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mercoledì 21 aprile 2021

LA SCOMPARSA DEI NOMI 
NEL BUIO PIU' BUIO 
 
"Come ha saputo il mio nome se ero semplicemente un numero?"
 
 Edith Bruck, "La donna dal cappotto verde", Garzanti, 2012.
 
 
 
 
"[...] l'epoca più buia del buio che 
non manca mai sul mondo 
e 
può calare più o meno violentemente sugli innocenti di turno"
 
Edith Bruck, "La donna dal cappotto verde", Garzanti, 2012.

mercoledì 27 gennaio 2021

IL GIORNO DELLA (DOPPIA) MEMORIA


 
Oggi, 
27 gennaio 2021, 
non ricorre soltanto 
il Giorno della Memoria...

 
 
 
 
 
...ma anche 
il 120° anniversario della morte 
di Giuseppe Verdi.
 
 
 
 
 
 
 
  Che cosa potrà mai unire la Shoah e il Maestro? 
Un fatto storico davvero particolare, 
raccontato da uno dei protagonisti 
in un libro che consiglio di leggere: 
"Il Requiem di Terezín" di Josef Bor. 
Pubblicato per la prima volta nel 1963 con il titolo "Terezínské Rekviem", 
arrivò in Italia due anni dopo per i tipi di Longanesi, 
con la traduzione di Bruno Meriggi (la stessa poi ripresa nel 2014 da Passigli Editori).
 
 

lunedì 9 dicembre 2019

CINQUANT'ANNI FA, IN UNA PIAZZA DI MILANO...


"[...] gli uomini dei servizi s'infileranno ancora in quelle che, 
pur definite eufemisticamente <<deviazioni>>, 
sono così numerose, intrecciate, 
da non far più scorgere - a volte - il retto percorso che doveva essere seguito. 
Deviazioni così consistenti da marcare l'assenza di una volontà politica superiore in grado di incanalare e guidare attività che si pongono sulle estreme frontiere della legittimità del potere, della sovranità dello Stato. 
Confini dove la certezza del diritto, la forza della democrazia, 
sfumano in un'incerta ed insidiosa terra di nessuno.
Non è senza significato che, 
fra tutte le <<deviazioni>> addebitate al Sid, 
e successivamente al Sismi che ne prenderà il posto,
le più gravi, 
e documentate oltre ogni possibile dubbio, visto le sentenze passate in giudicato,
riguardino proprio l'operato dei servizi in connessione ai reati di strage che, a partire dal 1969, insanguinano il Paese.
E' una constatazione che, 
dopo essere stata fatta propria da numerose sentenze, 
costituisce il tema fondamentale delle attività della Commissione parlamentare d'inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi. 
Sin dalle prime sedute della Commissione emerge, pressoché unanime, 
un comune punto di partenza, 
vera e propria ipotesi di lavoro che guiderà le attività dei commissari.
L'impunità - 
che ha consentito ai responsabili delle stragi avvenute in Italia nell'ultimo ventennio di rimanere sempre (unica eccezione Peteano) nell'ombra - 
non deriva, viene detto, 
<<da oggettive difficoltà connesse al reato di strage 
né da una generica inefficienza degli apparati pubblici, 
ma da atti e omissioni volutamente posti in essere>>.
Quando 
- in connessione con le inchieste sulla strage di piazza Fontana - 
ci si comincia ad imbattere in 
un variegato e strabiliante susseguirsi di atti e omissioni frapposti 
all'accertamento della verità, all'individuazione dei responsabili, 
si è ancora lontani dall'assegnare il giusto significato a questi interventi, a questi accadimenti. 
Solo più tardi, 
quando in connessione con altre, successive stragi, 
si dovranno registrare analoghi, gravissimi interventi, 
ci si renderà conto che 
le omissioni, le falsificazioni, gli occultamenti di indizi, le sottrazioni di testi, i depistaggi, la disinformazione, l'apposizione arbitraria del segreto, 
non prendono posto casualmente. 
Né possono essere ridotte, come si è continuato a fare, 
a dissennate e criminali iniziative da addebitare a figure di servitori dello Stato che, 
dopo anni di tranquilla carriera, 
appena approdano nelle stanze segrete dei servizi di sicurezza 
gettano la maschera e rivelano bagliori di luciferina malvagità. 
S'intravede - 
nel procedere che sbarra la strada alle verità sulle stragi, in questa trasmutazione di persone di grande esperienza che, anziché servire lo Stato si fanno complici di terribili omertà - 
una metodicità, un prevalere di comportamenti così costanti 
da imporre una sorta di triste prevedibilità. 
Elementi che, 
per essere compresi pienamente, 
chiedono che si vada oltre le singole vicende, 
che si superi la ristrettezza delle biografie dei singoli ufficiali, funzionari, incriminati; 
che si giunga perfino a guardare gli eventi al di là del breve e affannato e mutevole operare dei reparti e dei nuclei, dei servizi e degli organismi della sicurezza che pur cambiando, spegnendosi e rinascendo, paiono dispiegare sempre gli stessi comportamenti. 
E incorrere negli stessi gravissimi errori"

Giorgio Boatti, "Piazza Fontana. 12 dicembre 1969: il giorno dell'innocenza perduta", Einaudi, 2009, nuova edizione aggiornata
(il saggio è stato pubblicato per la prima volta nel 1993 dalla casa editrice Feltrinelli).



"Piazza Fontana - 
come Peteano nel 1972, 
la bomba in piazza della Loggia a Brescia e l'attentato al treno Italicus del 1974, 
la strage alla stazione di Bologna del 1980 - 
è il capitolo di una guerra, 
che pur invisibile, 
è cruenta ed è in corso, per oltre un decennio, nella penisola. 
Guerra non ortodossa, pilotata da strateghi così saldamente annidati nei sancta sanctorum dei servizi e della difesa nazionale da rinunciare talvolta [...] ai toni sommessi. Alle coperture mimetizzatrici.
Guerra condotta in tempo di pace e in mezzo alla gente da reti clandestine e da terroristi mossi come fossero eserciti e soldati dispiegati a fronteggiare ogni possibilità d'alternanza nella democrazia italiana.
Guerra dura e sporca: non rispetta innocenti. Nelle  sue inafferrabili mimetizzazioni non conosce perenni fedeltà a schieramenti. Si sottrae alle sue stesse segrete gerarchie. E - a volte - si morde la coda e scatena sorde rese dei conti anche tra le proprie fila.
Di questa guerra piazza Fontana è la prima tragica pagina, 
perseguita con gelida pianificazione. 
Quanto accade dopo - 
principalmente l'impunità ai colpevoli e la verità inaccessibile 
sbarrata dal fronte di omertà che salda, in un patto scellerato, 
potere politico e stratificazione dei servizi, vertici militari e settori della magistratura - 
è la prima volta di tante altre"

Giorgio Boatti, "Piazza Fontana. 12 dicembre 1969: il giorno dell'innocenza perduta", Einaudi, 2009, nuova edizione aggiornata
(il saggio è stato pubblicato per la prima volta nel 1993 dalla casa editrice Feltrinelli).



"La filatura criminale procede infatti 
tra spazientite ordinazioni di timer necessari agli ordigni 
e chiacchiere trascinate 
tra botteghe di libraio 
[il terrorista neofascista Giovanni Ventura,
riconosciuto in via definitiva dai giudici responsabile della strage di piazza Fontana.
Tale verità giudiziaria non ha potuto sortire alcun effetto giuridico
in quanto per i fatti milanesi del 12 dicembre 1969
Ventura era stato irrevocabilmente assolto in un precedente processo, N.d.A.]
e studi d'avvocato 
[il terrorista neofascista Franco Freda,
riconosciuto in via definitiva dai giudici responsabile della strage di piazza Fontana.
Anche per lui tale verità non ha potuto avere alcuna conseguenza giuridica
per la stessa ragione sopra rammentata nel caso di Giovanni Ventura, N.d.A.],
missioni in casolari nella campagna veneta per depositare arsenali d'armi ed esplosivi 
e pasticciati affari fra personaggi che non dovrebbero avere nulla in comune tra di loro.
Vi si aggiungano amicizie strette in collegio e 
vanterie di importanti e misteriosi legami con pezzi grossi degli apparati romani 
capaci di sventare le curiosità e le sacrosante intromissioni 
di qualche servitore dello Stato - 
come il commissario Pasquale Iuliano - 
che non ha dimenticato il proprio dovere 
e che, proprio per questo, 
la pagherà cara 
in un Paese dove il potere è da sempre debole con i forti e forte con i semplici.
[...]
Quella della <<cellula nera>> veneta 
è un'azione di terrorismo e di provocazione politica 
che cresce sotto l'ombra protettiva di apparati contigui a quelli militari, 
si dirama guidata da una pseudo-intelligence 
cresciuta nel sottobosco di un Triveneto 
che allora più che mai è ancora avamposto della Guerra Fredda 
contro il Patto di Varsavia e il blocco comunista.
E in questo contesto è obbligatorio pensare 
alla disperazione di un galantuomo come 
il commissario Pasquale Iuliano, capo della Squadra Mobile di Padova, 
che ha intuito buona parte di quanto è prossimo ad accadere. 
Intercettando le telefonate con cui Freda ordina i timer per gli ordigni, 
Iuliano sarebbe persino vicino a produrre le prove 
dell'escalation eversiva della cellula nera e 
a incastrare i responsabili prima che compiano l'ultimo e irreversibile passo. 
Ma è proprio su questo passaggio cruciale che 
da Roma saetta l'ordine che 
lo rimuove dall'incarico e lo esilia, 
per tappargli la bocca e lasciare libero corso alla cospirazione, 
in uno sperduto ufficio della Pubblica Sicurezza in quel di Ruvo di Puglia"

 Giorgio Boatti, "Piazza Fontana. 12 dicembre 1969: il giorno dell'innocenza perduta", Einaudi, 2009, nuova edizione aggiornata
(il saggio è stato pubblicato per la prima volta nel 1993 dalla casa editrice Feltrinelli).



"La strage di piazza Fontana, 
e le azioni di quel 12 dicembre che le sono collegate, 
non costituiscono solo un attentato terroristico.
Rappresentano l'avvio di una strategia volta a mutare, 
con un solo evento di pianificato impatto, 
il panorama politico italiano.
E' una strategia che qualcuno ha definito <<strategia della tensione>> 
e che più propriamente, da lì a qualche anno, troverà il suo nome giusto in <<stragismo>>.
La definizione più sintetica dello stragismo 
è quella data dal presidente emerito Francesco Cossiga 
nel corso di una sua lunga e complessa testimonianza 
davanti alla Commissione parlamentare di inchiesta sulle stragi 
[l'audizione avvenne il 6 novembre 1997, N.d.A.]:
<<Lo stragismo aveva come fine 
- altrimenti era pura follia e quindi terrorismo puro - 
... di creare una situazione di destabilizzazione 
che rendesse possibili avventure autoritarie o dittatoriali. 
Come ad esempio in Grecia>> "
    
Giorgio Boatti, "Piazza Fontana. 12 dicembre 1969: il giorno dell'innocenza perduta", Einaudi, 2009, nuova edizione aggiornata
(il saggio è stato pubblicato per la prima volta nel 1993 dalla casa editrice Feltrinelli).



"Le sentenze definitive 
pronunciate a carico di alcuni degli esponenti di destra qui individuati, 
nonché gli elementi probatori 
ulteriormente acquisiti in questo dibattimento, 
hanno consentito di ricostruire in modo inconfutabile 
l’esistenza di un gruppo criminale che, 
a partire dalla fine del 1968 
(pur con episodi prodromici collocati negli anni immediatamente precedenti), 
definì ed attuò la cosiddetta strategia della tensione, 
teorizzò cioè la necessità storica, 
per un sodalizio di ispirazione neofascista, 
di compiere attentati terroristici 
finalizzati a provocare nel nostro Paese una condizione di tensione sociale 
(anche mediante l’attribuzione di quelle azioni ad organizzazioni della sinistra extraparlamentare od anarchiche) 
che determinasse una situazione di emergenza istituzionale 
e consentisse il sovvertimento delle istituzioni democratiche 
da parte di forze golpiste"

Corte d’Assise di Milano, sentenza n. 15/01 del 30 giugno 2001 
(causa per la strage di piazza Fontana a carico di Maggi Carlo Maria + 4).
Nella medesima pronuncia i giudici parlano di 
"strategia eversiva culminata negli attentati del 12 dicembre" 
e di "funzione eversiva dell’attività terroristica", 
ribadendo 
"l’idea di fondo della strategia della tensione, 
cioè la necessità di attuare un'escalation di violenza indiscriminata 
nei confronti dei cittadini, 
finalizzata alla creazione di uno stato di tensione 
che legittimasse l’intervento autoritario 
di forze istituzionali politiche e militari".



"[...] il generale Maletti, 
ex ufficiale del Sid condannato per i depistaggi su piazza Fontana 
e da tempo residente in Sudafrica, 
in un'intervista a un quotidiano nell'agosto del 2000, 
rivela l'apporto che settori dell'intelligence statunitense 
avrebbero fornito nel periodo antecedente la strage 
alla formazione estremista Ordine Nuovo 
[l'organizzazione criminale neofascista responsabile della strage milanese, N.d.A.]. 
Il tutto per creare, 
con gli attentati, 
un clima adatto a instaurare in Italia un regime autoritario 
simile a quello che i generali greci, 
con l'avvallo della Nato, 
avevano imposto dall'aprile del 1967 ad Atene"

Giorgio Boatti, "Piazza Fontana. 12 dicembre 1969: il giorno dell'innocenza perduta", Einaudi, 2009, nuova edizione aggiornata
(il saggio è stato pubblicato per la prima volta nel 1993 dalla casa editrice Feltrinelli).

domenica 21 gennaio 2018

UNA COSTITUZIONE CHE (R)ESISTE ANCORA


Roma, lunedì 24 marzo 1947, pomeriggio. 
All'Assemblea Costituente è in esame l'articolo secondo cui "i cittadini, senza distinzione di sesso, di razza e lingua, di condizioni sociali, di opinioni religiose e politiche, sono eguali di fronte alla legge".
Il democristiano Mario Cingolani, ex ministro dell'Aeronautica nel secondo governo De Gasperi, prende la parola per spiegare un suo emendamento attraverso il quale intende togliere il termine "razza" per sostituirlo con quello di "stirpe": 
"...per un atto di doverosa cortesia verso le comunità israelitiche italiane, che hanno fatto conoscere a parecchi di noi […] che sarebbe loro desiderio che alla parola <<razza>> sia sostituita la parola <<stirpe>>. Essendo gli israeliti italiani stati vittime della campagna razzista fatta dal nazi-fascismo, a me sembra che accogliere il loro desiderio corrisponda anche ad un riconoscimento della loro ripresa di una perfetta posizione di uguaglianza fra tutti i cittadini italiani".
Gli risponde così il comunista Renzo Laconi:
"Noi non possiamo accettare questa proposta […], perché in questa parte dell’articolo vi è un preciso riferimento a qualche cosa che è realmente accaduto in Italia, al fatto cioè che determinati principi razziali sono stati impiegati come strumento di politica ed hanno fornito un criterio di discriminazione  degli italiani, in differenti categorie di reprobi e di eletti. Per questa ragione, e cioè per il fatto che questo richiamo alla razza costituisce un richiamo ad un fatto storico realmente avvenuto e che noi vogliamo condannare, oggi in Italia, riteniamo che la parola <<razza>> debba essere mantenuta. Ciò non significa che essa debba avere alcun significato spregiativo per coloro che fanno parte di razze differenti da quella italiana. Basta aprire un qualsiasi testo di geografia per trovare che gli uomini si dividono in quattro o cinque razze: e questa suddivisione non ha mai comportato, per se stessa, alcun significato spregiativo. Il fatto che si mantenga questo termine per negare il concetto che vi è legato, e affermare l’eguaglianza assoluta di tutti i cittadini, mi pare sia positivo e non negativo".
Sulla controversia interviene infine il Presidente della Commissione per la Costituzione, Meuccio Ruini: 
"Si potrebbe apprezzare  la parola <<stirpe>> e preferirla a quella di <<razza>>, per quanto anche razza abbia un significato ed un uso scientifico, oltreché di linguaggio comune. Comprendo che vi sia chi desideri liberarsi da questa parola maledetta, da questo razzismo che sembra una postuma persecuzione verbale; ma è proprio per reagire a quanto è avvenuto nei regimi nazifascisti, per negare nettamente ogni diseguaglianza che si leghi in qualche modo alla razza ed alle funeste teoriche fabbricate al riguardo, è per questo che – anche con significato di contingenza storica – vogliamo affermare la parità umana e civile delle razze".  
A seguito di queste parole, l'on. Cingolani decide di ritirare il proprio emendamento, ragion per cui l'articolo in questione viene approvato con la parola "razza".
Dunque, quando ancora oggi leggiamo all'articolo 3 della nostra Costituzione che "tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza,...", dobbiamo sapere che i Costituenti hanno così voluto esprimere un'apposita, forte reazione alle leggi razziali fasciste (della cui emanazione quest'anno ricorrono gli ottant'anni) e farne imperitura memoria perché si resista sempre e con fermezza a ogni discriminazione e razzismo.


martedì 25 aprile 2017

IL SENSO DELLA LEGALITA' 
(E DELL'ANTIFASCISMO)

"Guardate,
una delle più gravi malattie, una delle più gravi eredità patologiche lasciate dal fascismo all’Italia
è stata quella del discredito delle leggi:
gli italiani hanno sempre avuto assai scarso, ma lo hanno quasi assolutamente perduto dopo il fascismo, il senso della legalità,
quel senso che ogni cittadino dovrebbe avere del suo dovere morale, indipendente dalle sanzioni giuridiche, di rispettare la legge, di prenderla sul serio;
e questa perdita del senso della legalità è stata determinata dalla slealtà del legislatore fascista, che faceva leggi fittizie, truccate, meramente figurative, colle quali si industriava di far apparir come vero attraverso l’autorità del legislatore ciò che in realtà tutti sapevano che non era vero e non poteva esserlo"

                                                        Piero Calamandrei, 
                            intervento pronunciato in Assemblea Costituente, 
4 marzo 1947.

martedì 27 gennaio 2015

RAZZISTEST: SCOPRI SE SEI RAZZISTA! (Garantito dai massimi esperti del settore)


"Il Gran Consiglio del Fascismo [...] dichiara l'attualità urgente dei problemi razziali e la necessità di una coscienza razziale. 
Ricorda che il Fascismo ha svolto da sedici anni e svolge un'attività positiva, diretta al miglioramento quantitativo e qualitativo della razza italiana, miglioramento che potrebbe essere gravemente compromesso, con conseguenze politiche incalcolabili, da incroci e imbastardimenti.
[...] Il Gran Consiglio del Fascismo ritiene che la legge concernente il divieto d'ingresso nel Regno degli ebrei stranieri non poteva più oltre essere ritardata, e che l'espulsione degli indesiderabili [...] è indispensabile"

Dichiarazione sulla razza del Gran Consiglio del Fascismo, notte tra il 6 e il 7 ottobre 1938.



"Il razzismo ha da essere cibo di tutti e per tutti, se veramente vogliamo che in Italia ci sia, e sia viva in tutti, la coscienza della razza.
Il razzismo nostro deve essere quello del sangue, che scorre nelle mie vene, che io sento rifluire in me, e posso vedere, analizzare e confrontare col sangue degli altri.
Il razzismo nostro deve essere quello della carne e dei muscoli; e dello spirito, sì, ma in quanto lo spirito alberga in questi determinati corpi, i quali vivono in questo determinato paese; non di uno spirito vagolante tra le ombre incerte d'una tradizione molteplice o di un universalismo fittizio e ingannatore.
Altrimenti, finiremo per fare il gioco dei meticci e degli ebrei; degli ebrei che, come hanno potuto in troppi casi cambiar nome e confondersi con noi, così potranno, ancor più facilmente e senza neppure il bisogno di pratiche dispendiose e laboriose, fingere un mutamento di spirito, e dirsi più Italiani di noi, e simulare di esserlo, e riuscire a passare per tali.  
Non c'è che un attestato col quale si possa imporre l'alto là al meticciato e all'ebraismo: l'attestato del sangue"

Giorgio Almirante, "... Ché la diritta via era smarrita... Contro le <<pecorelle>> dello pseudo-razzismo antibiologico", articolo pubblicato su "La Difesa della razza" (rivista quindicinale fascista uscita dal 5 agosto 1938 al 20 giugno 1943), anno V (1942), n. 13, pagg. 9-11.




"Zingari miei amici
zingari miei fratelli
a Dachau e Auschwitz
siamo morti insieme.
Zingari,
suonate ancora
suonate ancora
il tema trillante.
Lo scherzo danza
le fiamme danzano
voglio dimenticare, o zingari,
la nostra notte"

Poesia di Elie Benacher, ebreo deportato a Dachau e ad Auschwitz.




"Gli zingari appartengono quasi sempre alla razza orientale e i loro meticci sono quasi sempre degli individui asociali, tanto più pericolosi in quanto difficilmente distinguibili dagli europei.
[...] E' necessario quindi diffidare di tutti gli individui che vivono vagabondando alla maniera degli zingari e che ne presentano i sopraricordati tratti somatici.
Si tratta di individui asociali, differentissimi dal punto di vista psichico dalle popolazioni europee e soprattutto da quella italiana di cui sono note le qualità di laboriosità e attaccamento alla terra.
[...] Data l'assoluta mancanza di senso morale di questi eterni randagi si comprende come essi possano facilmente unirsi con gli strati inferiori delle popolazioni che incontrano peggiorandone sotto ogni punto di vista le qualità psichiche e fisiche"

Guido Landra, "Il problema dei meticci in Europa", articolo pubblicato su "La Difesa della razza" (rivista quindicinale fascista uscita dal 5 agosto 1938 al 20 giugno 1943), anno IV (1941), n. 1, pag. 11.




"[...] l'omosessualità fa fallire ogni rendimento, ogni sistema basato sul rendimento; essa distrugge lo Stato nelle sue fondamenta.
A questo si aggiunge il fatto che l'omosessuale è un uomo radicalmente malato sul piano psichico.
E' debole e si dimostra un vigliacco nei momenti decisivi. Credo che in tempo di guerra possa essere coraggioso di tanto in tanto, ma nel campo civile questi sono gli uomini più vigliacchi che si possano immaginare.
L'omosessuale mente anche in maniera malata [...], mente e crede in ciò che dice.
[...] All'inizio non mi capacitavo. [...] ci comportavamo da ignoranti: questo mondo era, ed è, sempre tanto estraneo all'uomo normale, il quale non può assolutamente immaginarselo com'è veramente. [...] All'inizio mi arrabbiavo quando i giovani mi mentivano. Oggi capisco che gli era impossibile comportarsi diversamente. Perciò non mi viene più in mente di chiedere a un omosessuale se è di parola. Non lo faccio più perchè so che mi mentirà.
[...] Le esperienze che ho fatto mi hanno dimostrato che l'omosessualità porta, vi dirò, a una vera e propria stravaganza intellettuale, a una vera e propria irresponsabilità.
L'omosessuale è naturalmente un ideale oggetto di pressione:
primo, perchè può essere condannato;
secondo, perchè è un tipo malleabile;
terzo, perchè è molle e senza alcuna volontà.
[...] Dobbiamo capire che se questo vizio continua a diffondersi, in Germania, senza che noi possiamo combatterlo, per la Germania sarà la fine. La fine del mondo germanico.
[...] Per loro [cioè "per i nostri antenati", N.d.A.], questi individui rappresentavano dei casi isolati, degli anormali.
L'omosessuale [...] era gettato nel fondo di una palude. [...] Questa non era una punizione, ma soltanto lo spegnersi di una vita anormale. Bisognava scartarli, allo stesso modo in cui noi estirpiamo le ortiche e le ammucchiamo tutte insieme per bruciarle.
Questa non era una vendetta: l'individuo in questione doveva semplicemente sparire"

Heinrich Himmler, discorso segreto ai generali delle SS sui "pericoli razziali e biologici dell'omosessualità", 17-18 febbraio 1937.




"Fin dal 1934, segnalando il preoccupante diffondersi delle inversioni sessuali, osservavo che, nel grave problema, se ne innestava un altro di carattere squisitamente politico in quanto la maggioranza degli omosessuali è antifascista ed in conseguenza compie sui giovani perniciose opere di propaganda ostile al Regime.
Senza contare che gli atti di costoro rappresentano anche un'azione contraria all'attività che il Regime medesimo svolge per la sanità della stirpe.
[...] sarebbe utilissimo spolverare le vecchie carte e dedicare qualche attenzione a codesta speciale categoria di individui.
Indicherò, mano a mano che se ne presenterà l'occasione, qualche nominativo scelto opportunamente fra coloro che, per posizione sociale o prestigio o cultura, risultano più dannosi degli altri e non meritevoli quindi di alcuna indulgenza"

Informativa compilata nel 1937 da un conte romano delatore con incarichi presso il Ministero della Cultura Popolare.          




"La Chiesa ha sempre giudicata pericolosa la convivenza degli ebrei, fin che rimangono ebrei, alla fede e alla tranquillità dei popoli cristiani.
E' per questo che voi trovate un'antica e lunga tradizione di legislazione e disciplina ecclesiastica, indirizzata a frenare e limitare l'azione e la influenza degli ebrei in mezzo ai cristiani, e il contatto dei cristiani con essi, isolando gli ebrei e non permettendo ad essi l'esercizio di quegli uffici e di quelle professioni per cui potessero dominare o influire su lo spirito, su l'educazione, sul costume dei cristiani";

la Chiesa "ha sempre fatto di tutto, e fa di tutto anche oggi, per impedire questi matrimoni misti [cioè quelli tra cattolici ed ebrei non convertiti, N.d.A.].
[...] E di fatti, la quasi totalità dei matrimoni misti con gli ebrei non convertiti, furono sempre puramente civili.
[...] Ed anche oggi i cattolici ossequienti agli indirizzi della Chiesa non prendono e non accettano certo domestici ebrei, nè si mettono al servizio degli ebrei in convivenza famigliare con essi; e molto meno affidano i bambini da allattare a balie ebree, o i figli da istruire a maestri ebrei. E se nelle nostre scuole, fino a ieri, non erano pochi gli insegnanti ebrei, ciò non era per opera della Chiesa";

"la Chiesa non ha mai disconosciuto il diritto degli Stati di limitare o d'impedire l'influenza economica, sociale, morale degli ebrei, quando questa tornasse dannosa alla tranquillità e al benessere della Nazione.
La Chiesa niente ha detto e niente ha fatto per difendere gli ebrei, i giudei e il giudaismo.
La Chiesa, senza nessuna preoccupazione politica, ha condannato una dottrina che nega i dogmi fondamentali della nostra Fede"

Monsignor Giovanni Cazzani, vescovo di Cremona, omelia pronunciata il 6 gennaio 1939, ripresa il giorno seguente dal "Regime fascista" e pubblicata il 15 gennaio dello stesso anno su "L'Osservatore Romano" con il titolo "Un'omelia del vescovo di Cremona: la Chiesa e gli ebrei".




"A detta di tutti il Papa, sebbene pressato da più parti, non si è lasciato indurre a rendere dichiarazioni manifeste contro l'allontanamento degli ebrei da Roma [il 16 ottobre 1943 le SS avevano arrestato 1.259 persone dal ghetto ebraico di Roma, delle quali 1.023 erano subito state deportate ad Auschwitz. Ne sarebbero tornate solo 17, N.d.A.].
Pur dovendo aspettarsi che un simile atteggiamento provocherà il risentimento dei nostri nemici e sarà sfruttato dagli ambienti protestanti dei paesi anglosassoni a fini propagandistici contro il cattolicesimo, ha fatto tutto quanto poteva in questa delicata circostanza per non compromettere i rapporti con il governo e con gli ambienti tedeschi a Roma.
Dato che probabilmente non c'è ragione di aspettarsi ulteriori azioni tedesche contro gli ebrei romani, possiamo ritenere che questo fattore di tensione nei rapporti tedesco-vaticani sia stato eliminato.
Da parte del Vaticano vi sono sintomi precisi in questo senso.
In data 25/26 ottobre <<L'Osservatore Romano>> ha pubblicato, con particolare rilievo, un comunicato ufficioso sull'attività caritatevole del Papa nel quale, nello stile tipico del giornale vaticano, assai nebuloso e contorto, si dice che il Papa fa beneficiare della sua benevolenza paterna tutti gli uomini, senza differenza di nazionalità, religione, e razza.
Si dice inoltre che le molteplici attività di Pio XII si sono ulteriormente moltiplicate in questi ultimi tempi per le grandi sofferenze di tanti disgraziati. 
Contro questa pubblicazione, credo che non si possano fare obiezioni, tanto più che il suo testo [...] sarà da pochissimi preso come allusione alla questione ebraica"

Ernst von Weizsacker, ambasciatore tedesco presso la Santa Sede, relazione inviata al proprio Ministro degli Esteri il 28 ottobre 1943.




Ebbene, se condividete - anche solo in parte - quanto avete appena letto... beh, allora siete proprio razzisti, xenofobi, antisemiti e omofobi. 
Profondamente razzisti, xenofobi, antisemiti e omofobi.
Ma non preoccupatevi!
Lo siete anche se sentite un prurito intimo così incontenibile (e mi raccomando, non fate la solita confusione: la testa si trova in basso e i genitali in alto, non dimenticatelo!) da sentire il bisogno impellente e fisiologico (quando la natura chiama...) di inserire nelle suddette citazioni termini come "extracomunitari", "marocchini", "romeni", "albanesi", "rom", "clandestini", "neri", "immigrati", ...
A garantirvelo non sono certo io (decisamente ignorante in materia!), bensì i massimi esperti del settore: il Gran Consiglio del Fascismo; Giorgio Almirante; "La Difesa della razza"; gli assassini di Dachau ed Auschwitz (no, dico: Dachau ed Auschwitz!!! Non so se mi spiego...); Heinrich Himmler; una spia fascista; persino l'ambasciatore nazista presso la Santa Sede, i cui membri (no, non sto parlando di organi sessuali!) sono pur sempre ottimi conoscitori ed infallibili interpreti della volontà divina.
Insomma, stiamo parlando di professionisti seri, mica di dilettanti qualsiasi...
Purtroppo l'unica controindicazione è che rischiate seriamente di assomigliare a diverse (anche se poi non così tanto...) specie animali, tipo:

il "Matteis da LEGAres", rarissimo esempio di preistorico homo demens demens (o non sapiens), incapace di esprimersi a parole, ma solo espellendo versi e rutti da un buco chiamato "bocca", stranamente collocato nella parte retrostante del corpo. Esso è oggetto di approfonditi studi scientifici, volti a comprendere anche l'origine dei numerosi organismi unicellulari che costituiscono l'intera materia di tutti gli organi interni vitali;

la "Domus Pound", caratterizzata da squame nerastre e dalla costante voglia di inquinare l'ambiente che la circonda, sganciando dalla zona posteriore del corpo numerose nuvole tossiche di gas nervino. Ciò grazie al sollevamento istantaneo delle zampette destre, perfettamente tese verso l'alto, in modo da consentirle anche l'espulsione dei propri escrementi, i quali le fungeranno poi da casa (da qui l'italiano "Casa Pound").

In ogni caso, rallegratevi! 
Questo post è dedicato a tutti voi:  

a tutti i razzisti, soprattutto a quelli nostrani. Siete voi l'unica razza inferiore;

a tutti gli omofobi, soprattutto a quelli che perseguitano, incriminano e uccidono gli omosessuali perchè omosessuali. Siete voi gli unici da persegui...re;  

a tutti quelli che <<gli zingari sono brutti, sporchi e cattivi>> perchè zingari. Siete voi brutti, sporchi e cattivi. Dentro;

a tutti coloro i quali, oggi come ieri, fanno finta di non vedere la Shoah, la <<catastrofe>> (per utilizzare il significato del noto termine ebraico) in corso (anche) nel Mar Mediterraneo.




A tutti voi, in occasione del "Giorno della Memoria", non posso far altro che augurare - dal profondo del cuore - che "vi si sfaccia la casa, la malattia vi impedisca, i vostri nati torcano il viso da voi" (Primo Levi, "Se questo è un uomo").


"Lampedusa.
Il Mediterraneo...
... applicato il programma del <<Front National>>"
.

sabato 27 dicembre 2014

UN LUNGO CAMMINO 

Le sorelle Mirabal
Due sorelle si recano in carcere per far visita ai propri mariti detenuti.
Una terza le accompagna.
Durante il viaggio di ritorno vengono fermate da alcuni uomini, i quali prima le costringono a scendere dall'automobile, poi le bastonano e le massacrano in una vicina piantagione di canna da zucchero.
Dopo averle così barbaramente uccise, gli assassini ne ripongono i corpi sull'autovettura, spinta in un dirupo affinchè si pensi a un incidente stradale.
E' venerdì 25 novembre 1960.  
Siamo nella Repubblica Dominicana e le vittime si chiamano Aída Patria Mercedes (36 anni), María Argentina Minerva (34 anni) e Antonia María Teresa Mirabal (25 anni).
Giovani attiviste politiche e rivoluzionarie, avevano "osato" combattere il regime militare del dittatore Rafael Leónidas Trujillo - salito al potere con un colpo di Stato nel 1930 - con il nome di battaglia "Las Mariposas" ("Le Farfalle").
Ma il loro sacrificio non è stato vano.
Non solo l’indignazione popolare avrebbe portato all'uccisione di Trujillo (il 30 maggio 1961, sei mesi dopo l'omicidio delle sorelle Mirabal) e alla fine della dittatura, ma l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite avrebbe scelto proprio la data della morte violenta delle tre giovani "farfalle" per costituire la Giornata Internazionale per l'Eliminazione della Violenza contro le Donne.
Nell'atto istitutivo - la Risoluzione n. 54/134, adottata venerdì 17 dicembre 1999 - l'Onu ribadisce la definizione di "violenza contro le donne" già formulata sei anni prima nella "Dichiarazione sull'Eliminazione della Violenza contro le Donne" (adottata lunedì 20 dicembre 1993 dalla stessa Assemblea Generale nella Risoluzione n. 48/104), ovvero: "qualsiasi atto di violenza di genere che provochi, o sia suscettibile di provocare, un danno o una sofferenza fisica, sessuale o psicologica alle donne, incluse le minacce di tali atti, la coercizione o la privazione arbitraria della libertà, che avvenga nella vita pubblica o privata".
Inoltre nel documento di 15 anni fa le Nazioni Unite scrivono che:

  • "la violenza contro le donne è un ostacolo al raggiungimento dell'uguaglianza, dello sviluppo e della pace";


  • "le donne appartenenti a minoranze, indigene, rifugiate, migranti, le donne che vivono in comunità rurali o remote, indigenti, internate o in stato di detenzione, le bambine, le donne con disabilità, le anziane e le donne in situazioni di conflitto armato, sono particolarmente esposte alla violenza";


  • "la violenza contro le donne è una manifestazione dei rapporti di forza storicamente ineguali tra uomini e donne, che hanno portato al predominio e alla discriminazione contro le donne da parte degli uomini e all'impedimento della loro piena emancipazione";


  • "la violenza contro le donne è uno dei principali meccanismi sociali mediante i quali le donne sono mantenute in condizioni subalterne rispetto agli uomini";


  • "i diritti umani delle donne e delle bambine sono una parte inalienabile, integrante e indivisibile dei diritti umani universali";

  • è necessario "promuovere e tutelare tutti i diritti umani delle donne e delle ragazze", visto che ancora oggi "le donne non godono pienamente dei loro diritti umani e delle libertà fondamentali";

  • desta preoccupazione "il fallimento di vecchia data nel proteggere e promuovere tali diritti e libertà in relazione alla violenza contro le donne";

  • bisogna impegnarsi "nella lotta per sradicare la violenza contro le donne";


  • è sempre bene essere coscienti degli "impatti negativi, sia nella vita sociale, sia nella vita economica, della violenza contro le donne".

Ecco, quindi, il senso e lo scopo della Giornata Internazionale per l'Eliminazione della Violenza contro le Donne: "organizzare [...] attività volte a sensibilizzare l'opinione pubblica sul problema della violenza contro le donne".
Ecco perchè un mese fa, in un messaggio inviato al Rettore dell'Alma Mater Studiorum - Università di Bologna, il Presidente della Repubblica italiana Giorgio Napolitano ha voluto ricordare che "ho avuto più volte occasione di affrontare questo argomento [la violenza contro le donne, N.d.A.], sempre sottolineando quanto cammino il nostro Paese debba ancora compiere per contrastare efficacemente questa drammatica realtà".
Bene, bravo, bis.
Tuttavia potrebbe (e dovrebbe) essere proprio il Capo dello Stato a compiere un piccolo, grande passo in questo lungo cammino.
Quale?
Porre finalmente rimedio a uno scempio che si trascina ormai da più di sessant'anni.
Il 31 luglio 1954, infatti, il Presidente Luigi Einaudi conferì al "Generalissimo dell'Esercito Dominicano, S.E. Trujillo Rafael Leónidas" (al potere da 24 anni) il titolo di "Cavaliere di Gran Croce Ordine al Merito della Repubblica Italiana e decorato di Gran Cordone".
Purtroppo, da allora, tale onorificenza non è mai stata revocata.
Ma di che cosa si tratta?
Secondo la normativa italiana:

    Rafael Leónidas Trujillo, 
    benemerito della Repubblica italiana
  • l'Ordine "Al merito della Repubblica italiana" è "destinato a dare una particolare attestazione a coloro che abbiano speciali benemerenze verso la Nazione" (art. 1, legge 3 marzo 1951, n. 178, con la quale è stato istituito l'Ordine e le relative onorificenze) e "a ricompensare benemerenze acquistate verso la Nazione nel campo delle scienze, delle lettere, delle arti, dell'economia e nel disimpegno di pubbliche cariche e di attività svolte ai fini sociali, filantropici ed umanitari, nonché per lunghi e segnalati servizi nelle carriere civili e militari" (art. 1, decreto del Presidente della Repubblica 31 ottobre 1952, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 277 del 29 novembre 1952. Con esso è stato approvato lo Statuto dell'Ordine);


  • "capo dell'Ordine è il Presidente della Repubblica" (art. 2, legge n. 178/1951). Infatti "le onorificenze sono conferite con decreto del Presidente della Repubblica, su proposta del Presidente del Consiglio dei Ministri, sentita la Giunta dell'Ordine" (art. 4, legge n. 178/1951);


  • "l'Ordine  è composto di cinque classi: cavalieri di gran croce, grandi ufficiali, commendatori, ufficiali e cavalieri. Per altissime benemerenze può essere eccezionalmente conferita ai cavalieri di gran croce la decorazione di gran cordone" (art. 3, legge n. 178/1951). Ciò trova ulteriore conferma nell'art. 3 del decreto del Presidente della Repubblica 31 ottobre 1952: "le onorificenze corrispondenti alle classi dell'<<Ordine al Merito della Repubblica Italiana>> sono stabilite nei seguenti gradi: Cavaliere, Ufficiale, Commendatore, Grande Ufficiale, Cavaliere di Gran Croce. La distinzione di Gran Cordone dell'Ordine viene conferita ai Cavalieri di Gran Croce per premiare altissime benemerenze di uomini eminenti, italiani e stranieri";

  • anche se "le concessioni delle onorificenze hanno luogo il 2 giugno, ricorrenza della fondazione della Repubblica, ed il 27 dicembre, ricorrenza della promulgazione della Costituzione della Repubblica Italiana", "le concessioni [...] accordate a stranieri [...] possono avvenire in qualunque data" (art. 7, decreto del Presidente della Repubblica 31 ottobre 1952);


  • "incorre nella perdita della onorificenza l'insignito che se ne renda indegno. La revoca è pronunciata con decreto del Presidente della Repubblica, su proposta motivata del Presidente del Consiglio dei Ministri, sentito il Consiglio dell'Ordine" (art. 5, legge n. 178/1951); "le onorificenze possono essere revocate solo per indegnità" (art. 10, decreto del Presidente della Repubblica 13 maggio 1952, n. 458); "del decreto del Presidente della Repubblica che dispone la revoca di una onorificenza è data notizia nella Gazzetta Ufficiale" (art. 12, decreto del Presidente della Repubblica n. 458/1952).

Per lo Stato italiano, quindi, il dittatore che ha ordinato l'uccisione di tre donne "colpevoli" di battersi per la libertà e la democrazia del proprio Paese è in realtà un personaggio "eminente" e meritevole di ricevere dalla massima carica istituzionale "speciali" e "altissime benemerenze" "acquistate verso la Nazione nel campo delle scienze, delle lettere, delle arti, dell'economia e nel disimpegno di pubbliche cariche e di attività svolte ai fini sociali, filantropici ed umanitari, nonché per lunghi e segnalati servizi nelle carriere civili e militari".
Insomma, un vero e proprio "eroe nazionale". 
Ebbene, tutto ciò permane tuttora (e ovviamente nessuno ha mai pensato di chiedere scusa ai familiari delle vittime e al popolo dominicano). 

Matteo Renzi: <<Birichino di un Trujillo!!!>>

Si vede che Matteo Renzi e Giorgio Napolitano - competenti il primo a proporre e il secondo a disporre la revoca dell'onorificenza a Trujillo - non reputano affatto "indegno" un tiranno sanguinario.
Oppure ci troviamo di fronte a due gravi casi di "beata ignoranza", malattia assai diffusa e contagiosa per cui il paziente - non importa se quarantenne o novantenne - è vittima di una diffusa amnesia che gli fa completamente "ignorare" (da qui il nome) i motivi e le origini di ciò che accade intorno a lui.
Tipo la storia di tre donne coraggiose uccise da un uomo solennemente omaggiato da un Paese che "deve ancora compiere un lungo cammino per contrastare efficacemente questa drammatica realtà".   

Giorgio Napolitano: <<Me so' scurdato di
quel gran figlio di Trujillo!>>

domenica 12 gennaio 2014

SALVIAMO UNA PAGINA DI STORIA!


Le vicende di un'ex colonia fascista trasformata dal 1945 al 1948 in centro di accoglienza e reinserimento sociale per 800 bambini ebrei sopravvissuti alle persecuzioni e ai lager nazisti è stata raccontata da Thomas Mackinson su "il Fatto Quotidiano" del 6 gennaio scorso.

La petizione per salvare un luogo simbolo della storia contemporanea nazionale e internazionale (disgraziatamente lasciato in un deprecabile stato di abbandono) da una selvaggia e sciagurata speculazione edilizia si trova qui.

Io l'ho firmata.
Spero tanto lo facciate anche voi.

mercoledì 25 aprile 2012

IL FASCISMO CHE SI RIORGANIZZA

Pochi forse conoscono il primo comma della XII disposizione transitoria e finale della nostra Costituzione: 
"E' vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista". 
E' verosimile che ancora meno persone sappiano esattamente interpretare il significato di tale previsione normativa di rango costituzionale. Per fortuna sono giunte in soccorso tre autorevoli spiegazioni, provenienti dalle sentenze della Corte Costituzionale 26 gennaio 1957, n. 1 (la Consulta era presieduta dall'ex Presidente della Repubblica Enrico De Nicola) e 6 dicembre 1958, n. 74 e da una pronuncia della terza sezione penale della Cassazione del 16 gennaio 1958.
Secondo i collegi giudicanti, la XII disposizione pone sì un divieto, ma non di ordine penale (in tal senso, le norme sono state introdotte nel nostro ordinamento con leggi del 1947 e del 1952). Enuncia "solo" un principio e un indirizzo generali, la cui portata va inquadrata nel contesto storico, politico e sociale da cui ha tratto ispirazione. Tra il 25 giugno 1946 e il 22 dicembre 1947, l'Assemblea Costituente ha riconosciuto la necessità di impedire la riorganizzazione del disciolto partito fascista a tutela del regime democratico che si stava costruendo dopo vent'anni di dittatura. Per garantire ciò, non si sarebbe potuta limitare a considerare i soli atti finali e conclusivi della riorganizzazione in maniera completamente distaccata rispetto a ogni loro antecedente causale; ha fatto così riferimento a tutti quei comportamenti tali da essere sufficientemente idonei a produrre atti ricostitutivi, pur non avendo le caratteristiche di una riorganizzazione vera e propria. Avendo avuto come scopo quello di impedire la rinascita di un partito fascista, i Padri Costituenti non hanno voluto permettere il verificarsi di atti che costituissero un semplice, ma apprezzabile pericolo del riprodursi di un movimento fascista. L'inciso "in qualsiasi forma" della XII disposizione finale e transitoria denota proprio la preoccupazione di non irrigidire il precetto entro limiti formali e di vietare quindi non solo atti riorganizzativi strettamente intesi, ma anche quelli idonei a crearne un mero, ma effettivo pericolo. In tale ottica può essere penalmente proibito dalla legge ogni atto in cui si manifesti tale idoneità, ove si riscontri la volontarietà di una qualsiasi azione tipica del partito fascista. E' chiaro allora che la norma costituzionale non vieta e non punisce una qualsivoglia parola o gesto che ricordi il fascismo o i suoi esponenti (come l'espressione di pensieri o sentimenti di una persona che indossi la camicia nera, intoni un canto di regime o lanci un grido di esaltazione mussoliniana), poichè ciò è tutelato dall'art. 21 della medesima Costituzione quale libera manifestazione di pensiero. Quello che al contrario la XII disposizione vieta e punisce sono le manifestazioni usuali del partito fascista che possano creare il pericolo che il fascismo si riorganizzi come partito. Il fatto incriminato può benissimo essere commesso da una sola persona, ma - a seconda del contesto ambientale e temporale in cui sia compiuto - deve necessariamente trovare circostanze tali da renderlo idoneo a provocare adesioni e consensi e a concorrere alla diffusione di idee favorevoli a ricostituire organizzazioni fasciste (come, ad esempio, manifestazioni pubbliche di piazza capaci di impressionare le folle in tal senso). Conseguenza inevitabile è che il reato di apologia di fascismo non consiste in una difesa elogiativa, ma in un'esaltazione tale da poter condurre alla riorganizzazione del partito fascista vietata dalla XII disposizione costituzionale. Si tratta, in altre parole, di un'istigazione idonea ed efficiente a commettere un fatto rivolto alla riorganizzazione del partito mussoliniano. L'apologia deve pertanto essere sostenuta da mezzi idonei ed efficaci a far sorgere il pericolo che rinasca un partito fascista, affinchè si impedisca il ritorno - anche attraverso altre manifestazioni proprie del fascismo - di una qualsiasi forma di regime antidemocratico e incostituzionale.
Come quello instaurato alcuni decenni fa da Benito Mussolini.