sabato 29 agosto 2020

CALCIA LA PALLA!
Quando un verbo imperativo nasconde un sostantivo... declinato al femminile!


"Un giorno, dopo aver corso per pochi minuti, Ariana si ferma: è stanca.
Uno dei ragazzi che stanno giocando poco lontano scoppia a ridere. 
<<Non hai energia sufficiente per giocare!>>.
Ariana lo guarda infastidita.
<<Lascia perdere>> aggiunge il ragazzo. <<Il calcio non è uno sport per ragazze>>.
Adesso Ariana ne ha abbastanza.
<<Perché?>> gli chiede andando verso di lui. <<Tu hai due occhi e un naso, e li ho anch'io>>. 
Lui la guarda, confuso. 
<<Tu hai due gambe, e io pure. L'energia che hai tu, è quella che ho io, ma ho bisogno di allenamento. Tu ti sei allenato molto, perché puoi farlo tutte le volte che vuoi. Io invece sono una ragazza e non posso uscire di casa per allenarmi quando mi pare. E' questo quello di cui ho bisogno. Ma se potessi allenarmi seriamente, potrei giocare contro di te e allora sì che giocheremmo ad armi pari>>.
<<Forse puoi giocare con me>> risponde abbassando lo sguardo. 
E' evidente che vorrebbe mettere fine alla conversazione.
Ma Ariana è ormai partita lancia in resta, intenzionata ad attaccare.
<<Se tutti parlano come te, allora per noi non c'è niente da fare, ma se incoraggi le ragazze come me, dicendo, Bene, brava!, allora potremo allenarci e in futuro diventare buone giocatrici. E il mondo scoprirà che l'Afghanistan è un Paese che può competere con chicchessia>>"

Awista Ayub, "Giocando a calcio a Kabul", Piemme, 2010 
(titolo originale "However tall the mountain. A dream, eight girls, and a journey home", letteralmente "Per quanto alta possa essere la montagna. Un sogno, otto ragazze e un ritorno a casa", 2009).



"In Afghanistan non ho incontrato nessuno che simpatizzasse con i talebani o sostenesse di essersi trovato a proprio agio sotto il loro regime. 
Ho tuttavia incontrato fratelli che pensavano che le loro sorelle dovessero 
starsene in casa e non andare a scuola, 
e persino importanti funzionari della Federazione sportiva 
che si chiedevano 
se il calcio femminile potesse conciliarsi con la religione. 
In mezzo, c'erano ragazze che si consideravano buone musulmane, 
che pregavano ogni giorno, 
rispettavano le Scritture, vestivano pudicamente.
Ma anche loro volevano andare a scuola, istruirsi, 
avere una carriera lavorativa, 
sposarsi con chi volevano e quando volevano, 
e giocare a calcio, o praticare qualsiasi sport, senza dover chiedere il permesso 
agli uomini di casa. 
Ragazze desiderose di cogliere qualsiasi opportunità fosse data loro"

Awista Ayub, "Giocando a calcio a Kabul", Piemme, 2010 
(titolo originale "However tall the mountain. A dream, eight girls, and a journey home", letteralmente "Per quanto alta possa essere la montagna. Un sogno, otto ragazze e un ritorno a casa", 2009).

giovedì 27 agosto 2020

LE ALTE VETTE DELLA SAGGEZZA 


"Per quanto alta possa essere la montagna, 
c'è sempre una strada che porta in vetta"

Proverbio afgano

lunedì 17 agosto 2020

ORA E SEMPRE... RESILIENZA!!!

Sovraccoperta del libro di Monica Contrafatto.
Foto 
© Matteo Simone Bottin. Graphic designer: Pino Sartorio 

"<<Non sai mai quanto sei forte 
finché essere forte è l'unica scelta che hai>>: 
queste le parole che Monica [Contrafatto, N.d.A.] ha tatuate sulla pelle, 
per ricordare a se stessa e a tutti noi che 
ciascuno ha dentro di sé una forza innata 
che aspetta solo di essere liberata. 
L'importante è non arrendersi 
e, dopo ogni caduta, rialzarsi e correre"

Monica Contrafatto, 
"Non sai quanto sei forte. Dall'attentato alle Paralimpiadi: la mia rinascita", Mondadori, 2018, 
risvolto anteriore.




"A tutti i coraggiosi 
che ogni giorno superano con ironia e tenacia gli ostacoli della vita, 
proprio come se fossero ostacolisti, 
e che decidono di partire 
senza preoccuparsi 
di quanto tempo impiegheranno per arrivare al traguardo. 
La loro resilienza e la loro capacità di rimanere concentrati 
sul lato positivo 
sono tesori preziosi 
in grado di fare la differenza nel mondo.

Alle persone 
che temono il cambiamento e tendono a buttarsi giù: 
come c'era dentro di me, 
anche dentro di voi c'è una forza innata, 
pronta a esplodere e a spingervi avanti. 
Basta decidere di liberarla. 
A tutti voi auguro di trovare la giusta chiave, 
come a me è successo con la corsa"

Monica Contrafatto, 
"Non sai quanto sei forte. Dall'attentato alle Paralimpiadi: la mia rinascita", Mondadori, 2018, 
dedica d'opera.




"Un giorno decisi di andare a trovare la signora che occupava la stanza accanto alla mia, la numero 37. 
Passava tutto il tempo a lamentarsi e a piagnucolare, 
oltretutto in un modo così struggente (e rumoroso) 
da tenermi sveglia la notte. 
Mossa da un misto di pietà e curiosità [...]
presi le stampelle e saltellai fino là. 
Ero in piedi, 
che mi mancava una gamba era un dettaglio che difficilmente poteva sfuggire, 
eppure la signora non se ne accorse. 
<<Scusi, signora, ma cos'ha?>> le chiesi. 
<<Eh, mia cara, mi sono rotta il femore. Alla mia età...>>. 
Prima che facesse in tempo a finire la frase, ho commentato: 
<<Beata lei che alla sua età si è rotta il femore: 
pensi che io, a trent'anni, mi sono proprio fatta amputare una gamba>>. 
E le ho sorriso.
Non ho più sentito un lamento"

Monica Contrafatto, 
"Non sai quanto sei forte. Dall'attentato alle Paralimpiadi: la mia rinascita", Mondadori, 2018.




"Ringraziare mi piace moltissimo, 
perché mette in circolo un sacco di energia buona. 
Con grande gioia 
mi approssimo allora a tediare i miei lettori 
con un elenco lunghissimo di persone che, a vario titolo, 
mi hanno supportata, abbracciata e, 
quando era il caso, mi hanno rifilato qualche stangata ben data. 
[...] 
Infine vorrei ringraziare 
la mia testardaggine, la mia determinazione e la mia voglia di vivere: 
senza di loro non sarei riuscita a vedere il bicchiere mezzo pieno 
e non avrei potuto continuare a sguazzarci dentro"

Monica Contrafatto, 
"Non sai quanto sei forte. Dall'attentato alle Paralimpiadi: la mia rinascita", Mondadori, 2018, 
ringraziamenti.



"Se, a posteriori, 
posso dire di aver imparato qualcosa 
in quell'afoso giorno di aprile, 
questo è: 
non cedere mai. 
Per quanto la vita possa essere cupa e senza speranze, 
sono proprio 
gli eventi 
a infondere 
negli esseri umani 
una forza insospettata 
e a consentire loro di crescere. 
Perché più si cade in basso, più ricca diventa la vita. 
Se allora, in aprile, 
avessi sospettato che il mio destino si sarebbe complicato ancora di più, 
forse non avrei trovato il coraggio di continuare a vivere. 
[...] D'un tratto mi era venuto a mancare il terreno sotto i piedi. 
Oggi mi vergogno di quei foschi pensieri, 
perché non rispecchiano la mia vera indole, 
ma erano soltanto 
il risultato di 
uno sciocco confronto con il destino sereno degli altri. 
L'errore più grave, nelle difficoltà, è 
sperare nell'aiuto altrui. 
Perché 
c'è una sola persona al mondo che può risollevarti dall'abisso, 
e questa persona sei tu stesso. 
[...] Oggi posso dirlo: 
allora, tornando alla locanda, avevo deciso di 
gettarmi dalla torre più alta della città insieme alla mia infelice figliola. 
Un piccolo passo, un po' di coraggio, e tutto sarebbe finito. 
Ecco a che punto ero arrivato! 
Ma poi 
avvenne 
qualcosa di inaspettato, 
un fatto assolutamente secondario, 
che assunse però un'importanza decisiva per la mia vita"

Philipp Vandenberg, "Il fabbricante di specchi", Piemme, 2000 
(titolo originale "Der Spiegelmacher"
letteralmente così come tradotto nell'edizione italiana, 1998).

giovedì 14 maggio 2020

AUTOSTIMA AL MASCHILE - Parte seconda


"Tutte le storie sono storie d'amore"

Robert McLiam Wilson, "Eureka Street", Fazi Editore, 1999, incipit 
(titolo originale "Eureka Street", 1996).




"Mi sentivo solo quella sera, senza una donna. 
In realtà non era al sesso che pensavo, 
ma a una colazione a due, 
a una mano che mi accarezzasse la schiena nel buio, 
ai capelli di una donna sul cuscino. 
Mi mancavano i piccoli segni della presenza di una compagna. 
[...] Ci sono delle notti in cui ti rendi conto 
di avere ormai trent'anni e la tua vita ti sembra ormai agli sgoccioli. 
E pensi che non riuscirai mai a concludere niente e che nessuno ti bacerà mai più"

Robert McLiam Wilson, "Eureka Street", Fazi Editore, 1999 
(titolo originale "Eureka Street", 1996).




"E quando la mia pelle sfiorò la sua, 
decisi che per un po' avrei cancellato ogni pensiero suicida, 
che la vita doveva per forza essere bella e gradevole 
se esisteva una ragazza come lei. 
E quando mi accarezzò, 
la sua carezza arrivò in profondità, giù, giù, dentro di me"

Robert McLiam Wilson, "Eureka Street", Fazi Editore, 1999 
(titolo originale "Eureka Street", 1996).




"Cosa volevo? 
Volevo sentire la sua mano sul mio viso, 
vedere la sua testa china su di me, 
sentire le sue labbra sulle mie. 
Volevo udire le parole 
che avrebbero fatto fare capriole al mio cuore e arrossire le mie guance"

Robert McLiam Wilson, "Eureka Street", Fazi Editore, 1999 
(titolo originale "Eureka Street", 1996).




"Qualche giorno più tardi Chuckie Lurgan 
era un uomo nuovo, rinnovato dall'amore per Max, 
e camminava per strada per la prima volta nella propria vita. 
Sì, quando non era con Max, 
pensava a lei, desiderava vederla e ascoltare la sua voce, 
per tutta una serie di ragioni che non gli era facile spiegare: 
aveva bisogno di lei come quando si desidera bere o fumare. 
Quando invece erano insieme, 
non era necessario che facessero niente di speciale 
perché tutto fosse speciale: 
non dovevano per forza fare l'amore o andare da qualche parte. 
Un'ora in silenzio accanto a lei era già un'esperienza meravigliosa"

Robert McLiam Wilson, "Eureka Street", Fazi Editore, 1999 
(titolo originale "Eureka Street", 1996).




"Quasi mi dispiaceva per Rachel. 
Non meritava me e tutto il mio dolore, 
ma non volevo che smettesse di parlarmi, 
non volevo che se ne andasse. 
Dopo Sarah, Mary, Aoirghe e le altre, 
la mia autostima stava attraversando un periodo nero: 
la poca considerazione che avevano dimostrato di nutrire per me 
l'aveva tragicamente compromessa. 
Una tale unanimità era convincente. 
Ero molto vulnerabile: 
se Rachel fosse stata troppo gentile, 
    le avrei leccato la mano scodinzolando"

Robert McLiam Wilson, "Eureka Street", Fazi Editore, 1999 
(titolo originale "Eureka Street", 1996).

mercoledì 13 maggio 2020

LETTO & PARLATO

"Poi mi chiede: 
<<E che fa Adam quando non scala i muri?>>.
Le rispondo: <<Leggo!>>.
Si parla spesso dell'incanto dei libri. Non si dice abbastanza che è duplice. C'è l'incanto di leggerli 
e c'è quello di parlarne. 
Tutto il fascino [...] sta nel fatto che 
si leggono le storie narrate 
sognando 
altri libri ancora, inventati, fantasmagorici. 
E nello spazio di alcune pagine 
si hanno i due incanti insieme. 
Spesso, nella mia vita, 
ho potuto sperimentare questa virtù dei libri. 
Ma è stato quel giorno che l'ho scoperta. 
Sei con una estranea che ti chiede che cosa tu stia leggendo,
oppure sei tu a chiederglielo, 
e se appartenete entrambi all'universo di coloro che leggono, 
siete già sul punto di entrare, mano nella mano, in un eden condiviso. 
Dato che un libro ne richiama un altro, 
conoscerete insieme prodezze, emozioni, miti, idee, stili, aspirazioni. 
In risposta al mio <<Leggo!>>, 
la signora che mi tratteneva in casa sua non mi ha chiesto vagamente 
che cosa leggessi di solito, domanda senza conseguenze, 
ma nella lettura di quale libro fossi immerso quel giorno. 
Si trattava, me ne ricordo, di un romanzo di avventure intitolato <<Il prigioniero di Zenda>>. 
Lei leggeva il libro dell'archeologo tedesco Schliemann, lo scopritore del sito della città di Troia.
Non avevamo proprio le stesse letture, 
ma lei si è presa il tempo necessario per interrogarmi sul mio libro, 
mi ha parlato a lungo del suo 
e abbiamo scoperto alcune affinità fra le opere. 
Poi la signora mi ha suggerito che ce le scambiassimo, 
una volta finito di leggerle. 
Da quel momento in poi, ogni volta che sceglievo un libro, 
pensavo prima a lei. 
Si appassionava per la storia, l'archeologia e le biografie. 
Io leggevo soprattutto fumetti e romanzi di spionaggio, 
che consumavo senza ritegno come le mie bibite gassate. 
Grazie alla Hanum [appellativo utilizzato in epoca ottomana per rivolgersi educatamente a una signora, N.d.A.], che non avrebbe apprezzato che l'andassi a trovare con il trentesimo episodio delle avventure di questo o quell'agente segreto, avevo dovuto cominciare ad allargare i miei interessi. Volevo far colpo su di lei, 
o perlomeno meritare la sua stima. 
Per questo dovevo farle scoprire dei libri che non conosceva. 
Non so se le abbia fatto scoprire granché; 
per contro, ho imparato moltissimo grazie a lei. 
[...] Quell'estate, e le due seguenti, mi sono recato da lei molto spesso, 
talvolta tre o quattro giorni di fila. 
Parlavamo molto, del più e del meno, 
ma ci capitava anche di sederci ciascuno nel proprio angolo 
per leggere i nostri libri in silenzio"

Amin Maalouf, "I disorientati", Bompiani, 2013
(titolo originale "Les désorientés"
letteralmente così come tradotto nell'edizione italiana, 2012).




"La mattina dopo andai da Antoine e mi autoinvitai a casa sua, 
dovevamo parlare di libri. 
<<Di libri?>>. 
Annuii, <<Va bene per giovedì?>>. 
Da quel giorno, 
per un paio di giovedì al mese fino alla fine del liceo 
io e Antoine Lorraine 
avremmo confabulato 
di romanzi e delle parole che potevano cambiare la sorte. 
Il meccanismo era infallibile: 
Marie [la bibliotecaria, N.d.A.] mi consigliava due titoli, 
io li prendevo in prestito 
e ne passavo uno ad Antoine. 
Poi ce li scambiavamo, 
e a fine lettura ci incontravamo per la discussione"

Marco Missiroli, "Atti osceni in luogo privato", Feltrinelli, 2015.

venerdì 8 maggio 2020

AUTOSTIMA AL MASCHILE


"[...] un giovane ha tanta stima di sé 
quanto è il favore di cui gode presso il bel sesso"

Jan Potocki, "Avadoro, Histoire espagnole" 
(ovvero "Avadoro, storia spagnola"), 
Parigi, 1813. 

sabato 18 aprile 2020

L'ALBERO BIBLIOLOGICO

Ho disegnato la planimetria della mia biblioteca ideale, 
che ho voluto denominare "L'Albero Bibliologico"
Eccola:

Clicca sull'immagine per ingrandire

Che cosa ne pensate? Vi piace(rebbe)?

domenica 12 aprile 2020

SENZA MONDO


"Mi rimane 
il dolore del ricordo, 
la paura che ciò possa riaccadere, 
la sensazione di essere un po' estranea a questo mondo, 
ma di non averne un altro che sento più mio di questo"

Fulvia Degl'Innocenti, "La ragazza dell'Est", San Paolo, 2010.

CARA SIGNORA FORTUNA...



"Curioso come i lividi si riassorbono... 
Il segno si restringe a onde concentriche, 
il viola sbiadisce, poi diventa nero, poi giallo, poi un'ombra 
e la pelle riprende il suo colore fino a che tutto torna come prima. 
Ma il cuore non è come la pelle. 
Anche lì il colpo si riassorbe, 
ma qualcosa rimane e colpo su colpo si indurisce. 
Come se il male degli altri passasse un po' anche in noi. 
Signora fortuna 
sbrigati, 
perché quando ti sveglierai e arriverai anche da me, 
forse sarò diventata troppo cattiva e avrò dimenticato tutto"

Fulvia Degl'Innocenti, "La ragazza dell'Est", San Paolo, 2010.

UN LIBRO NON TI TRADISCE MAI

"<<Deve essere bello leggere!
A me non è mai piaciuto granché, 
ma a vederti così presa 
mi hai fatto quasi venire voglia... 
Non è che 
mi sapresti consigliare qualche libro?>>.
Lei aveva sollevato 
lo sguardo dalle pagine 
e ora lo fissava, 
con un'espressione lievemente infastidita, 
un po' sospettosa, 
ma anche incuriosita. 
Perché quel ragazzino, 
che doveva avere poco meno della sua età, sembrava sincero. Sì, proprio così, 
sembrava che davvero le sue parole fossero collegate a un'emozione, 
che non ci fosse un secondo scopo. 
Quelle parole erano vere. 
E allora lei vi si aggrappò, 
come poco prima aveva fatto con le parole scritte, 
e cominciò a raccontare e insieme a raccontarsi...
<<E' vero, leggere è una magia. 
E' un rifugio sicuro, meglio di un bunker antiatomico... 
[...] Qualsiasi cosa accada>> continuava la ragazza 
<<un libro non ti tradisce mai. 
Lo porti con te e lui c'è sempre. 
Se sei felice ti manda alle stelle, 
se sei triste ti fa dimenticare la tristezza, 
se sei disperato è come un'isola in cui tirare il fiato>>"

Fulvia Degl'Innocenti, "La ragazza dell'Est", San Paolo, 2010.




"[...] <<come ai miei tempi>>, diceva nonna Viorica. 
I suoi di tempi erano stati migliori: così ce li raccontava, ordinati, pieni delle cose che servono, la luce, il calore delle stufe, la zuppa, l'allegria e anche i libri. 
E di tutte quelle buone cose 
solo i libri erano rimasti. 
Quelli non si consumano come la legna nel fuoco, una volta stampati non hanno bisogno di altro per vivere, solo di qualcuno che li legga. 
Mi piace questa frase: 
<<Un libro è uguale per tutti>>..." 

Fulvia Degl'Innocenti, 
"La ragazza dell'Est", San Paolo, 2010.

lunedì 16 marzo 2020

L'ARTE DI IMMORTALARE UN ISTANTE


"<<Ciò va al di là della mia capacità di comprensione. 
Ti credo, ma non capisco. 
Come fa un istante a essere eterno se è soltanto un istante? Guarda>>.
Ydria immerge la mano nella tinozza 
e la estrae con un po' d'acqua sulla palma. 
Vi soffia un bacio che si polverizza in goccioline sulle labbra di Jan 
[van Eyck, celebre pittore fiammingo della prima metà del XV secolo, N.d.A.]. Ride.
<<Il mio bacio è passato, fuggito via. Non è eterno. Lo dimentichi già. Ragion per cui ho voglia di mandartene un altro>>.
<<Il tuo bacio si cancella e si dimentica perché non l'ho dipinto. 
Ma se lo dipingo, 
e lo dipingo con sufficiente perfezione affinché 
guardando l'immagine dipinta 
io possa sentire il profumo del tuo alito sulle mie labbra, 
come potranno ugualmente percepirlo 
coloro che nasceranno quando saremo morti, 
allora il tuo bacio diverrà eterno>>"

Jean-Daniel Baltassat, "La verità su Isabella", Bompiani, 2006 
(titolo originale "Le valet de peinture", letteralmente "Il pittore di corte", 2004). 

giovedì 12 marzo 2020

EPPUR NON VEDIAMO... 

"La nozione di 
<<punto cieco>>, 
o <<blind spot>>, 
è semplicemente uno strumento di riflessione, 
nel nostro gergo lo chiamo <<a digging tool>>,
uno strumento per scavare. [...] L'idea mi è venuta quando eravamo ancora alle medie. Si parlava in classe della Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino emanata al tempo della Rivoluzione francese. Un alunno aveva chiesto se vi fossero incluse le donne; e, in tal caso, come spiegare che avessero ottenuto il diritto di voto in Francia solo all'indomani della seconda guerra mondiale? Il professore aveva risposto che a dire il vero esse non erano incluse in quella affermazione di uguaglianza davanti alla legge, ma che non si poteva concludere che si fosse deciso scientemente di escluderle. Quell'aspetto della realtà, ci aveva detto, era semplicemente inconcepibile, <<invisibile>>, per gli uomini di quel tempo. 
La questione mi aveva intrigato, e quando ho cominciato a interessarmi più da vicino alla futurologia, ho capito quanto fosse fondamentale ricordarsi sempre che in ogni epoca gli uomini si rivelano incapaci di vedere certe cose. 
Naturalmente anche nella nostra stessa epoca. 
Vediamo cose che i nostri antenati non vedevano; 
ma c'erano cose che essi vedevano e che noi non vediamo più; 
e ci sono soprattutto innumerevoli cose che i nostri discendenti vedranno e che noi non vediamo ancora, dato che abbiamo anche noi i nostri <<punti ciechi>>. 
Un esempio fra cento altri, per illustrare la mia idea: l'inquinamento. Dall'inizio della rivoluzione industriale, si è stati totalmente incapaci di capire che la presenza di fabbriche nelle vicinanze degli agglomerati urbani poteva costituire un grave rischio per la salute; c'erano altre preoccupazioni, altre priorità. E' solo da una quarantina d'anni che il problema è entrato nel nostro campo visivo.
Un altro esempio è l'idea che le risorse del mare non sono infinite, che potrebbero esaurirsi e che è necessario preservarle. Solo alcuni anni fa, una simile idea era <<invisibile>>, tranne per una piccolissima minoranza di <<visionari>>, per l'appunto, che non venivano quindi ascoltati dai loro contemporanei. 
[...] Alla fine del semestre, avevo posto agli studenti una sola domanda, che doveva essere il tema della loro memoria. L'avevo formulata pressappoco così: 
Tutte le epoche hanno i loro punti ciechi, la nostra non fa eccezione. 
Ci sono aspetti della realtà che siamo incapaci di vedere ed è inevitabile che ciascuno di noi, fra qualche anno, pensi: 
<<Come ho fatto a non vederlo?>>. 
Vi chiedo per l'appunto di proiettarvi nel futuro e di parlarmi di un <<blind spot>> che ci riesce estremamente difficile vedere oggi, 
e che, fra trent'anni, 
ci apparirà evidente.
Le risposte degli studenti non erano prive di interesse; una diceva che le prossime generazioni si indigneranno sicuramente nell'apprendere che nella nostra epoca milioni di animali venivano massacrati nei macelli e che la maggior parte dei nostri simili trovavano la cosa perfettamente normale... una visione troppo ottimistica, credo, dell'avvenire della nostra specie...
Comunque sia, il metodo ha sedotto alcuni dirigenti del nostro istituto. E' persino diventato un passaggio obbligato nei colloqui di reclutamento dei nuovi ricercatori. 
<<Mi dica, Kim! Sono sicuro che qui, sotto il mio naso, c'è qualcosa di essenziale riguardante il futuro dell'Asia o dell'Europa o del petrolio o del nucleare ecc. e che non riesco a vedere. Potrebbe dirmi che cos'è?>>.
Impossibile rispondere seduta stante, bisogna necessariamente spremersi le meningi per proiettarsi al di là di ciò che siamo capaci di vedere alla prima occhiata. Di qui l'espressione <<digging tool>>, strumento per scavare..."   

Amin Maalouf, "I disorientati", Bompiani, 2013
(titolo originale "Les désorientés"
letteralmente così come tradotto nell'edizione italiana, 2012).

domenica 8 marzo 2020

SONO UOMINI O CALCIATORI?

Valentino Mazzola
"Fu un collaudatore dell'Alfa Romeo a notarlo 
[il riferimento è a Valentino Mazzola, N.d.A.] in veste di calciatore nelle fila della Tresoldi, la squadra del suo borgo con cui nel 1935-'36 partecipò al suo primo campionato, e a procurargli il lavoro da meccanico che gli permise di entrare nel 1938 nella compagine aziendale che militava in Serie C. 
[...] In realtà in quel 1938 Valentino Mazzola era già stato notato anche dagli osservatori del Milan, e la società meneghina gli offrì di giocare in Serie A. 
Lui ci pensò a lungo, poi scelse l'Alfa Romeo perché oltre a farlo giocare gli garantiva anche un lavoro. Scrisse nel suo diario [...]
<<E' stato molto meglio aver scelto l'Alfa Romeo; se fossi andato al Milan avrei percepito lo stipendio, allora assai notevole, di 100 lire mensili e non avrei lavorato. Meglio assai lavorare: con l'ozio c'era il pericolo di rovinare la mia passione, veramente sana, per il calcio e per la mia carriera>>. 
Va da sé che ogni paragone con l'attuale mondo del calcio è del tutto inutile"

Giuseppe Culicchia, 
"Superga 1949. Il destino del grande Torino, ultima epopea dell'Italia unita", Solferino, 2019.

mercoledì 26 febbraio 2020

DEL GIUDICARE (gli altri) 
DEL DECIDERE (per se stessi)

"Non sono sicuro che si debba perdonare a coloro che muoiono. 
Sarebbe troppo semplice se, alla sera di ogni vita umana, si rimettessero i contatori a zero; se la crudeltà e l'avidità degli uni, la compassione e l'abnegazione degli altri, venissero mellifluamente spacciate per profitti e perdite. Così, gli assassini e le loro vittime, i persecutori e i perseguitati, si ritroverebbero ugualmente innocenti nell'ora della morte? 
Non per me, a ogni modo. 
L'impunità, dal mio punto di vista, è perversa quanto l'ingiustizia; a dire il vero sono le due facce di una stessa medaglia. 
Si racconta che nei primi secoli dell'era cristiana, quando la nuova religione si diffondeva nell'impero romano, alcuni patrizi cercavano di ritardare per quanto possibile la conversione. Non avevano forse spiegato loro che al momento del battesimo tutti i peccati sarebbero stati cancellati? Proseguivano dunque la loro vita dissoluta, per farsi battezzare solo in punto di morte. 
Non so se i pentimenti tardivi abbiano qualche valore agli occhi della religione. Ai miei, non ne hanno alcuno. Né quelli degli antichi romani, né quelli dei miei contemporanei. 
Tuttavia, nell'ora della morte, esiste un obbligo di decenza. 
Quel momento fatale deve serbare una dignità, se si vuole restare umani. 
Qualunque sia, peraltro, il giudizio che si esprime sul moribondo e sui suoi atti. Sì, anche se si tratta del peggiore dei criminali. 
[...] Capita che un uomo commetta un crimine senza meritare per questo di essere definito criminale. Tanto insorgo contro l'impunità, quanto mi rifiuto di collocare tutte le malefatte sullo stesso piano, prescindendo dalle intenzioni, dall'entità o dalle circostanze che, senza assolvere, possono però costituire, come dicono le leggi, delle <<attenuanti>>"

Amin Maalouf, "I disorientati", Bompiani, 2013
(titolo originale "Les désorientés",
letteralmente così come tradotto nell'edizione italiana, 2012).




 "Di solito 
mi fido del mio impulso; 
non che sia infallibile, 
ma ho constatato, nel corso degli anni, 
che mi sbagliavo assai più spesso quando riflettevo a lungo, quando cercavo di prendere in considerazione tutti i dettagli di una faccenda o, peggio, quando allineavo mentalmente, in due colonne contrapposte, le argomentazioni a favore e quelle contro. 
Di conseguenza, distinguo adesso due maniere di pensare. 
Nell'una, la mia testa funziona come un calderone; abbraccia tutti i fattori contemporaneamente, li <<computa>> a mia insaputa, per consegnarmi in fretta il risultato finale. 
Nell'altra, la mia testa agisce come un banale coltello da cucina; si dà daffare per trinciare il reale con l'aiuto di nozioni approssimative come i <<vantaggi>> e gli <<inconvenienti>>, l'<<affettivo>> e il <<razionale>>, con l'unico risultato di confondermi di più. 
Quante volte ho preso decisioni disastrose per eccellenti ragioni! 
O, al contrario, le migliori decisioni a dispetto del buonsenso! 
Sono arrivato dunque a ritenere che fosse meglio che decidessi subito, in un batter d'occhio; poi che mi immergessi pazientemente in me stesso per comprendere la scelta fatta"

Amin Maalouf, "I disorientati", Bompiani, 2013
(titolo originale "Les désorientés",
letteralmente così come tradotto nell'edizione italiana, 2012).



"Non giudico? 
Sì, giudico, passo il mio tempo a giudicare. 
Mi irrita profondamente chi chiede, con sguardo falsamente inorridito: 
<<Non starà giudicandomi?>>. 
Sì, naturalmente, La giudico, non smetto di giudicarLa. 
Ogni essere dotato di una coscienza ha l'obbligo di giudicare. 
Ma le sentenze che pronuncio non toccano l'esistenza degli <<imputati>>. 
Accordo la mia stima o la tolgo, doso la mia affabilità, 
sospendo la mia amicizia in attesa di un supplemento di prove, 
mi allontano, mi riavvicino, mi volto dall'altra parte, 
concedo il beneficio della condizionale, passo la spugna, o faccio finta. 
La maggior parte degli interessati non se ne rende nemmeno conto. 
Non comunico i miei giudizi, non sono uno che dà lezioni, 
l'osservazione del mondo suscita in me solo un dialogo interiore, 
un interminabile dialogo con me stesso"

Amin Maalouf, "I disorientati", Bompiani, 2013 
(titolo originale "Les désorientés"
letteralmente così come tradotto nell'edizione italiana, 2012).

giovedì 13 febbraio 2020

L'ESSENZA DI OGNI RESISTENZA




"Accetta 
infine 
di schierarsi, 
di rischiare, 
perché non tutto sia perduto, 
perché il suo popolo 
non debba vergognarsi 
di tutti i suoi capi"

Antonia Arslan, 
"La masseria delle allodole", 
Rizzoli, 
2004.  





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CORSI E RICORSI DI OGNI GENOCIDIO



"In quella lontana solare giornata di maggio 
lei e i suoi familiari, 
piccoli e grandi, 
tutti sono stati giudicati - e trovati colpevoli - di esistere: 
e Dio si è velato. 
[...] 
Ismene prega con fervore, 
e lancia oscure minacce 
al Dio velato 
che non sembra ascoltarla:
 <<Troppo, troppo. Troppo male è su di loro. 
Non ti pare che sia abbastanza?>> 
brontola, segnandosi tre volte"

Antonia Arslan, "La masseria delle allodole", Rizzoli, 2004. 




"[...] è il giorno più funesto per un paese quello in cui, 
per sentirsi unito, 
sente il bisogno di eliminare una parte dei suoi cittadini, inermi"

Antonia Arslan, "La masseria delle allodole", Rizzoli, 2004. 



"Là le donne circondano i massacrati, 
ognuna con la sua lampada, 
si prendono per mano 
e cominciano solennemente il rito intangibile. 
Ancora per questa volta: 
Sempad e i suoi avranno sepoltura cristiana. 
A tutti gli altri armeni che perderanno la vita in quei mesi funesti, 
trucidati, torturati, morti di sete e di fame lungo le strade anatoliche, 
con scherno coerente 
sarà negato anche ogni funebre rito. 
O meglio: non ce ne sarà bisogno. 
Un singolo morto 
era prima un essere che respirava, era vivo, 
e la sua spoglia è un cadavere che può essere onorato: 
centomila morti 
sono un mucchio di carne in putrefazione, 
un cumulo di letame, 
più nulla del nulla, 
un'immonda realtà negativa di cui disfarsi"

Antonia Arslan, "La masseria delle allodole", Rizzoli, 2004. 





"Sopravvivere 
diventerà 
un caso, 
un'astuzia ingegnosa, 
una prova di forza, 
uno schernevole gioco di dadi che ha in palio la morte" 

Antonia Arslan, "La masseria delle allodole", Rizzoli, 2004. 




"Ogni giorno 
portò il suo orrore quotidiano, 
ogni giorno 
la pena si accrebbe per i sopravvissuti, 
che si trascinavano avanti passo dopo passo, 
sempre più miserabili, sempre più macilenti, 
affrontando 
ogni giorno 
la loro morte quotidiana"

Antonia Arslan, "La masseria delle allodole", Rizzoli, 2004. 



"Per un momento, 
tutti covano un'indistinta speranza: 
<<Qualcuno ci vedrà, qualcuno capirà che cosa ci stanno facendo>>. 
Ma la gente lungo la strada invece sembra non vederli, 
li attraversa con occhi di vetro, 
o si scansa, con visibile disgusto. 
E intorno si fa il vuoto"

Antonia Arslan, "La masseria delle allodole", Rizzoli, 2004. 





"Djelal vede 
ogni giorno 
i bambini scheletrici  
che vagano dappertutto, 
e neanche più chiedono pane, 
solo vagano 
fissano gli altri, tutti coloro che hanno il diritto di vivere"

Antonia Arslan, "La masseria delle allodole", Rizzoli, 2004. 

martedì 28 gennaio 2020

SEMPRE INSIEME, 
MAI COMPLETAMENTE SOLI


"Per quanto brutto sia il tempo,
e difficile la strada,
saremo sempre insieme,
per salire la collina
e per guadare acque impetuose,
sempre insieme"

Amita Trasi, "Il colore del nostro cielo", Giunti, 2018 
(titolo originale "The Color of our Sky"
letteralmente così come tradotto 
nell'edizione italiana, 2015). 



"<<Perché sei sempre qui per me?>> ho chiesto.
<<Cosa?>>.
<<Nessuno mi ha aiutato. Perché tu sì?>>.
<<Perché Tara... 
forse so cosa significhi essere completamente soli... 
abbiamo tutti bisogno di qualcuno quando ci sentiamo soli>> ha risposto" 

Amita Trasi, "Il colore del nostro cielo", Giunti, 2018 
(titolo originale "The Color of our Sky"
letteralmente così come tradotto 
nell'edizione italiana, 2015). 

VIVERE


"Quello che aveva detto quella sera mi è riecheggiato nelle orecchie. 
A volte un atto di coraggio 
è meglio di 
una vita vissuta da vigliacche, da schiave
E' stato allora che ho capito: 
era l'amore
L'amore che permetteva di liberarti di tutte le paure, 
di gettare la cautela al vento. 
Per la prima volta nella mia vita non ho avuto paura di morire"

Amita Trasi, "Il colore del nostro cielo", Giunti, 2018 
(titolo originale "The Color of our Sky"
letteralmente così come tradotto 
nell'edizione italiana, 2015). 



"E' stato solo allora che ho capito che 
i fili della vita non si intrecciano sempre come vorremmo; 
a volte 
il disegno alla fine della nostra esistenza 
è diverso 
da quello che ci eravamo immaginati, 
e in quel momento non ho potuto che sentirmi in pace 
per tutto ciò che sarebbe rimasto indietro"

Amita Trasi, "Il colore del nostro cielo", Giunti, 2018 
(titolo originale "The Color of our Sky"
letteralmente così come tradotto 
nell'edizione italiana, 2015).