole parecchio per capire 
se è stupido o no.
A me, con la vecchia Sally,
c'erano voluti anni per capirlo"

Jerome David Salinger, "Il giovane Holden", Einaudi, 1961,
già pubblicato da Gherardo Casini Editore nel 1952 con il titolo "Vita da uomo"
(titolo originale "The Catcher in the Rye",
letteralmente "L'acchiappatore nella segale", 1951).



"Non sto cercando di dirti [...] che 
soltanto 
gli uomini colti e preparati 
sono in grado di dare al mondo un contributo prezioso.
Non è vero.
Ma sostengo che 
gli uomini colti e preparati,
se sono intelligenti e creativi, 
tanto per cominciare, 
e questo purtroppo succede di rado,
tendono a lasciare, 
del proprio passaggio,
segni di gran lunga più preziosi 
che non 
gli uomini esclusivamente intelligenti e creativi.
Tendono ad esprimersi con più chiarezza,
e di solito hanno la passione di seguire i propri pensieri sino in fondo.
E, cosa importantissima,
nove volte su dieci 
sono più modesti dei pensatori non preparati"

Jerome David Salinger, "Il giovane Holden", Einaudi, 1961,
già pubblicato da Gherardo Casini Editore nel 1952 con il titolo "Vita da uomo"
(titolo originale "The Catcher in the Rye",
letteralmente "L'acchiappatore nella segale", 1951).

domenica 12 gennaio 2020

VAI A CAPIRE LE RAGAZZE...

"Stava con quel tipo terribile, Al Pike [...]
Tutto muscoli e niente cervello.
Ad ogni modo, Jane quella sera aveva lui per cavaliere. 
Non arrivavo a capire come mai. 
Giuro che non ci arrivavo. 
Quando cominciammo a stare insieme, le domandai come diavolo avesse potuto prendersi per cavaliere un bastardo d'un bullo come Al Pike. 
Jane mi disse che non era un bullo. 
Disse che aveva il complesso d'inferiorità. 
Si comportava proprio come se le facesse pena o che so io, e non faceva mica per darmela a intendere. Lo pensava sul serio. 
E' buffo, con le ragazze. 
Ogni volta che gli nominate un autentico bastardo - mediocrissimo o presuntuosissimo e via discorrendo - quando lo dite a una ragazza, lei vi racconta subito che ha il complesso d'inferiorità. 
Può anche darsi che ce l'abbia, ma questo non gli impedisce di essere un bastardo, dico io. 
Le ragazze. 
Non sai mai quello che gli gira per la testa. 
Io una volta combinai un appuntamento tra la compagna di stanza di quella ragazza, quella Roberta Walsh, e un amico mio. Si chiamava Bob Robinson e lui sì che aveva realmente il complesso d'inferiorità. Si vedeva lontano un miglio che si vergognava dei suoi genitori e tutto quanto, perché dicevano <<a me mi piace>> e <<a lei ci piace>> e cose così, e poi non erano molto ricchi. Ma non era un bastardo né niente di simile. Era un tipo simpaticissimo. Ma a questa compagna di Roberta Walsh non piacque affatto. Disse a Roberta che era troppo presuntuoso - e la ragione per cui lo giudicava presuntuoso era che lui le aveva accennato chi sa come di essere uno dei capisquadra delle esercitazioni di dibattito. Una piccolezza del genere, e lei lo giudicava presuntuoso! 
Il guaio, con le ragazze, è che se gli piace un ragazzo può essere il più gran bastardo dell'universo, ma loro dicono che ha il complesso d'inferiorità, e se non gli piace, può essere simpaticissimo e avere il più grande complesso d'inferiorità del mondo, loro dicono che è presuntuoso. 
Perfino le ragazze più in gamba fanno così"

Jerome David Salinger, "Il giovane Holden", Einaudi, 1961, 
già pubblicato da Gherardo Casini Editore nel 1952 con il titolo "Vita da uomo"
(titolo originale "The Catcher in the Rye"
letteralmente "L'acchiappatore nella segale", 1951).

sabato 11 gennaio 2020

I LIBRI PREFERITI DAL GIOVANE HOLDEN


"Io sono di un'ignoranza crassa, ma leggo a tutto spiano.
[...]
I libri che mi piacciono di più 
sono quelli che 
almeno ogni tanto sono un po' da ridere. 
Leggo un sacco di classici, [...] e mi piacciono, 
e leggo un sacco di libri di guerra e di gialli e via discorrendo, 
ma non è che mi lascino proprio senza fiato. 
Quelli che mi lasciano proprio senza fiato 
sono 
i libri che quando li hai finiti di leggere e tutto quel che segue 
vorresti che l'autore fosse un tuo amico per la pelle 
e poterlo chiamare al telefono tutte le volte che ti gira.
Non succede spesso, però"

Jerome David Salinger, "Il giovane Holden", Einaudi, 1961,
già pubblicato da Gherardo Casini Editore nel 1952 con il titolo "Vita da uomo"
(titolo originale "The Catcher in the Rye"
letteralmente "L'acchiappatore nella segale", 1951).

giovedì 9 gennaio 2020

LO SLANCIO DIVERSAMENTE MERAVIGLIOSO DELLE MONTAGNE 
IN UNA SOCIETA' SEMPRE PIU' UGUALMENTE PIANEGGIANTE


"A misura che 
le scuole mettevano in circolazione un numero crescente di 
corridori, saltatori, calderai, malversatori, truffatori, aviatori e nuotatori, 
invece di professori, critici, dotti e artisti, 
naturalmente 
il termine "intellettuale" divenne la parolaccia che meritava di diventare.
Si teme sempre ciò che non ci è familiare.
Chi di noi non ha avuto in classe, da ragazzini, il solito primo della classe,
il ragazzo dalla intelligenza superiore, 
che sapeva sempre rispondere alle domande più astruse 
mentre gli altri restavano seduti come tanti idoli di legno, 
odiandolo con tutta l'anima?
Non era sempre questo ragazzino superiore che 
sceglievi per le scazzottature e i tormenti del doposcuola?
Per forza!
Noi dobbiamo essere tutti uguali.
Non è che ognuno nasca libero e uguale,
come dice la Costituzione,
ma ognuno vien fatto uguale.
Ogni essere umano a immagine e somiglianza di ogni altro;
dopo di che tutti sono felici, 
perché 
non ci sono montagne che ci scoraggino con la loro altezza da superare,
non montagne sullo sfondo delle quali si debba misurare la nostra statura!
Ecco perché un libro è un fucile carico,
nella casa del tuo vicino.
Diamolo alle fiamme!
Rendiamo inutile l'arma.
Castriamo la mente dell'uomo.
Chi sa chi potrebbe essere il bersaglio dell'uomo istruito?
Cosicché, 
quando le case cominciarono a essere costruite a prova di fuoco,
non c'è più stato bisogno di vigili del fuoco, dei pompieri,
che spegnevano gli incendi coi loro getti d'acqua.
Furono assegnati loro i nuovi compiti,
li si designò 
custodi della nostra pace spirituale,
il fulcro 
della nostra comprensibile e giustissima paura di apparire inferiori;
censori, giudici, esecutori"

 Ray Bradbury, "Fahrenheit 451", Mondadori, 1966, 
già pubblicato da Martello Editore nel 1956 con il titolo "Gli anni della Fenice" 
(titolo originale "The Fireman", letteralmente "Il pompiere", febbraio 1951, sulla rivista di fantascienza "Galaxy Science Fiction"; "Fahrenheit 451", 1953, in volume).

martedì 7 gennaio 2020

LA MAGIA NEI (non dei) LIBRI

"Ci dev'essere 
qualcosa di speciale 
nei libri, 
delle cose che 
non possiamo immaginare"

Ray Bradbury, 
"Fahrenheit 451", 
Mondadori, 1966, 
già pubblicato da 
Martello Editore nel 1956 
con il titolo 
"Gli anni della Fenice" 
(titolo originale "The Fireman", letteralmente "Il pompiere",
febbraio 1951, sulla rivista di fantascienza "Galaxy Science Fiction"; "Fahrenheit 451", 1953, in volume). 



"<<Abbiamo tutto quanto occorre per essere felici, 
ma non siamo felici. 
Manca qualche cosa. 
Mi sono guardato intorno. 
La sola cosa che abbia visto mancare positivamente sono i libri 
che io avevo bruciato 
in questi ultimi dieci o venti anni. 
E allora ho pensato 
che i libri forse avrebbero potuto essere utili>>.
<<Voi siete un romantico irrimediabile [...].
Sarebbe una cosa buffa, se non fosse tragica. 
Non sono i libri che vi mancano, 
ma alcune delle cose che un tempo erano nei libri. 
Le stesse cose potrebbero essere diffuse e proiettate da radio e televisori. 
Ma ciò non avviene. 
No, no, non sono affatto libri le cose che andate cercando. 
Prendetele dove ancora potete trovarle, 
in vecchi dischi, in vecchi film e nei vecchi amici; 
cercatele nella natura e cercatele soprattutto in voi stesso. 
I libri erano soltanto una specie di veicolo, di ricettacolo 
in cui riponevamo tutte le cose che temevamo di poter dimenticare. 
Non c'è nulla di magico, nei libri; 
la magia sta solo in ciò che essi dicono, 
nel modo in cui hanno cucito le pezze dell'Universo per mettere insieme così un mantello di cui rivestirci.
[...] La maggior parte di noi non può correre qua e là notte e giorno, parlare con tutti, conoscere tutte le città della Terra, non abbiamo tempo, denaro, nemmeno tanti amici. 
Le cose che voi cercate [...] sono su questa Terra, ma il solo modo per cui l'uomo medio potrà vederne il novantanove per cento sarà un libro>>"

Ray Bradbury, "Fahrenheit 451", Mondadori, 1966, 
già pubblicato da Martello Editore nel 1956 con il titolo "Gli anni della Fenice" 
(titolo originale "The Fireman", letteralmente "Il pompiere", febbraio 1951, sulla rivista di fantascienza "Galaxy Science Fiction"; "Fahrenheit 451", 1953, in volume). 




"La cosa più importante che abbiamo dovuto piantarci duramente in testa 
fu che 
noi non contavamo, 
non eravamo importanti, 
non dovevamo considerarci e non dovevamo essere dei maestri: 
non dovevamo sentirci superiori a nessuno al mondo. 
Non siamo che sopracoperte di volumi, 
privi d'ogni altra importanza che non sia quella 
d'impedire alla polvere di seppellire i volumi"

Ray Bradbury, "Fahrenheit 451", Mondadori, 1966, 
già pubblicato da Martello Editore nel 1956 con il titolo "Gli anni della Fenice" 
(titolo originale "The Fireman", letteralmente "Il pompiere", febbraio 1951, sulla rivista di fantascienza "Galaxy Science Fiction"; "Fahrenheit 451", 1953, in volume).

domenica 5 gennaio 2020

CONOSCERE PER RICORDARE,
RICORDARE PER PROGREDIRE 


"C'era un buffissimo uccello, chiamato Fenice, 
nel più remoto passato, prima di Cristo, 
e questo uccello ogni quattro o cinquecento anni 
si costruiva una pira e ci s'immolava sopra. 
Ma ogni volta che vi si bruciava, 
rinasceva subito poi dalle sue stesse ceneri, 
per ricominciare. 
E a quanto sembra, 
noi esseri umani non sappiamo fare altro che la stessa cosa, 
infinite volte, 
ma abbiamo una cosa che la Fenice non ebbe mai. 
Sappiamo la colossale sciocchezza che abbiamo appena fatta. 
Conosciamo bene 
tutte le innumerevoli assurdità commesse in migliaia di anni
e finché sapremo di averle commesse e ci sforzeremo di saperlo, 
un giorno o l'altro la smetteremo di accendere i nostri fetenti roghi funebri e di saltarci sopra. 
Ad ogni generazione, 
raccogliamo un numero sempre maggiore di gente che si ricorda. 
[...] 
Conosceremo una grande quantità di persone sole e dolenti, 
nei prossimi giorni, nei mesi e negli anni a venire. 
E quando ci domanderanno che cosa stiamo facendo, 
tu potrai rispondere loro: 
ricordiamo
Ecco dove alla lunga avremo vinto noi. 
E verrà il giorno in cui 
saremo in grado di ricordare una tale quantità di cose 
che potremo costruire la più grande scavatrice meccanica della storia 
e scavare, in tal modo, la più grande fossa di tutti i tempi,
nella quale sotterrare la guerra"

Ray Bradbury, "Fahrenheit 451", Mondadori, 1966, 
già pubblicato da Martello Editore nel 1956 con il titolo "Gli anni della Fenice" 
(titolo originale "The Fireman", letteralmente "Il pompiere", febbraio 1951, sulla rivista di fantascienza "Galaxy Science Fiction"; "Fahrenheit 451", 1953, in volume).

UNA (non) VITA DA BRADIPO


"Riempiti gli occhi di meraviglie, 
vivi come se dovessi cadere morto fra dieci secondi! 
Guarda il mondo: 
è più fantastico di qualunque sogno studiato e prodotto dalle più grandi fabbriche. 
Non chiedere garanzie, non chiedere sicurezza economica, 
un siffatto animale non è mai esistito; 
e se ci fosse, 
sarebbe imparentato col pesante bradipo 
che se ne sta attaccato alla rovescia al ramo di un albero 
per tutto il santo giorno, ogni giorno, 
passando l'intera vita a dormire. 
Al diavolo, 
[...] squassa l'albero 
e fa' che il pesante bradipo precipiti al suolo 
e batta per prima cosa il culo!"

Ray Bradbury, "Fahrenheit 451", Mondadori, 1966, 
già pubblicato da Martello Editore nel 1956 con il titolo "Gli anni della Fenice" 
(titolo originale "The Fireman", letteralmente "Il pompiere", febbraio 1951, sulla rivista di fantascienza "Galaxy Science Fiction"; "Fahrenheit 451", 1953, in volume). 

giovedì 2 gennaio 2020

LA SOLITUDINE DELL'UOMO 
NELLA MODERNA SOCIETA' ALIENA(ta)


"[...] non siete come gli altri. 
Ne ho visti alcuni; so di che si tratta. 
Quando parlo, voi mi guardate. 
Quando dissi non so più che cosa della luna, avete guardato la luna, la notte passata. 
Gli altri non farebbero mai così. 
Gli altri se ne andrebbero di punto in bianco, piantandomi in asso con le mie chiacchiere. 
O mi farebbero delle minacce. 
Nessuno ha più tempo per gli altri. 
Voi siete uno dei pochissimi che mi dà retta"

Ray Bradbury, "Fahrenheit 451", Mondadori, 1966, 
già pubblicato da Martello Editore nel 1956 con il titolo "Gli anni della Fenice" 
(titolo originale "The Fireman", letteralmente "Il pompiere", febbraio 1951, sulla rivista di fantascienza "Galaxy Science Fiction"; "Fahrenheit 451", 1953, in volume). 

lunedì 9 dicembre 2019

CINQUANT'ANNI FA, IN UNA PIAZZA DI MILANO...


"[...] gli uomini dei servizi s'infileranno ancora in quelle che, 
pur definite eufemisticamente <<deviazioni>>, 
sono così numerose, intrecciate, 
da non far più scorgere - a volte - il retto percorso che doveva essere seguito. 
Deviazioni così consistenti da marcare l'assenza di una volontà politica superiore in grado di incanalare e guidare attività che si pongono sulle estreme frontiere della legittimità del potere, della sovranità dello Stato. 
Confini dove la certezza del diritto, la forza della democrazia, 
sfumano in un'incerta ed insidiosa terra di nessuno.
Non è senza significato che, 
fra tutte le <<deviazioni>> addebitate al Sid, 
e successivamente al Sismi che ne prenderà il posto,
le più gravi, 
e documentate oltre ogni possibile dubbio, visto le sentenze passate in giudicato,
riguardino proprio l'operato dei servizi in connessione ai reati di strage che, a partire dal 1969, insanguinano il Paese.
E' una constatazione che, 
dopo essere stata fatta propria da numerose sentenze, 
costituisce il tema fondamentale delle attività della Commissione parlamentare d'inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi. 
Sin dalle prime sedute della Commissione emerge, pressoché unanime, 
un comune punto di partenza, 
vera e propria ipotesi di lavoro che guiderà le attività dei commissari.
L'impunità - 
che ha consentito ai responsabili delle stragi avvenute in Italia nell'ultimo ventennio di rimanere sempre (unica eccezione Peteano) nell'ombra - 
non deriva, viene detto, 
<<da oggettive difficoltà connesse al reato di strage 
né da una generica inefficienza degli apparati pubblici, 
ma da atti e omissioni volutamente posti in essere>>.
Quando 
- in connessione con le inchieste sulla strage di piazza Fontana - 
ci si comincia ad imbattere in 
un variegato e strabiliante susseguirsi di atti e omissioni frapposti 
all'accertamento della verità, all'individuazione dei responsabili, 
si è ancora lontani dall'assegnare il giusto significato a questi interventi, a questi accadimenti. 
Solo più tardi, 
quando in connessione con altre, successive stragi, 
si dovranno registrare analoghi, gravissimi interventi, 
ci si renderà conto che 
le omissioni, le falsificazioni, gli occultamenti di indizi, le sottrazioni di testi, i depistaggi, la disinformazione, l'apposizione arbitraria del segreto, 
non prendono posto casualmente. 
Né possono essere ridotte, come si è continuato a fare, 
a dissennate e criminali iniziative da addebitare a figure di servitori dello Stato che, 
dopo anni di tranquilla carriera, 
appena approdano nelle stanze segrete dei servizi di sicurezza 
gettano la maschera e rivelano bagliori di luciferina malvagità. 
S'intravede - 
nel procedere che sbarra la strada alle verità sulle stragi, in questa trasmutazione di persone di grande esperienza che, anziché servire lo Stato si fanno complici di terribili omertà - 
una metodicità, un prevalere di comportamenti così costanti 
da imporre una sorta di triste prevedibilità. 
Elementi che, 
per essere compresi pienamente, 
chiedono che si vada oltre le singole vicende, 
che si superi la ristrettezza delle biografie dei singoli ufficiali, funzionari, incriminati; 
che si giunga perfino a guardare gli eventi al di là del breve e affannato e mutevole operare dei reparti e dei nuclei, dei servizi e degli organismi della sicurezza che pur cambiando, spegnendosi e rinascendo, paiono dispiegare sempre gli stessi comportamenti. 
E incorrere negli stessi gravissimi errori"

Giorgio Boatti, "Piazza Fontana. 12 dicembre 1969: il giorno dell'innocenza perduta", Einaudi, 2009, nuova edizione aggiornata
(il saggio è stato pubblicato per la prima volta nel 1993 dalla casa editrice Feltrinelli).



"Piazza Fontana - 
come Peteano nel 1972, 
la bomba in piazza della Loggia a Brescia e l'attentato al treno Italicus del 1974, 
la strage alla stazione di Bologna del 1980 - 
è il capitolo di una guerra, 
che pur invisibile, 
è cruenta ed è in corso, per oltre un decennio, nella penisola. 
Guerra non ortodossa, pilotata da strateghi così saldamente annidati nei sancta sanctorum dei servizi e della difesa nazionale da rinunciare talvolta [...] ai toni sommessi. Alle coperture mimetizzatrici.
Guerra condotta in tempo di pace e in mezzo alla gente da reti clandestine e da terroristi mossi come fossero eserciti e soldati dispiegati a fronteggiare ogni possibilità d'alternanza nella democrazia italiana.
Guerra dura e sporca: non rispetta innocenti. Nelle  sue inafferrabili mimetizzazioni non conosce perenni fedeltà a schieramenti. Si sottrae alle sue stesse segrete gerarchie. E - a volte - si morde la coda e scatena sorde rese dei conti anche tra le proprie fila.
Di questa guerra piazza Fontana è la prima tragica pagina, 
perseguita con gelida pianificazione. 
Quanto accade dopo - 
principalmente l'impunità ai colpevoli e la verità inaccessibile 
sbarrata dal fronte di omertà che salda, in un patto scellerato, 
potere politico e stratificazione dei servizi, vertici militari e settori della magistratura - 
è la prima volta di tante altre"

Giorgio Boatti, "Piazza Fontana. 12 dicembre 1969: il giorno dell'innocenza perduta", Einaudi, 2009, nuova edizione aggiornata
(il saggio è stato pubblicato per la prima volta nel 1993 dalla casa editrice Feltrinelli).



"La filatura criminale procede infatti 
tra spazientite ordinazioni di timer necessari agli ordigni 
e chiacchiere trascinate 
tra botteghe di libraio 
[il terrorista neofascista Giovanni Ventura,
riconosciuto in via definitiva dai giudici responsabile della strage di piazza Fontana.
Tale verità giudiziaria non ha potuto sortire alcun effetto giuridico
in quanto per i fatti milanesi del 12 dicembre 1969
Ventura era stato irrevocabilmente assolto in un precedente processo, N.d.A.]
e studi d'avvocato 
[il terrorista neofascista Franco Freda,
riconosciuto in via definitiva dai giudici responsabile della strage di piazza Fontana.
Anche per lui tale verità non ha potuto avere alcuna conseguenza giuridica
per la stessa ragione sopra rammentata nel caso di Giovanni Ventura, N.d.A.],
missioni in casolari nella campagna veneta per depositare arsenali d'armi ed esplosivi 
e pasticciati affari fra personaggi che non dovrebbero avere nulla in comune tra di loro.
Vi si aggiungano amicizie strette in collegio e 
vanterie di importanti e misteriosi legami con pezzi grossi degli apparati romani 
capaci di sventare le curiosità e le sacrosante intromissioni 
di qualche servitore dello Stato - 
come il commissario Pasquale Iuliano - 
che non ha dimenticato il proprio dovere 
e che, proprio per questo, 
la pagherà cara 
in un Paese dove il potere è da sempre debole con i forti e forte con i semplici.
[...]
Quella della <<cellula nera>> veneta 
è un'azione di terrorismo e di provocazione politica 
che cresce sotto l'ombra protettiva di apparati contigui a quelli militari, 
si dirama guidata da una pseudo-intelligence 
cresciuta nel sottobosco di un Triveneto 
che allora più che mai è ancora avamposto della Guerra Fredda 
contro il Patto di Varsavia e il blocco comunista.
E in questo contesto è obbligatorio pensare 
alla disperazione di un galantuomo come 
il commissario Pasquale Iuliano, capo della Squadra Mobile di Padova, 
che ha intuito buona parte di quanto è prossimo ad accadere. 
Intercettando le telefonate con cui Freda ordina i timer per gli ordigni, 
Iuliano sarebbe persino vicino a produrre le prove 
dell'escalation eversiva della cellula nera 
a incastrare i responsabili prima che compiano l'ultimo e irreversibile passo. 
Ma è proprio su questo passaggio cruciale che 
da Roma saetta l'ordine che 
lo rimuove dall'incarico e lo esilia, 
per tappargli la bocca e lasciare libero corso alla cospirazione, 
in uno sperduto ufficio della Pubblica Sicurezza in quel di Ruvo di Puglia"

 Giorgio Boatti, "Piazza Fontana. 12 dicembre 1969: il giorno dell'innocenza perduta", Einaudi, 2009, nuova edizione aggiornata
(il saggio è stato pubblicato per la prima volta nel 1993 dalla casa editrice Feltrinelli).



"La strage di piazza Fontana, 
e le azioni di quel 12 dicembre che le sono collegate, 
non costituiscono solo un attentato terroristico.
Rappresentano l'avvio di una strategia volta a mutare, 
con un solo evento di pianificato impatto, 
il panorama politico italiano.
E' una strategia che qualcuno ha definito <<strategia della tensione>> 
e che più propriamente, da lì a qualche anno, troverà il suo nome giusto in <<stragismo>>.
La definizione più sintetica dello stragismo 
è quella data dal presidente emerito Francesco Cossiga 
nel corso di una sua lunga e complessa testimonianza 
davanti alla Commissione parlamentare di inchiesta sulle stragi 
[l'audizione avvenne il 6 novembre 1997, N.d.A.]:
<<Lo stragismo aveva come fine 
- altrimenti era pura follia e quindi terrorismo puro - 
... di creare una situazione di destabilizzazione 
che rendesse possibili avventure autoritarie o dittatoriali. 
Come ad esempio in Grecia>> "
    
Giorgio Boatti, "Piazza Fontana. 12 dicembre 1969: il giorno dell'innocenza perduta", Einaudi, 2009, nuova edizione aggiornata
(il saggio è stato pubblicato per la prima volta nel 1993 dalla casa editrice Feltrinelli).



"Le sentenze definitive 
pronunciate a carico di alcuni degli esponenti di destra qui individuati, 
nonché gli elementi probatori 
ulteriormente acquisiti in questo dibattimento, 
hanno consentito di ricostruire in modo inconfutabile 
l’esistenza di un gruppo criminale che, 
a partire dalla fine del 1968 
(pur con episodi prodromici collocati negli anni immediatamente precedenti), 
definì ed attuò la cosiddetta strategia della tensione, 
teorizzò cioè la necessità storica, 
per un sodalizio di ispirazione neofascista, 
di compiere attentati terroristici 
finalizzati a provocare nel nostro Paese una condizione di tensione sociale 
(anche mediante l’attribuzione di quelle azioni ad organizzazioni della sinistra extraparlamentare od anarchiche) 
che determinasse una situazione di emergenza istituzionale 
e consentisse il sovvertimento delle istituzioni democratiche 
da parte di forze golpiste"

Corte d’Assise di Milano, sentenza n. 15/01 del 30 giugno 2001 
(causa per la strage di piazza Fontana a carico di Maggi Carlo Maria + 4).
Nella medesima pronuncia i giudici parlano di 
"strategia eversiva culminata negli attentati del 12 dicembre" 
e di "funzione eversiva dell’attività terroristica"
ribadendo 
"l’idea di fondo della strategia della tensione, 
cioè la necessità di attuare un'escalation di violenza indiscriminata 
nei confronti dei cittadini, 
finalizzata alla creazione di uno stato di tensione 
che legittimasse l’intervento autoritario 
di forze istituzionali politiche e militari".



"[...] il generale Maletti, 
ex ufficiale del Sid condannato per i depistaggi su piazza Fontana 
e da tempo residente in Sudafrica, 
in un'intervista a un quotidiano nell'agosto del 2000, 
rivela l'apporto che settori dell'intelligence statunitense 
avrebbero fornito nel periodo antecedente la strage 
alla formazione estremista Ordine Nuovo 
[l'organizzazione criminale neofascista responsabile della strage milanese, N.d.A.]
Il tutto per creare, 
con gli attentati, 
un clima adatto a instaurare in Italia un regime autoritario 
simile a quello che i generali greci, 
con l'avvallo della Nato, 
avevano imposto dall'aprile del 1967 ad Atene"

Giorgio Boatti, "Piazza Fontana. 12 dicembre 1969: il giorno dell'innocenza perduta", Einaudi, 2009, nuova edizione aggiornata
(il saggio è stato pubblicato per la prima volta nel 1993 dalla casa editrice Feltrinelli).