sabato 26 novembre 2016

UN MONITO CONTRO LE PREPOTENZE DEL POTERE

"La resistenza, individuale e collettiva, agli atti dei pubblici poteri che violino le libertà fondamentali e i diritti garantiti dalla presente Costituzione, è diritto e dovere di ogni cittadino".
No, ciò che avete appena letto non è frutto del pensiero rivoluzionario di un pericoloso sovversivo no global marxista-leninista.
Si tratta di una proposta - risalente a settant'anni fa - del deputato democristiano Giuseppe Dossetti (che nel 1959 sarebbe stato ordinato sacerdote) inerente "Lo Stato come ordinamento giuridico e i suoi rapporti con gli altri ordinamenti".
Dopo essersi insediata il 25 giugno 1946 e aver contestualmente eletto il proprio presidente nella figura del socialista Giuseppe Saragat (che nel 1964 sarebbe stato eletto Presidente della Repubblica), l'Assemblea Costituente, il 15 luglio seguente, decise di nominare una Commissione incaricata di elaborare e proporre il progetto della nuova Costituzione (composta da 75 deputati, scelti da Saragat secondo il criterio della proporzionalità dei gruppi politici rappresentati).
A sua volta la Commissione venne suddivisa in tre Sottocommissioni, in base alle tematiche da affrontare: fu presso la prima di esse - chiamata a elaborare i principi generali della nuova Carta e sancire i diritti e i doveri dei cittadini - che l'onorevole Dossetti avanzò la proposta sopra citata.
Dopo avervi definito il compito e la funzione giuridica e politica dello Stato (il quale “protegge, favorisce, coordina e, dove occorra, integra le attività dei singoli, delle famiglie, degli enti territoriali e delle altre forme sociali”, art. 1) e il fondamento della sua sovranità (che “si esplica nei limiti dell’ordinamento giuridico costituito dalla presente Costituzione e dalle altre leggi ad essa conformi”, art. 2), il deputato della Dc espose quello che lui stesso definì "l’abituale principio della resistenza, logico corollario dei due articoli precedenti”.
Principio, del resto, non certo innovativo, ma tratto dalla Costituzione francese del 19 aprile di quello stesso 1946.
L'intento di Dossetti era inserire anche nella nostra Costituzione un precetto generale, un diritto-dovere fondamentale, demandando poi alla legge penale il compito di sancirlo e regolarlo concretamente, così che in caso d'inosservanza potesse essere stabilita - di volta in volta - l'apposita sanzione, in relazione alle specifiche situazioni e alle conseguenze derivate.
Come ben spiegato dal deputato Aldo Moro - che nel 1963 avrebbe assunto la carica di Presidente del Consiglio - proporre la rivoluzione sia come diritto etico-giuridico (se nata “da uno stato di indebita compressione dei diritti di libertà sanciti dalla Costituzione”), sia come dovere morale (“che è bene sia affermato dalla Costituzione, nel senso che la passività, di fronte all'arbitrio dello Stato, costituisce inosservanza di un dovere morale fondamentale”) avrebbe comportato affidare a tale norma “un preciso e netto significato giuridico, in quanto pone un criterio direttivo al legislatore penale, affinché non consideri come reati degli atti commessi con apparenza delittuosa, ma che hanno invece il nobile scopo di garantire la libertà umana” (Commissione per la Costituzione - Prima Sottocommissione, seduta del 3 dicembre 1946).
In quella stessa seduta d'inizio dicembre la prima Sottocommissione approvò la norma Dossetti a stragrande maggioranza, con 10 sì, 1 no (il democristiano Carmelo Caristia) e 2 astenuti.
Questa venne così inserita nel Progetto di Costituzione approvato dalla Commissione e presentato alla Presidenza dell’Assemblea Costituente il 31 gennaio 1947, il cui articolo 50 recitava:
"Ogni cittadino ha il dovere di essere fedele alla Repubblica, di osservarne la Costituzione e le leggi, di adempiere con disciplina ed onore le funzioni che gli sono affidate" (comma 1).
"Quando i poteri pubblici violino le libertà fondamentali ed i diritti garantiti dalla Costituzione, la resistenza all'oppressione è diritto e dovere del cittadino" (comma 2).
Pur avviando la discussione della norma Dossetti nella seduta del 23 maggio 1947, l'Assemblea, dopo un intenso dibattito, decise di rinviarne il giudizio, ripreso e definitivamente risolto solo tra la sera del 4 dicembre 1947 e la tarda mattinata del giorno seguente.
Nel corso della seduta del 5 dicembre, infatti, il principio proposto da Dossetti - nonostante fosse stato appoggiato in diverse occasioni da deputati importanti come il già ricordato Aldo Moro (democristiano), il pur dubbioso Palmiro Togliatti (comunista, ministro della Giustizia dal 21 giugno 1945 al 12 luglio 1946), Fausto Gullo (comunista, ministro della Giustizia succeduto a Togliatti) e Giuseppe Grassi (liberale, ministro della Giustizia succeduto a Gullo; il 27 dicembre 1947 avrebbe firmato in tale qualità il testo definitivo della Costituzione) - fu soppresso su proposta di tre deputati liberali (Aldo Bozzi, Amerigo Crispo e Giuseppe Candela), due del Fronte dell'Uomo Qualunque (Francesco Colitto e Cesario Rodi), due democristiani (Giambattista Bosco Lucarelli e Corrado Terranova), due repubblicani (Ugo Della Seta e Arnaldo Azzi) e un conservatore monarchico (Francesco Caroleo).
Come disse in Assemblea l'onorevole Fausto Gullo, poco prima che venisse decretato lo stralcio finale della norma Dossetti:
"A me pare che nella nuova Costituzione noi dobbiamo affermare il diritto del cittadino di ribellarsi all'arbitrio e alla tirannia.
[...] E' un monito che si dà all'autorità: se essa decampa [sconfina, N.d.A.] dai limiti legittimi, avrà di fronte il cittadino col suo diritto di ribellarsi. 
Non è detto che quest'atto del cittadino debba assumere la forma estrema dell'atto rivoluzionario.
Ci sono tante maniere di ribellarsi. 
Affermare questo principio non significa altro che dare concreta attuazione a quegli altri diritti che noi abbiamo affermato nella parte generale della Costituzione, i diritti del cittadino, i diritti dell'uomo. 
Se questi diritti sono violati o offesi dall'autorità costituita, i cittadini offesi, e come collettività e come singoli, hanno il diritto di ribellarsi" 
(Assemblea Costituente, seduta antimeridiana del 5 dicembre 1947).


Ecco, il 4 dicembre prossimo cerchiamo di rammentare e fare nostro quel monito, esattamente 70 anni dopo la sua provvisoria approvazione e 69 anni dopo la sua conclusiva bocciatura.
Per dimostrare che i cittadini - votando NO al referendum costituzionale - vogliono e sanno ribellarsi alle prepotenze di un potere che sopporta sempre meno i limiti costituzionali e democratici partoriti dalla Resistenza al nazi-fascismo.

giovedì 24 dicembre 2015

PARTECIPARE CON I FATTI A UN'OPERA PROFONDA DI BONIFICA POLITICA, MORALE E SOCIALE

Pio La Torre (1927-1982)
"[...] bisogna essere consapevoli che un'azione su tutto il fronte contro le moderne forme di criminalizzazione della vita economica e dei rapporti tra pubblica amministrazione e attività private, comporta non solo un grande rigore sul piano della prevenzione e della repressione penale ma un'opera profonda di bonifica politica e morale: una bonifica capace di rimuovere quell'intreccio tra potere mafioso e gruppi dirigenti che è aspetto non secondario del blocco sociale-elettorale conservatore. 
Al fondo di tutto, dunque, c'è una scelta di strategia politica. 
Non basta una rettifica di comportamento personale di questo o quel detentore del potere politico e amministrativo: occorre compiere nei fatti, e su scala generale, la scelta della programmazione economica e del controllo democratico della spesa pubblica in vista di un modello rinnovato di relazioni economico-sociali.
[...] Il governo Cossiga, dal canto suo, si mostra impotente a dare risposte persino ai problemi più urgenti delle aziende industriali minacciate di smobilitazione. 
In queste condizioni, decine di migliaia di giovani, privi di prospettive di lavoro, diventano facile preda di suggestioni ribellistiche e possono essere strumentalizzati da quelle forze che vogliono difendere anche con la violenza e l'assassinio il sistema di potere corrotto, clientelare e mafioso.
Da qui la convergenza tra mafia e terrorismo che fa sorgere nuovi pericoli alla convivenza democratica e civile del nostro paese" 

Pio La Torre, "Il legame tra mafia e potere", editoriale pubblicato sulla prima pagina de "l'Unità", 28 febbraio 1980.


Pio La Torre

Pio La Torre è morto e continuerà ad esserlo se noi non ne facciamo vivere le passioni e gli ideali nelle nostre piccole e grandi esperienze.
Sfrattiamo dalle nostre menti l'indifferenza.
Scacciamo l'ignavia dai nostri cuori.
Impegniamoci, dunque!
Facciamo vivere Pio attraverso le nostre azioni, le nostre parole e i nostri pensieri quotidiani.
Dimostriamo concretamente e senza ipocrisie che lui vive - davvero - con noi e dentro di noi.
Facciamone memoria piena, autentica, pratica.
Evitiamo di mettere in atto la solita, stucchevole, retorica messa in scena utile solo a farci credere - illusi - che la nostra coscienza sia a posto.
Come oggi è il giorno in cui un bimbo di nome Pio è sbocciato alla vita, così il testamento morale che questi ci ha lasciato sbocci nella mente e nel cuore di ognuno di noi.
Già, perchè adesso tocca a noi.
Soltanto a noi.

giovedì 17 dicembre 2015

FATTO SALVO IL SALVO...


Anzi, è il suo esatto opposto.
Qui bisogna aggiungere!
E' necessario infatti menzionare alcuni fatti (inspiegabilmente) taciuti nell'articolo, in modo tale da offrire al lettore una doverosa completezza d'informazione.
"Nel processo [per mafia, N.d.A.] è stato prosciolto da ogni imputazione il figlio Filippo, padre dei due giovani imprenditori eredi dei beni sequestrati", si legge nel testo.
Vero.
Peccato che l'autore si sia "dimenticato" di aggiungere che il soggetto - Filippo Rappa, nato il 20 novembre 1943, figlio di Vincenzo - è stato invece condannato in via definitiva e in tutti i gradi di giudizio per il reato di bancarotta fraudolenta, distrattiva e documentale, per il fallimento - dichiarato con sentenza del 25 marzo 1997 - della "Ing. G. Lambertini S.p.a.", società che per un decennio (ovvero da quando era stata acquisita dalla famiglia Rappa) si è aggiudicata appalti e lavori edili, anche pubblici.
Il verdetto giudiziario conclusivo è stato emesso dalla quinta sezione penale della Corte Suprema di Cassazione per mezzo della sentenza n. 21868 dell'11 aprile 2012 (Presidente Gian Giacomo Sandrelli; Consigliere Relatore Maurizio Fumo).
Secondo i giudici del Tribunale di Palermo prima, della Corte d'Appello del capoluogo siciliano poi e infine della Cassazione, la contabilità della società per azioni "è rimasta del tutto silente" circa i beni presenti nel suo patrimonio.
Nulla, nessuna prova documentale degli introiti, nè alcuna traccia delle movimentazioni - oltre che in entrata - in uscita.
Tale era la situazione che gli organi fallimentari hanno dovuto ricostruire (solo in parte e a grandi linee) l'intero quadro finanziario, economico, contabile e aziendale impiegando una discreta dose di fatica e dimostrando una notevole diligenza (alcuni dati, per esempio, sono stati rinvenuti in un vecchio computer aziendale ormai in disuso).
Infine, a conclusione della loro decisione, i magistrati hanno evidenziato tre fattori decisamente significativi: l'intensità del dolo, il danno ingente causato ai creditori e la gravità del fatto commesso.
Ma c'è dell'altro.
Attraverso l'ordinanza n. 3241 deliberata dal Tribunale di Sorveglianza di Palermo in data 9 novembre 2012, il nostro Filippo Rappa è stato posto agli arresti domiciliari al fine di espiarvi il residuo di pena da scontare proprio per la vicenda della bancarotta fraudolenta sopra esposta (1 anno, 3 mesi e 29 giorni di reclusione). 
Contemporaneamente, però, il Tribunale ha respinto l'istanza di affidamento in prova ai servizi sociali, evidenziando il "rilevante disvalore sociale del reato commesso" e ritenendo "accertato che l'attività lavorativa proposta presso l'azienda vinicola di famiglia, esercitata dalla Simsider s.r.l., di cui erano legali rappresentanti i figli del Rappa, risultava del tutto sfornita di regolarizzazione, non emergendo dalla documentazione in atti alcun rapporto lavorativo di carattere dipendente o di altro genere, e appariva, inoltre, inidonea all'agevole esecuzione dei dovuti controlli, secondo la nota informativa della polizia di Celafù".
La Cassazione (sezione VII penale, ordinanza n. 26912 del 6 marzo 2014, Presidente Umberto Zampetti; Consigliere Relatore Antonella Patrizia Mazzei), poste "la difficoltà dei controlli presso l'azienda di famiglia" e "la carente documentazione del dedotto rapporto di lavoro", non ha potuto far altro che dichiarare inammissibile il ricorso presentato dal pregiudicato, condannando per di più quest'ultimo a pagare le spese processuali e a versare alla cassa delle ammende la somma di 1.000 euro quale sanzione pecuniaria. 
Ecco, cari lettori.
Fatto salvo il "pezzo" di Salvo, sappiate che tutto quanto ho voluto scrivere qui, in questo mio "pezzo", l'ho scritto "solo" per una necessaria, anche se non Vitale, completezza d'informazione.
Era giusto che ne foste informati.

venerdì 20 novembre 2015

IL TRAVAGLIO DELLA RAGIONE 


Ieri sera, nel corso del programma televisivo "Otto e Mezzo" (precisamente al minuto 17:23 della puntata), la conduttrice Lilli Gruber domanda a Marco Travaglio:  
<<Come ci comportiamo con l’Islam?>>.
La risposta del direttore de "il Fatto Quotidiano" è saggia e illuminante:
<<Forse potremmo cogliere l’occasione di questo grande dibattito sui nostri valori, i valori dell’Occidente.
Se li abbiamo, li nascondiamo molto bene, devo dire. 
Oggi Daniela Ranieri sul “Fatto” ha scritto un bel pezzo per ricordare che i primi a combattere i nostri valori siamo noi, che li stiamo smantellando a uno a uno. 
Avevamo un valore che era il welfare, lo stiamo un po’ smantellando, no? 
Avevamo il valore del parlamentarismo, della democrazia parlamentare. Le Costituzioni vengono cambiate. 
[…] Rivalutiamoli noi questi valori e poi facciamoli assaggiare anche un po’ agli immigrati. 
Perché io penso che il peggio che noi possiamo fare è quello di farli incazzare tutti. 
Le politiche che predicano le destre sono politiche - oltre che incivili e disumane - anche controproducenti e demenziali, perché quest’idea di levargli le moschee, non dargli una casa, farli vivere malissimo, trattarli malissimo, non farli entrare, insultarli tutte le sere in televisione, indipendentemente dal fatto che siano dei profughi, che siano dei delinquenti, che siano dei clandestini, che siano degli irregolari, che lavorino, che delinquano, è assurda! 
Perché se noi vogliamo che la nostra civiltà venga apprezzata da loro, gliela dovremmo in parte far assaggiare anche a loro. 
Sarà brutto dirlo: cerchiamo di comprarceli, in qualche modo, cioè cerchiamo di farli vivere mediamente bene, perché guarda che per arrivare a desiderare di farsi esplodere (a parte che si devono anche drogare molto spesso per arrivare a farsi esplodere), guarda che arrivare a sognare di farsi esplodere vuol dire che veramente non hanno nulla da perdere. 
Diamogli qualcosa da perdere! 
Questo, secondo me, è il minimo che si possa fare nella quotidianità da parte di tutti. 
Cioè questi famosi valori, se li abbiamo, tiriamoli fuori, perché molto spesso ce li siamo dimenticati.
Noi ce ne ricordiamo soltanto quando fanno un attentato, dice: <<Mettono a rischio i nostri valori!>>.
Ma i nostri valori, noi, dove li abbiamo messi in questi anni? 
Tiriamoli fuori se li abbiamo! Per tutti.
Fermo restando che dobbiamo essere dei Paesi seri, organizzati. 
La Merkel, quando ha detto: <<Facciamo entrare i profughi siriani>>, non ha detto: <<Venga chiunque e si comporti come gli pare!>>
No, quello è uno Stato organizzato, gli hanno detto: <<Oh, venite qua, rispettate le leggi, non pensate di fare come se foste a casa vostra. Qua c’è un sistema di regole, non si sgarra!>>
Infatti la Merkel è passata dall'essere un’aguzzina per aver detto a quella bambina palestinese: <<Se tu non hai diritto di stare qui, te ne devi tornare nel tuo Paese!>> e sembrava Hitler da come era stata dipinta. E poi è stata dipinta come Madre Teresa di Calcutta perché li faceva entrare. 
Non è né Hitler, né Madre Teresa di Calcutta. 
E’ la Cancelliera di un Paese serio, che ha preso una decisione e che però fa rispettare le regole. 
La nostra civiltà occidentale è anche fatta da regole e quindi chi la vuole assaggiare deve rispettarle.
Penso che sia giusto>>.



venerdì 6 novembre 2015

SOLO QUESTIONE DI VOCALI?

Il mio consiglio di lettura odierno dimostra una volta di più come si possa (rectius, voglia) stuprare la propria terra, violentando la salute collettiva e il bene(ssere) comune.
Lo trovate qui.
Ora, dato che tra le varie case leghiste (ma pagheranno le tasse sugli immobili?) quella che racchiude il territorio bergamasco è storicamente una delle più importanti dal punto di vista elettorale, politico e amministrativo, forse bisognerebbe porsi una domanda cruciale:


Speriamo che oltre alle imposte, le camicie verdi paghino anche i danni.
Almeno per omissione di controllo.
O sono forse incapaci d'intendere e di volere (oltre che di vedere)?

mercoledì 4 novembre 2015

DARE PER PRIMI L'ESEMPIO

Beppe Alfano (1945-1993)
"Mio padre era un uomo inflessibile.
Difficilmente ammetteva compromessi e spesso peccava perfino di eccesso di zelo.
Come quella volta dell'incidente in classe, per esempio.
Aveva sempre fatto il professore di educazione tecnica alle scuole medie e, quando eravamo tornati in Sicilia dal Trentino nel 1976, aveva ottenuto un posto alla Galileo Galilei di Terme Vigliatore, in provincia di Messina. Divideva le sue ore di lezione tra la sede centrale e quella distaccata, che si trovava a Vigliatore, dove abitavamo.
Anche io, come tutti i ragazzini della frazione, ero iscritta lì nella sezione unica e per poter essere sua alunna c'era voluta una dispensa speciale del provveditorato. Siccome inoltre era vicepreside, capitava spesso che me lo ritrovassi dietro la cattedra anche come supplente. 
Ero a casa con la febbre il giorno in cui uno dei miei compagni ruppe la maniglia della porta, e io venni a sapere dell'accaduto quando mio padre rientrò, all'ora di pranzo. 
Il mattino dopo tornai a scuola e lui entrando in aula con aria seria, esordì: 
<<Mi ha detto il bidello che è stata rotta la maniglia>>
Sulla classe calò il silenzio. 
Tutti gli studenti lo amavano e pendevano dalle sue labbra. 
Li aveva conquistati lasciandoli liberi durante le sue ore di discutere di ciò che li interessava e partecipando ai loro dibattiti con curiosità; quando però era ora di dedicarsi allo studio, esigeva la massima concentrazione e non ammetteva repliche. 
I ragazzi sapevano che non si arrabbiava gratuitamente, che considerava la lealtà e la trasparenza valori fondamentali. 
Capirono immediatamente che per la questione della maniglia sarebbe andato fino in fondo. 
<<Voglio sapere chi è stato>> proseguì infatti, guardandoci negli occhi, uno a uno. 
Nessuno aprì bocca e tra i banchi iniziò a serpeggiare un lieve disagio, benchè tutti dissimulassero.
Papà girò attorno alla cattedra, ci si appoggiò e incrociò le braccia: 
<<Se non viene fuori il colpevole>> proseguì <<rischiamo di far saltare la gita. O mi dite chi è stato, o sono costretto a pescare qualcuno io>>
Ancora silenzio. 
Io osservavo la scena dal mio posto, tranquilla e distaccata, perchè la vicenda questa volta non mi riguardava. 
Passarono alcuni istanti che parevano infiniti, poi mio padre trasse un profondo sospiro e si girò nella mia direzione. 
<<Sonia>>
<<Che c'è?>> sobbalzai, destandomi dal mio torpore. 
<<Se nessuno si fa avanti, paghi tu per gli altri>>
Sgranai gli occhi: <<Ma io ero assente!>>
Improvvisamente tutta l'attenzione si concentrò su di me, anzi su noi due: io ero allibita dalla sua mossa, lui sembrava amareggiato ma irremovibile. 
Adesso erano i miei compagni che si godevano lo spettacolo e, com'era prevedibile, nessuno di loro si fece avanti per difendermi. 
Naturalmente non ci fu verso di fargli cambiare idea: fece rapporto additandomi come la responsabile del danno. 
Mi arrabbiai da morire e quel giorno a scuola non gli rivolsi più la parola. 
Una volta a casa fu però costretto a rendermi conto del suo comportamento. 
<<Dobbiamo dare l'esempio>> fu la sua lapidaria giustificazione. 
<<Questa è l'esasperazione dell'esempio!>> protestai. 
Non servì a nulla: a pagare dovevo comunque essere io. 
E pagai. Non solo quella volta, ma per tutti e tre gli anni che lo ebbi come insegnante. 
Non voleva che qualcuno pensasse che mi favoriva, che ero avvantaggiata in quanto sua figlia, così mi trattava anche molto più severamente degli altri. 
Per esempio, mi interrogava tutti i giorni. Ero una delle prime della classe, con pagelle piene di 8 e 9; solo nella sua materia avevo 6. Agli esami, la commissione mi voleva promuovere con 9 e anche allora si intromise insistendo che dovevano darmi 7. Non c'era verso di fargli capire che anche farmi scontare al negativo quella nostra parentela era un'ingiustizia. Fortunatamente, agli esami, la professoressa di italiano lo prese in disparte e, senza troppi giri di parole, lo ridusse a più miti consigli. Fu probabilmente solo grazie a lei che uscii con il voto che mi spettava. 
Ma si trattò di un'eccezione: di solito mi toccava rassegnarmi. 
Del resto, è quello che succede con le persone dotate di carisma. 
Di fronte a un padre tanto caparbio e trascinatore, non potevo che alzare le mani"

Beppe Alfano, testimonianza della figlia Sonia raccolta nel libro da lei scritto "La zona d'ombra. La lezione di mio padre ucciso dalla mafia e abbandonato dallo Stato", Rizzoli, 2011.

Beppe Alfano con la figlia Sonia

Beppe Alfano è morto e continuerà ad esserlo se noi non ne facciamo vivere le passioni e gli ideali nelle nostre piccole e grandi esperienze.
Sfrattiamo dalle nostre menti l'indifferenza.
Scacciamo l'ignavia dai nostri cuori.
Impegniamoci, dunque!
Facciamo vivere Beppe attraverso le nostre azioni, le nostre parole e i nostri pensieri quotidiani.
Dimostriamo concretamente e senza ipocrisie che lui vive - davvero - con noi e dentro di noi.
Facciamone memoria piena, autentica, pratica.
Evitiamo di mettere in atto la solita, stucchevole, retorica messa in scena utile solo a farci credere - illusi - che la nostra coscienza sia a posto.
Come oggi è il giorno in cui un bimbo di nome Giuseppe è sbocciato alla vita, così il testamento morale che questi ci ha lasciato sbocci nella mente e nel cuore di ognuno di noi.
Già, perchè adesso tocca a noi.
Soltanto a noi.

lunedì 12 ottobre 2015

SE QUESTI SONO UOMINI


La considerazione che i mafiosi hanno per i bambini: qui e qui.
Nulla da aggiungere.

venerdì 9 ottobre 2015

STORIA DI UNA BANCOMAFIA


Giuseppe Fava
"Mi rendo conto che c’è un'enorme confusione che si fa sul problema della mafia. Questo signore ha avuto a che fare con quelli che dalle nostre parti – come Sciascia giustamente dice – sono scassapagghiari, cioè delinquenti da tre soldi che esistono su tutta la faccia della Terra. I mafiosi sono in ben altri luoghi e in ben altre assemblee. I mafiosi stanno in Parlamento, i mafiosi a volte sono ministri, i mafiosi sono banchieri, i mafiosi sono quelli che in questo momento sono ai vertici della nazione. Se non si chiarisce questo equivoco di fondo... Cioè non si può definire mafioso il piccolo delinquente che arriva e ti impone la taglia sulla tua piccola attività commerciale; questa è roba da piccola criminalità che credo che faccia parte ormai, abiti in tutte le città italiane, in tutte le città europee. Il problema della mafia è molto più tragico e più importante, è un problema di vertice nella gestione della nazione ed è un problema che rischia di portare alla rovina e al decadimento culturale e definitivo l’Italia"

Giuseppe Fava, intervista rilasciata a Enzo Biagi 
in una puntata della trasmissione "Film story" dal titolo "Mafia e camorra", 
registrata il 28 dicembre 1983 e andata in onda il giorno seguente su Rete4, 
in coproduzione con TSI - Televisione Svizzera di lingua Italiana (qui il video). 
Pochi giorni dopo, il 5 gennaio 1984, Fava venne assassinato.





Tutte le storie iniziano con "c'era una volta" e quella che segue non fa eccezione... 

C'era dunque una volta un uomo, tale Paolo Vitale.
Ma non era un uomo qualunque.
Era un uomo di mafia. 
Contiguo a quell'organizzazione di sanguisughe criminali chiamata "Cosa Nostra" fin dal 1981, venne condannato per favoreggiamento nel maxiprocesso istruito (anche) dai giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.
All'evidente scopo di rimpolpare un curriculum delinquenziale di tutto rispetto, si adoperò tramite la propria attività imprenditoriale per reimpiegare capitali di origine illecita provenienti da vari esponenti mafiosi, tra i quali il genero Salvatore Biondo (la figlia di Vitale lo aveva sposato nel 1989, quando era già stato tratto in arresto).
Infine, gli venne sequestrato e definitivamente confiscato un immobile della sua società (la Delmina s.n.c.), divenuto così... cosa nostra!
C'era una volta una banca, la Banca Nazionale del Lavoro.
Ma non era una banca qualunque.
Era una banca molto, molto generosa.
Il 12 giugno 1999, infatti, prima che l'immobile di quel gran pezzo d'un Vitale fosse oggetto di sequestro di prevenzione, concesse al figliolo Francesco - amministratore della ditta paterna - un mutuo fondiario della bellezza di 75 milioni di lire, garantito da apposita ipoteca iscritta  proprio sull'immobile della Delmina s.n.c.. 
Ma la B.N.L. era anche una banca molto, molto coraggiosa.
Ci vuole infatti una notevole dose di coraggio per pretendere - come essa fece - il riconoscimento della propria buona fede e la conseguente ammissione al pagamento del credito ipotecario vantato! Difatti la stravagante istanza venne rigettata per ben due volte dalla Sezione per le Misure di Prevenzione del Tribunale di Palermo (avverso una prima ordinanza dei magistrati, la B.N.L. aveva proposto opposizione davanti al medesimo giudice, il quale - con una seconda ordinanza datata 17 aprile 2014 - aveva confermato il verdetto precedente). 
Tuttavia la B.N.L. era anche una banca molto, molto ostinata.
Arrivò persino a presentare ricorso in Cassazione, purtroppo (per lei) inutilmente.
Già, perchè sei mesi fa la Corte Suprema (sezione I penale, sentenza n. 34106 del 9 aprile 2015 - Presidente Maria Cristina Siotto, Relatore Raffaello Magi) non potè far altro che convalidare in pieno i provvedimenti emessi dai colleghi siciliani.
La B.N.L. aveva infatti sciaguratamente accordato un mutuo sostanzioso senza aver prima svolto nessuna vera istruttoria, essendosi semplicemente limitata ad acquisire la visura camerale e il certificato d’iscrizione della Delmina s.n.c. al Registro delle Imprese.
Eppure (o forse proprio per questo) la contabilità della società era completamente priva di qualsivoglia attendibilità! D'altra parte non poteva essere altrimenti, visto che le risorse da questa impiegate derivavano da delitti di stampo mafioso (come già ricordato, la reale funzione dell'azienda consisteva nel riciclare il denaro sporco dei boss).
Attraverso l'affidamento di quel mutuo che aveva consentito a quel gentiluomo di Paolo Vitale di acquistare un immobile poi sequestrato e confiscato, la B.N.L. "ha reso possibile - di fatto - una operazione di tendenziale reimmissione nel circuito economico […] di capitali di provenienza illecita (con ciò assicurando il frutto di tale attività o comunque il reimpiego di detti capitali [...])".
Ora, poichè l'istituto di credito era perfettamente a conoscenza della biografia criminale di Vitale (del resto non poteva non esserlo, essendo questi stato condannato addirittura nel celeberrimo primo maxiprocesso a Cosa Nostra) e si era reso protagonista di un imperdonabile "difetto di verifica, posto che l'erogazione del mutuo è avvenuta in assenza di un reale controllo della affidabilità soggettiva del richiedente e della linearità della gestione societaria", l'unica constatazione da trarre è la mancanza di buona fede da parte della banca nell'ambito di un affidamento decisamente colpevole.

Morale della storia: sappiate che gli istituti dove siete soliti depositare i vostri soldi non sono (quasi mai) banche. Sono bancomafie!


P.S. Siete interessati ad approfondire il perverso rapporto che lega gli istituti di credito alle associazioni mafiose? Allora vi consiglio di leggere "Banche e mafia, il grande affare. Come e perchè gli istituti di credito aiutano le grandi organizzazioni criminali ad essere la prima azienda del Paese" di Davide Carlucci e Giuseppe Caruso (Ponte alle Grazie, 2013). 
Buona lettura!

Aggiornamento del 13 ottobre 2015
Dall'ordinanza-sentenza contro Abbate Giovanni + 706 emessa l'8 novembre 1985 dall'Ufficio Istruzioni Processi Penali del Tribunale di Palermo (guidato da Antonino Caponnetto e composto da Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Leonardo Guarnotta e Giuseppe Di Lello Finuoli), con cui vennero rinviate a giudizio 475 persone (sarebbe stato il celebre maxiprocesso a Cosa Nostra di cui si è fatto cenno sopra), si evince che Paolo Vitale - nato a Palermo il 26 settembre 1937 - era stato detenuto dal 16 dicembre 1981 al 12 febbraio 1982. 
Egli, insieme a Salvatore Biondo, era socio in un’impresa edile di costruzioni, l’"Immobiliare Sicania", insieme a Francesco Bruno. Secondo i giudici del pool antimafia, quest'ultimo non era un semplice killer occasionale, ma un membro stabile di Cosa Nostra, ragion per cui lo rinviano a giudizio per associazione per delinquere, associazione mafiosa, omicidio, tentato omicidio, detenzione e porto d'armi. 
Ed è proprio nei confronti di Bruno che Paolo Vitale e Salvatore Biondo sono mandati a processo per favoreggiamento personale. Con le loro dichiarazioni, infatti, avevano cercato di fornirgli - per il giorno dell'omicidio da costui commesso a Carini il 1° ottobre 1981 - un alibi "miseramente crollato sotto una schiacciante mole di prove testimoniali", tentando di accreditare la tesi - falsa - secondo la quale Bruno sarebbe rimasto a lavorare in cantiere con loro fino al primo pomeriggio di quel giorno. Erano invece stati smentiti dai propri dipendenti, permettendo così alle indagini di accertare che Bruno si era sì presentato in cantiere la mattina di quel 1° ottobre, ma poi si era allontanato, senza essere più visto nè quel giorno, né in quelli seguenti. 
Ecco perché "il tentativo di fornire un alibi al Bruno da parte dei suoi soci Vitale e Biondo era miseramente naufragato".
Così come è miseramente naufragato il tentativo da parte di una bancomafia di essere ammessa al pagamento di un credito ipotecario vantato in seguito a un mutuo scelleratamente erogato all'azienda di chi aveva "coperto" un assassino mafioso suo socio d'affari.

giovedì 1 ottobre 2015

STARE DALLA PARTE GIUSTA E
NON FAR FINTA DI NON VEDERE

Michele Liguori (1954-2014) 
"Lei lo sapeva che stava facendo una cosa così pericolosa, delicata? L'aveva capito, nel mentre? 
Sì. Io vivo qua, abito qua, mio figlio sta qua. Non potevo far finta di non vedere. A me i vigliacchi non piacciono. 

Sa che il maresciallo, il comandante della stazione è stato condannato perchè invece...
...stava dall'altra parte. 

Cosa trovava in questi giri che faceva?
Di tutto. Scarti di fonderia, rifiuti tossici speciali,... Tutto di più. Il più pericoloso che c'era stava qua.

Perchè è così maltrattata questa terra, tra l'altro bellissima, preziosa, una terra vulcanica rarissima. Perchè è così maltrattata, secondo Lei? 
Perchè non c’è la mentalità di salvaguardare il proprio pezzetto di terreno. La gente passa, guarda e se ne va. Perchè non penso che nessuno se ne sia mai accorto.

Questo sacrificio è enorme da parte sua. Ne vale la pena, secondo Lei, alla fine?
Non lo so. Però l'ho fatto.

Lei è stato segnalato come l'unico non in mano alla mafia, alla criminalità organizzata. Perchè l'han lasciata così solo?
Meglio soli"

Michele Liguori, intervista rilasciata in punto di morte al giornalista de "La Stampa" Niccolò Zancan il 17 gennaio 2014 e pubblicata due giorni dopo sul giornalein un videoreportage sul sito internet della testata
Muore alle 6.43 di quello stesso 19 gennaio 2014.
  

Michele Liguori con la moglie


Michele Liguori è morto e continuerà ad esserlo se noi non ne facciamo vivere le passioni e gli ideali nelle nostre piccole e grandi esperienze.
Sfrattiamo dalle nostre menti l'indifferenza.
Scacciamo l'ignavia dai nostri cuori.
Impegniamoci, dunque!
Facciamo vivere Michele attraverso le nostre azioni, le nostre parole e i nostri pensieri quotidiani.
Dimostriamo concretamente e senza ipocrisie che lui vive - davvero - con noi e dentro di noi.
Facciamone memoria piena, autentica, pratica.
Evitiamo di mettere in atto la solita, stucchevole, retorica messa in scena utile solo a farci credere - illusi - che la nostra coscienza sia a posto.
Come oggi è il giorno in cui un bimbo di nome Michele è sbocciato alla vita, così il testamento morale che questi ci ha lasciato sbocci nella mente e nel cuore di ognuno di noi.
Già, perchè adesso tocca a noi.
Soltanto a noi.

venerdì 18 settembre 2015

SE MI GIRASSI DALL'ALTRA PARTE NON POTREI PERDONARMI, NE' ASSOLVERMI!

Vignetta realizzata da un sacerdote, don Giovanni Berti (qui il suo sito


14 settembre 2015

Lettera aperta ai feroci, ai "prima i nostri", ai "facile parlare, prenditeli in casa"

OSPITERESTI DEI PROFUGHI E DEGLI IMMIGRATI A CASA TUA?

Sì. L'ho già fatto e continuerò a farlo.
L'ho fatto insieme a Luca Rastello con profughi della guerra balcanica.
L'ho fatto con A., marocchino, dopo anni sistemato e sereno, che è diventato mio fratello.
L'ho fatto per anni  con 5 ragazzini randagi di Kourigba che ho tirato grandi, fatto studiare e sistemato strappandoli allo spaccio e allo sfruttamento.
L'ho fatto con una coppia di clandestini romeni, lei incinta di 8 mesi, che dormivano su una panchina in novembre dopo essere stati cacciati dalla famiglia italiana, dove lavoravano in nero, all'annuncio della gravidanza. Ho fatto nascere la loro bambina, che ha dormito nella culla di mia figlia e adesso è una splendida ragazzina.

Ora che l'argomento "portateli a casa tua" lo abbiamo liquidato, vi spiego perché l'ho fatto, continuerò a farlo e mi sono conquistata il dovere, insieme a tantissimi altri, di marciare scalza.

L'ho fatto perché non ero sola e con me c'erano i miei genitori, la mia famiglia, gli amici che mi hanno aiutato: la mia tribù solidale e buonista. Ampia, larga, piena di gente di tutti i colori, classi sociali e portafogli.

Non lo Stato, il Comune, #mafiacapitale e tutte le scemenze che tirate fuori quando parliamo di questo: io, i miei amici e compagni. Punto. Perché era giusto farlo. Punto.

Non ho ospitato profughi, immigrati, clandestini: ho ospitato persone. Uomini e donne che sono diventati amici, fratelli, sorelle.

L'ho fatto perché i miei nonni paterni hanno nascosto per due anni una famiglia ebrea, madre e figlia, rischiando la pelle. Era giusto farlo: non si sono chiesti se era il caso.

L'ho fatto pensando a mia madre bambina che, scappando dalle bombe e dalla fame, è stata accolta da una famiglia di contadini del Mugello che rovistavano nei campi per mangiare e dicevano che dove si mangia in quattro si mangia in otto.

L'ho fatto perché ho passato l'infanzia con una madre insegnante che ha dato lezioni gratuite a vagonate  di ragazze-madri reiette, siciliane venete calabresi laziali, perché prendessero il diploma di terza media e si affrancassero. Venivano a casa, occupavano il tavolo della cucina e studiavano.

L'ho fatto perché chi salva una vita salva l'umanità.

L'ho fatto da singola senza aspettare che qualcuno me lo chiedesse.

L'ho fatto perché non ho nessun merito ad essere nata qui e sento il dovere di restituire la fortuna che ho avuto ad essere sana e nata in pace.

L'ho fatto perché non posso pensare che mentre dormo al caldo c'è qualcuno che rischia di partorire al freddo.

L'ho fatto perché non sopporto la carità pelosa che toglie dignità alle persone.

L'ho fatto perché aborro l'ingiustizia e l'umanità umiliata.

L'ho fatto perché non sono credente e io sono l'unico giudice di me stessa: non potrei perdonarmi né assolvermi nel girarmi dall'altra parte.

L'ho fatto come gesto individuale ma consapevole della necessità di costruire politiche e visioni di società, collettive e per tutti. Italiani e stranieri. I miei e i loro.

E quindi ho fatto marce, raccolto firme, costruito progetti, partecipato a presidi, cortei, iniziative. Ho scritto programmi elettorali, ho fatto proposte politiche, cerco sempre di non smarrire la bussola etica. Quella che mi ha fatto incontrare l'impegno politico tanti anni fa. Ho fatto e faccio quello che posso e riesco per essere coerente, con me stessa intanto.

Perché il gesto individuale non mi basta e non appaga la mia coscienza. Che sarà appagata solo quando non ci sarà più bisogno di gesti individuali.

L'ho fatto senza aver alcun merito per averlo fatto, e senza che nessuno, nessuno, mi debba dire grazie. Perché non sopporto la gratitudine e mi vergogno dell'umiliazione degli altri.

L'ho fatto perché è mio dovere. E basta.

L'ho fatto perché faccio il gioco del SE: se quella donna fossi io, quella figlia fosse la mia, quel padre fosse il mio.

L'ho fatto per puro egoismo: per guardarmi allo specchio la mattina e non disprezzarmi.

L'ho fatto e con me l'hanno fatto migliaia, milioni di altri che si sono conquistati il diritto di marciare scalzi e dire la loro. Qui, in Europa, nel mondo.

Ora ditemi che sono buonista. Ci sono insulti peggiori.

Perché voi un profugo, un immigrato ma neppure un  italiano povero, di cui tanto parlate, in casa non lo ospitereste.

Io sono così  buonista che prenderei in casa anche voi se steste fuggendo dalla fame e dalla paura. Perché continuerei a vedervi umani e farei il mio dovere.

Ilda Curti
(assessore comunale di Torino alle Politiche Giovanili, 
alle Politiche delle Pari Opportunità e 
al Coordinamento Politiche per la multiculturalità e 
per l'integrazione dei nuovi cittadini).



venerdì 4 settembre 2015

AVERE LA FORZA DI CONTINUARE A LOTTARE CONTRO LE PREPOTENZE, 
SENZA ARRENDERSI. MAI!

Rita Atria (1974-1992)
"La morte di una qualsiasi altra persona sarebbe apparsa scontata davanti ai nostri occhi, saremmo rimasti quasi impassibili davanti a quel fenomeno naturale che è la morte ma il giudice Falcone, per chi aveva riposto in lui fiducia, speranza, la speranza di un mondo nuovo, pulito, onesto, era un esempio di grandissimo coraggio, un esempio da seguire. 
Con lui è morta l'immagine dell'uomo che combatteva con armi lecite contro chi ti colpisce alle spalle, ti pugnala e ne è fiero. 
Mi chiedo per quanto tempo ancora si parlerà della sua morte, forse un mese, un anno, ma in tutto questo tempo solo pochi avranno la forza di continuare a lottare. 
Giudici, magistrati, collaboratori della giustizia, pentiti di mafia, oggi più che mai hanno paura, perchè sentono dentro di essi che nessuno potrà proteggerli, nessuno se parlano troppo potrà salvarli da qualcosa che chiamano mafia.
Ma in verità dovranno proteggersi unicamente dai loro amici: onorevoli, avvocati, magistrati, uomini e donne che agli occhi altrui hanno un'immagine di alto prestigio sociale e che mai nessuno riuscirà a smascherare. 
Ascoltiamo, vediamo, facciamo ciò che ci comandano, alcuni per soldi, altri per paura, magari perchè tuo padre volgarmente parlando è un boss e tu come lui sarai il capo di una grande organizzazione, il capo di uomini che basterà che tu schiocchi un dito e faranno ciò che vorrai. Ti serviranno, ti aiuteranno a fare soldi senza tener conto di nulla e di niente, non esiste in loro cuore, e tanto meno anima. 
La loro vera madre è la mafia, un modo di essere comprensibile a pochi.
Ecco, con la morte di Falcone quegli uomini ci hanno voluto dire che loro vinceranno sempre, che sono i più forti, che hanno il potere di uccidere chiunque. 
Un segnale che è arrivato frastornante e pauroso. 
I primi effetti si stanno facendo vedere immediatamente, i primi pentiti ritireranno le loro dichiarazioni, c'è chi ha paura come Contorno [Salvatore Contorno, detto Totuccio, "pentito" di mafia, N.d.A.], che accusa la giustizia di dargli poca protezione. 
Ma cosa possono fare ministri, polizia, carabinieri? 
Se domandi protezione, te la danno, ma ti accorgi che non hanno mezzi per rassicurare la tua incolumità, manca personale, mancano macchine blindate, mancano le leggi che ti assicurino che nessuno scoprirà dove sei. Non possono darti un'altra identità, scappi dalla mafia che ha tutto ciò che vuole, per rifugiarti nella giustizia che non ha le armi per lottare.
L'unica speranza è non arrendersi mai. 
Finchè giudici come Falcone, Paolo Borsellino e tanti come loro vivranno, non bisogna arrendersi mai, e la giustizia e la verità vivrà contro tutto e tutti. 
L'unico sistema per eliminare tale piaga è rendere coscienti i ragazzi che vivono tra la mafia che al di fuori c'è un altro mondo fatto di cose semplici, ma belle, di purezza, un mondo dove sei trattato per ciò che sei, non perchè sei figlio di questa o di quella persona, o perchè hai pagato un pizzo per farti fare quel favore. 
Forse un mondo onesto non esisterà mai, ma chi ci impedisce di sognare. 
Forse se ognuno di noi prova a cambiare, forse ce la faremo"

Rita Atria, tema svolto nell'ambito degli esami per l'ammissione al terzo anno dell'istituto alberghiero di Erice (Trapani), mattino di venerdì 5 giugno 1992. 
Fra le tre tracce proposte, Rita sceglie la seguente: "La morte del giudice Falcone ripropone in  termini drammatici il problema della mafia. Il candidato esprima le sue idee sul fenomeno e sui possibili rimedi per eliminare tale piaga".
Sono trascorsi solo tredici giorni dalla strage di Capaci.
A seguito della prova scritta e degli orali, Rita viene promossa.



Rita Atria



"Con la paura la mafia non si vince"

Rita Atria, parole pronunciate durante l'esame orale in riferimento a ciò che aveva scritto nel tema, 1992.
Dalla testimonianza diretta del commissario d'esame Salvatore Girgenti, professore di Lettere, rilasciata al settimanale "Epoca", 12 agosto 1992.






"Caro signor giudice,
le scrivo perché mi hanno ferita le parole che qualcuno ha voluto dire sul mio conto: sono stata definita una <<pentita>> della mafia. 
Dicono che sono la più giovane <<pentita>> d’Italia perché ho soltanto 17 anni e mezzo. 
Ma io non mi sento affatto una <<pentita>> perché non sono mai stata una mafiosa. 
Sto semplicemente cercando di trovare il coraggio per aiutare la <<nostra>> Sicilia a uscire dalla morsa della mafia. 
L'ho capito da Lei che cosa vuol dire avere coraggio. 
Perchè Lei è un uomo coraggioso dal quale ho imparato tante cose: la prima che nella vita non ci si deve inchinare alla prepotenza. 
Ma soprattutto Lei mi ha insegnato che raccontare la verità aiuta a rimanere sereni e a posto con la propria coscienza. 
In questi mesi ho anche capito che alla Giustizia non servono parole tonanti, ma racconti veri, documentabili, e prove, fatti concreti: sull'emozione deve prevalere il coraggio della ragione. 
Ecco: mio padre è stato ammazzato dalla mafia, mio fratello è stato ammazzato dalla mafia. 
Non voglio più che altri padri e fratelli vengano ammazzati dalla mafia e sino a quando ci sarà Lei al mio fianco non avrò paura di parlare"

Rita Atria, lettera scritta a Paolo Borsellino, 1992.



Rita Atria
"Ora che è morto Borsellino, nessuno può capire che vuoto ha lasciato nella mia vita.
Tutti hanno paura ma io l'unica cosa di cui ho paura è che lo Stato mafioso vincerà e quei poveri scemi che combattono contro i mulini a vento saranno uccisi.
Prima di combattere la mafia devi farti un auto-esame di coscienza e poi, dopo aver sconfitto la mafia dentro di te, puoi combattere la mafia che c'è nel giro dei tuoi amici, la mafia siamo noi ed il nostro modo sbagliato di comportarsi.
Borsellino, sei morto per ciò in cui credevi, ma io senza di te sono morta"

Rita Atria, ultime parole scritte nel suo diario, luglio 1992.
Il 26 luglio 1992 - sette giorni dopo la strage di via D'Amelio - Rita si suicida, lanciandosi nel vuoto dal proprio appartamento al 7° piano di un palazzo di Roma. 
Quaranta giorni dopo avrebbe compiuto 18 anni.




Rita Atria è morta e continuerà ad esserlo se noi non ne facciamo vivere le passioni e gli ideali nelle nostre piccole e grandi esperienze.
Sfrattiamo dalle nostre menti l'indifferenza.
Scacciamo l'ignavia dai nostri cuori.
Impegniamoci, dunque!
Facciamo vivere Rita attraverso le nostre azioni, le nostre parole e i nostri pensieri quotidiani.
Dimostriamo concretamente e senza ipocrisie che lei vive - davvero - con noi e dentro di noi.
Facciamone memoria piena, autentica, pratica.
Evitiamo di mettere in atto la solita, stucchevole, retorica messa in scena utile solo a farci credere - illusi - che la nostra coscienza sia a posto.
Come oggi è il giorno in cui una bimba di nome Rita è sbocciata alla vita, così il testamento morale che lei ci ha lasciato sbocci nella mente e nel cuore di ognuno di noi.
Già, perchè adesso tocca a noi.
Soltanto a noi. 

domenica 30 agosto 2015

SOSTENERE LE PERSONE ONESTE CHE, 
pur pensandola diversamente da noi,
LOTTANO CONTRO LE MAFIE 
DIFENDONO LA COSTITUZIONE. 
Con i fattisenza interessi personali 

Cesare Terranova (1921-1979)
"E' in alto che bisogna colpire... 
Gli uomini politici...: il punto è sempre questo, che la criminalità mafiosa si distingue dalla delinquenza comune per il suo aggancio costante con i centri del potere politico e amministrativo"

Cesare Terranova, parole pronunciate al Palazzo di Giustizia di Palermo il 19 maggio 1971, così come riportate da "l'Unità" del giorno seguente. 




"[…] io potevo soltanto mettere in luce i buoni rapporti tra i La Barbera e Lima; questo l’ho fatto, ma ogni potere - mi consenta - ha i suoi limiti. Non potevo certamente io espellere l'on. Lima dalla Democrazia cristiana. Non è mio compito, spetta ad altri...
[...] Io dico che combattere una banda di rapinatori, o una banda di racket che controlli un giro di bische a Milano o una catena di night a Torino è una cosa; mentre fare i conti con i mafiosi protetti in alto, è una cosa ben diversa, più complicata e difficile. 
Ma si rende conto, lei, cosa significa per un magistrato interrogare un sindaco o un deputato, e dover chiedere a se stesso ad ogni istante se davanti ha una persona pulita o un...colluso con la mafia?
[...] Eh, no!, lo ripeto: ciò che contraddistingue il mafioso dal delinquente comune è l'aggancio costante che il boss ha con centri del potere politico e amministrativo"

Cesare Terranova, intervista rilasciata a Giorgio Frasca Polara e pubblicata su "l'Unità" del 20 maggio 1971 con il titolo "<< BISOGNA COLPIRE IN ALTO>>".




Cesare Terranova
"Elettrici ed elettori delle circoscrizioni siciliane, 
credo che tra i miei doveri di candidato indipendente alle elezioni per la Camera dei Deputati, vi sia anche quello di chiarire al più largo numero possibile di elettori, i motivi del mio impegno di cittadino dedito ai problemi della giustizia nelle liste del Partito comunista italiano. 
E' per una esigenza di chiarezza e di correttezza che tengo a precisare ancora una volta che io non sono comunista, anche se, evidentemente ho per i comunisti una stima profonda senza la quale — indipendentemente dai motivi che cercherò di illustrare -  non sarebbe stata possibile la mia partecipazione attiva alla loro battaglia elettorale. 
Questa stima è maturata per la posizione chiara di lotta che i comunisti hanno assunto contro la mafia e i suoi collegamenti politici, per il disinteresse personale e l'onestà dei dirigenti del PCI, per il sostegno che i comunisti hanno dato a tutte le posizioni giuste che sono emerse in seno all'apparato dello Stato a difesa dello spirito della nostra Costituzione, per il rispetto che il PCI ha dimostrato nell'adempimento degli impegni da esso assunti in Italia in una prospettiva di collaborazione del movimento operaio e popolare con le forze migliori del ceto medio, della tecnica e della cultura. 
Sono semplicemente un uomo che crede ad un ordine civile fondato sulle libertà personali e collettive quale è quello disegnato dalla Costituzione della Repubblica Italiana. 
E i comunisti in questi 27 anni di vita democratica hanno dimostrato con i fatti di rispettare il patto costituzionale, cosa che altri non hanno sempre fatto. 
E nella sfera politica, come in tutte le manifestazioni umane, più che le parole contano i fatti. 
Negli anni in cui mi sono impegnato nella assillante fatica dell’amministrazione della giustizia, credo di avere fatto sempre il possibile per ispirarmi ai principi democratici e perseguire la via giusta e sicura dell’ordine costituzionale, contro le fallaci tentazioni di combattere la criminalità con i metodi cosiddetti <<forti>> i quali in realtà come insegna la storia sono deboli perché compromettono quel rapporto democratico di fiducia tra lo Stato e i cittadini che è il solo possibile fondamento di un ordine davvero stabile.
[…] Ogni persona onesta deve quindi sentirsi impegnata a stare attenta a non commettere errori, a non usare del proprio diritto di voto in maniera errata, e cioè contro, anziché per il rinnovamento e l’ordine nella giustizia. 
Anche gli sforzi e i sacrifici necessari all'unità delle forze democratiche, e quindi all'incisività e alla efficacia delle energie rinnovatrici, diventano in questa situazione un dovere morale. 
Quando mi è stato rivolto l'invito a partecipare come indipendente alla campagna elettorale del PCI ho accettato nella prospettiva di poter dare il mio apporto civile, e in qualche misura anche tecnico, di magistrato, al disegno volto a costruire quella unità e quelle alleanze capaci di porre un mutamento nella direzione politica del Paese.
[…] Con questo credo di avere spiegato la mia posizione, le ragioni e la coerenza che come candidato indipendente nelle liste del PCI sento di avere nel mio impegno di sempre per la giustizia. 
Per le elettrici e gli elettori delle circoscrizioni siciliane, la testimonianza che offro - sulla base di una esperienza in uno dei settori nei quali più direttamente si colgono certi aspetti drammatici della crisi che attanaglia la Sicilia e il Paese - ha, in definitiva, un significato semplice e chiaro. 
La via di uscita, la tranquillità e la sicurezza, la stabilità e l'equilibrio, il progresso economico e sociale, si trovano dalla parte della giustizia, del rispetto della Costituzione […]"

Cesare Terranova, lettera indirizzata agli elettori e alle elettrici delle due circoscrizioni siciliane in vista delle elezioni politiche del 7 maggio 1972, in cui si presentava come candidato indipendente del Partito Comunista Italiano nelle liste della Camera dei Deputati. Pubblicata su "l’Unità" del 9 aprile 1972 con il titolo "Con i comunisti, perché il Paese avanzi sulla via della Costituzione".




"[…] l'impegno civile e morale […] è stato in ogni momento il mio riferimento fermo e costante"

Cesare Terranova, risposta a una lettera inviatagli dal senatore Emanuele Macaluso, in cui annuncia di lasciare l'incarico parlamentare (assolto per due legislature consecutive come indipendente nelle liste del PCI in Sicilia) per tornare a svolgere le funzioni di magistrato. Pubblicata su "l’Unità" del 4 maggio 1979 con il titolo "Terranova: porto con me nella vita giudiziaria un'esperienza ricchissima".


Cesare Terranova

Cesare Terranova è morto e continuerà ad esserlo se noi non ne facciamo vivere le passioni e gli ideali nelle nostre piccole e grandi esperienze.
Sfrattiamo dalle nostre menti l'indifferenza.
Scacciamo l'ignavia dai nostri cuori.
Impegniamoci, dunque!
Facciamo vivere Cesare attraverso le nostre azioni, le nostre parole e i nostri pensieri quotidiani.
Dimostriamo concretamente e senza ipocrisie che lui vive - davvero - con noi e dentro di noi.
Facciamone memoria piena, autentica, pratica.
Evitiamo di mettere in atto la solita, stucchevole, retorica messa in scena utile solo a farci credere - illusi - che la nostra coscienza sia a posto.
Come il 15 agosto è il giorno in cui un bimbo di nome Cesare è sbocciato alla vita, così il testamento morale che questi ci ha lasciato sbocci nella mente e nel cuore di ognuno di noi.
Già, perchè adesso tocca a noi.
Soltanto a noi.

P.S. Mi scuso per aver ritardato di quindici giorni la pubblicazione di questo post, facente parte della serie "Facciamoli vivere!"