venerdì 6 febbraio 2015

APPASSIONARSI ALL'IMPEGNO CIVILE E PROFESSIONALE

Mario Francese (1925-1979)
"[...] era proprio l’attività giornalistica della vittima a fare di lui un possibile obiettivo di <<Cosa Nostra>>, per lo straordinario impegno civile con cui egli aveva compiuto un’approfondita ricostruzione delle più complesse e rilevanti vicende di mafia verificatesi negli anni ’70. In un periodo nel quale, per la mancanza di collaboratori di giustizia, le informazioni sulla struttura e sull'attività dell’organizzazione mafiosa erano assai limitate, Mario Francese aveva raccolto un eccezionale patrimonio conoscitivo, di estrema attualità ed importanza. Egli andava costantemente alla ricerca delle notizie che formavano la materia prima delle sue inchieste giornalistiche, attraverso il contatto diretto non solo con gli organi investigativi, ma anche con le più varie fonti capaci di offrirgli nuove chiavi di lettura e spunti inediti sui più gravi fatti di cronaca. Come ha specificato il suo collega Ettore Serio nel verbale di assunzione di informazioni del 6 maggio 1998, Mario Francese era <<un cronista che, lungi dal limitarsi a "leggere carte", investigava personalmente riuscendo ad acquisire informazioni "di prima mano">>.
Mario Francese si identificava completamente con la sua professione, che lo portava a recarsi direttamente sui luoghi dove erano avvenuti i più gravi episodi di cronaca, per raccogliere tutti gli elementi che potessero aiutarlo a comprendere gli eventi ed il contesto in cui essi maturavano. Le informazioni così acquisite, e da lui elaborate con grande cura, rigore ed onestà intellettuale, venivano, poi, trasfuse in articoli dallo stile vivo, concreto ed efficace, che delineavano in modo chiaro e completo i contorni, i presupposti e le implicazioni degli avvenimenti di maggiore rilievo, descritti con grande ricchezza di dettagli, e senza tacere il nome di nessuno dei soggetti coinvolti, quale che fosse il suo spessore criminale ed il suo ruolo sociale. Dagli articoli e dal dossier redatti da Mario Francese, emerge una straordinaria capacità di operare collegamenti tra i fatti di cronaca più significativi verificatisi nel corso degli anni, di interpretarli con coraggiosa intelligenza e di tracciare così una ricostruzione di eccezionale chiarezza e credibilità sulle linee evolutive dell’organizzazione mafiosa, in una fase storica nella quale emergevano le diffuse e penetranti infiltrazioni di <<Cosa Nostra>> nel mondo degli appalti e dell’economia ed iniziava a delinearsi la strategia di attacco alle Istituzioni da parte dell’illecito sodalizio. Una strategia eversiva che avrebbe fatto un <<salto di qualità>> proprio con l’eliminazione di una delle menti più lucide del giornalismo siciliano, di un professionista estraneo a qualsiasi condizionamento, privo di ogni compiacenza verso i gruppi di potere collusi con la mafia e capace di fornire all'opinione pubblica importanti strumenti di analisi dei mutamenti in atto all'interno di <<Cosa Nostra>>. E’ significativo che sia stato proprio l’assassinio di Mario Francese ad aprire la lunga catena di <<omicidi eccellenti>> che insanguinò Palermo tra la fine degli anni ’70 ed il decennio successivo, in attuazione di un preciso disegno criminale che mirava ad affermare il più assoluto dominio mafioso sui gangli vitali della società, dell’economia e della politica in Sicilia. Chi – avvalendosi delle strutture operative di un’organizzazione connotata da un fortissimo vincolo di segretezza - aveva ideato un progetto delittuoso di così ampia portata, destinato ad incidere pesantemente sugli assetti socio-economici e sulle Istituzioni, non poteva certamente tollerare che le lontane radici ed i più recenti sviluppi di questa strategia fossero descritti con profondità ed accurata attenzione, compresi nei loro esatti termini, e sottoposti all'attenzione della collettività, attraverso il giornale più diffuso nella Sicilia Occidentale [ovvero il "Giornale di Sicilia", N.d.A.]. Per assicurare non solo la compiuta attuazione, ma anche l’efficacia intimidatrice di un complesso disegno destinato ad incombere su tutta la realtà sociale, con la sua oscura ed apparentemente inarrestabile forza, era particolarmente importante eliminare un cronista che, con il suo appassionato e coraggioso impegno civile e professionale, era in grado di fare chiarezza sullo scenario complessivo nel quale venivano ad inserirsi i tragici eventi susseguitisi dopo la metà degli anni ’70, rendendo visibile anche alla gente comune l’oscuro intreccio di interessi e di trame criminali sotteso alla più recente strategia della <<mafia emergente>>, ed additando all'opinione pubblica i protagonisti della nuova stagione di terrore mafioso. Il modo di lavorare di Mario Francese era, sotto diversi aspetti, simile a quello degli organi investigativi: le sue inchieste giornalistiche, condotte direttamente sul campo, <<in prima linea>>, ed animate da una forte carica interiore di appassionata ricerca della verità, si intersecavano con le iniziative delle forze di polizia, che - nello stesso contesto di tempo e di luogo, e nonostante le obiettive difficoltà derivanti dalla mancanza di collaborazioni con la giustizia - provavano a tracciare un quadro credibile ed attuale del processo di riorganizzazione di <<Cosa Nostra>> e ad individuare le causali ed i protagonisti dei gravi episodi criminosi verificatisi negli anni precedenti. L’efficace impegno con cui Mario Francese esercitava la sua attività giornalistica, gli ideali di giustizia che lo guidavano e l’importantissimo patrimonio conoscitivo che egli era in grado di trasfondere nei suoi articoli, concorrevano a rendere le sue analisi del fenomeno mafioso particolarmente interessanti, oltre che per il pubblico dei lettori, anche per l’autorità inquirente, cui egli era costantemente vicino, tenendo un contegno ispirato alla massima linearità e correttezza deontologica. Ripercorrere alcune delle vicende narrate da Mario Francese, nella sua efficace ed appassionata attività professionale, significa operare una sintesi ragionata dei più significativi aspetti della storia di <<Cosa Nostra>> tra gli anni ’60 e gli anni ’70. Nei suoi articoli venivano esaminate con particolare ampiezza le attività criminali di quelli che sarebbero divenuti i maggiori esponenti dello schieramento <<corleonese>>, destinato in seguito a divenire protagonista della strategia terroristico-eversiva manifestatasi sul finire degli anni ’70; venivano poste in luce le fitte relazioni tra gli ambienti mafiosi e il mondo dell’economia e degli appalti pubblici nella Sicilia Occidentale; venivano attentamente ricercate le causali e le responsabilità dei più gravi episodi delittuosi posti in essere dall'illecito sodalizio; veniva espressa l’insoddisfazione per le vistose difficoltà incontrate dall'autorità giudiziaria nel colpire i reati commessi nell'ambito di una struttura criminale che appariva, in quel periodo, largamente impenetrabile alle indagini processuali, a causa della carenza di collaboratori di giustizia. 
[...] In seguito, in numerosi articoli apparsi sul <<Giornale di Sicilia>>, Mario Francese continuò ad evidenziare la estrema pericolosità criminale dei più potenti esponenti mafiosi corleonesi, senza lasciarsi condizionare, nella sua autonoma ed approfondita valutazione dei fatti, dalle pronunzie assolutorie emesse nei loro confronti.
[...] Mario Francese, nel raccontare le vicende giudiziarie relative a fatti di mafia, delineò con chiarezza l’elevato spessore criminale di diversi esponenti di <<Cosa Nostra>>, il cui rilievo non era ancora stato posto in luce dai mezzi di informazione. 
[...] Alcuni dei più gravi e complessi episodi criminosi, rimasti insoluti per decenni (ed, in alcuni casi, non ancora chiariti in sede giudiziaria), furono presi in esame da Mario Francese: segnatamente, la scomparsa del giornalista Mauro De Mauro [...], l’assassinio del Procuratore della Repubblica di Palermo Pietro Scaglione [...], la morte di Enrico Mattei [...], l’uccisione di Giuseppe Impastato (v. l’intervista alla madre ed al fratello di Giuseppe Impastato, pubblicata sul <<Giornale di Sicilia>> del 18 maggio 1978 con il titolo <<Né terrorista né suicida - Mio figlio è stato ucciso!>>). L’acuta intelligenza e il coraggioso impegno professionale di Mario Francese si soffermarono, sin dalla prima metà degli anni ’70, anche su alcune significative personalità destinate a svolgere un ruolo di attiva intermediazione tra la mafia e la società civile, agevolando fortemente l’infiltrazione degli interessi dei boss corleonesi nei più diversi settori sociali.
[...] Mario Francese seguiva con grande attenzione i più recenti sviluppi di tutte le vicende giudiziarie nelle quali erano coinvolti i principali esponenti mafiosi corleonesi.
[...] La mancanza, nelle cronache redatte da Mario Francese, di qualsiasi timore reverenziale verso i più potenti boss mafiosi, è evidenziata dal suo articolo dal titolo <<Liggio il processo se lo fuma>>, pubblicato sul <<Giornale di Sicilia>> dell’8 aprile 1978, e dalla sua intervista al medesimo esponente di <<Cosa Nostra>> (definito come <<un gangster>>), apparsa in pari data sul quotidiano [...].
Mario Francese - il quale aveva già posto in luce i forti interessi economici dell’associazione mafiosa nel settore dell’edilizia [...] - comprese subito la nuova strategia di <<Cosa Nostra>>, volta a sviluppare la propria dimensione imprenditoriale, ad imporre il proprio egemonico controllo sugli appalti pubblici, ad estendere e rafforzare il proprio potere nel contesto sociale ed economico, in un momento reso particolarmente favorevole dall'esito quasi integralmente assolutorio dei grandi processi di mafia celebrati alla fine degli anni ’60. Si trattava di una importantissima fase di sviluppo evolutivo dell’associazione mafiosa, i cui lineamenti essenziali sono oggi notori ma potevano, allora, essere intravisti solo da persone dotate di un non comune patrimonio conoscitivo e di una particolare capacità di cogliere i nessi tra gli eventi.
[...] Le infiltrazioni di <<Cosa Nostra>> nel mondo degli appalti e dell’economia, il loro stretto collegamento con le più sanguinarie manifestazioni di violenza mafiosa, il contestuale affermarsi dello schieramento trasversale facente capo ai <<corleonesi>>, il nuovo terreno di incontro creatosi tra l’illecito sodalizio e i grandi gruppi imprenditoriali nel controllo degli appalti di opere pubbliche, furono colti, analizzati ed interpretati con particolare lucidità da Mario Francese in una serie di inchieste giornalistiche da lui effettuate nella seconda metà degli anni Settanta. Dagli articoli da lui redatti emerge un amplissimo complesso di notizie e di strumenti di comprensione in ordine a quella politica di alleanze – fondata sulla violenza ma anche sulla mediazione – che consentì ai <<corleonesi>> di imporre il loro dominio sulla realtà siciliana. Mario Francese comprese subito che i violenti conflitti interni a <<Cosa Nostra>>, manifestatisi in ripetuti episodi omicidiari nella seconda metà del 1977, si collegavano strettamente ai grandi interessi economici connessi alla costruzione della diga del Belice.
[...] Dall'approfondita inchiesta giornalistica condotta da Mario Francese sulla diga Garcia, emergono alcuni elementi di particolare rilievo [tra cui, N.d.A.] il connubio tra mafia e politica nella prospettiva di una enorme accumulazione di ricchezza connessa ai lavori di costruzione della diga [...].
La straordinaria conoscenza del fenomeno mafioso acquisita da Mario Francese è evidenziata dal dossier che egli aveva redatto, e che venne pubblicato dopo la sua morte sul supplemento settimanale del <<Giornale di Sicilia>>, in più puntate, con decorrenza dall'11 marzo 1979, proprio per ricordare l’esemplare impegno professionale del cronista. La pubblicazione fu comunque soltanto parziale, come ha chiarito il figlio della vittima, Giuseppe Francese, nel verbale di assunzione di informazioni del 20 dicembre 1997, in cui si è specificato che non fu pubblicata la parte del dossier riguardante l’on. Salvo Lima. 
Nello scritto in questione Mario Francese, anzitutto, delineava con la massima precisione la composizione delle <<famiglie>> mafiose, mostrandone il territorio ed elencandone gli adepti (questa prima parte del dossier comprendeva, già da sola, 19 pagine dattiloscritte, fitte di nomi). 
Egli, poi, descriveva la mafia <<come una congregazione di mutua assistenza i cui adepti nell'apparente rispetto della legalità s’infiltrano in ogni struttura dell’apparato dello Stato e della società per ricavarne vantaggi anche ricorrendo alla corruzione finalizzando leggi e provvedimenti al profitto di singoli e di gruppi>>, spiegava che <<in questa conquista del mondo produttivo, attraverso connivenze, compartecipazioni e compromessi, la mafia privilegia i suoi associati usando ed abusando con la lusinga di vantaggi economici e sociali delle pedine soggiogate dello Stato e della società>>, metteva in risalto la struttura piramidale ed unitaria di <<Cosa Nostra>>, evidenziando che la mafia moderna aveva <<una sua vasta organizzazione piramidale con al vertice gli esponenti del suo mondo organizzativo ed economico. Un vertice composto da persone non sempre facilmente identificabili, rappresentanti interessi eterogenei e manovranti le fila di complessi e svariati interessi d’alto livello nazionale e internazionale>>. 
Mario Francese, quindi, analizzava approfonditamente alcune delle più rilevanti iniziative criminali e vicende interne dell’organizzazione, come:

- l’utilizzazione di società di autotrasporti per i più vari traffici illeciti;

- l’attività di contrabbando […];

- il traffico di stupefacenti, organizzato con l’attivo coinvolgimento di numerosi gruppi criminali, in cui erano inseriti - tra gli altri - i Greco di Ciaculli, Antonino Salamone, Paolo e Nicola Greco, Teresi, Citarda, Bontate, i fratelli Spadaro, Francesco Cambria, Tommaso Buscetta, Gaetano Badalamenti, Gerlando Alberti, Luciano Liggio, i Rimi, Giuseppe Calderone;

- il commercio di vino sofisticato;

- i traffici illeciti nei settori della valuta e dei preziosi;

- il reinvestimento in attività economiche dei proventi delle attività illecite (sul punto, Mario Francese precisava: <<ad una potenza organizzativa, perché unitaria, corrisponde una inimmaginabile potenza economica della mafia a giustificazione del rapido ed apparentemente incomprensibile arricchimento di singoli mafiosi e di gruppi, di società impegnate nelle più disparate attività produttive e commerciali>>, sottolineava come la mafia avesse una <<straordinaria capacità di inserimento nella società in cui opera mimetizzandosi>>, e rilevava che <<non v’è distinzione, dunque, fra mafia dedita esclusivamente a delitti e sopraffazioni e una mafia protesa alla conquista del predominio economico>>);

- i collegamenti tra le <<famiglie>> siciliane e quelle statunitensi;

- l’ascesa di Gaetano Badalamenti alla carica di <<presidente>> della <<Commissione>>, e la quasi concomitante fuga di Luciano Liggio dalla clinica romana dove era ricoverato, nel 1969;

- le attive ricerche svolte dal colonnello Russo per catturare Luciano Liggio;

- i rapporti tra Luciano Liggio e padre Agostino Coppola [parroco di Carini. Nel titolo di un articolo pubblicato sul "Giornale di Sicilia" il 15 agosto 1974, Mario Francese definì il sacerdote "parroco-mafioso", N.d.A.], e la comune realizzazione di imprese criminali;

- la costituzione delle società <<Solitano S.p.A.>>, <<Sifac S.p.A.>>, <<Zoo-Sicula RI.SA.>> ("interpretato come Riina Salvatore, luogotenente di Liggio");

- i sequestri di persona compiuti nell'Italia settentrionale ed attribuibili al gruppo mafioso facente capo a Luciano Liggio […];

- la spaccatura verificatasi, all'interno di <<Cosa Nostra>>, tra lo schieramento riconducibile a Luciano Liggio e le cosche avversarie […];

- l’attività edilizia intrapresa da Giuseppe Garda tra gli anni ’50 e gli anni ’60, attraverso un fitto intreccio di cointeressenze, rapporti societari, contatti con ambienti ecclesiastici e istituzionali […];

- la costituzione della nuova <<anonima sequestri>> siciliana, a capo della quale si sarebbe trovato il boss di Santa Ninfa, Vito Cordio, successivamente scomparso […];

- i numerosi omicidi commessi a Corleone e nelle zone vicine tra il 1975 ed il 1978, i quali, pur essendo stati determinati da diverse motivazioni, avevano <<messo in luce l’esistenza di una mafia nuova che era riuscita ad imporre, in ogni settore economico, il suo spietato controllo>> […]

Nel tracciare l’organigramma delle varie cosche mafiose, Mario Francese sottolineava il predominio esercitato da quasi un secolo dalle famiglie Greco sulle borgate di Ciaculli-Croceverde-Giardini, menzionava Giacomo Gambino, Francesco Madonia, Salvatore Riina, Leoluca Bagarella, Bernardo Provenzano (questi ultimi tre qualificati come <<luogotenenti>> di Luciano Liggio) tra i numerosi componenti del clan capeggiato dal Liggio, specificava che il nuovo leader della cosca di Villagrazia era Stefano Bontate, ed indicava Bernardo Brusca come membro della cosca di San Giuseppe Jato, Agostino Coppola e Antonino Geraci (fu Gregorio) come partecipi della cosca di Partinico, Giuseppe Calò come soggetto inserito nel gruppo di Palermo-Porta Nuova.
La forza dirompente delle sensazionali informazioni fornite dall'<<intrigante>> giornalista, che nell'espletamento del suo impegno professionale ha avvertito il dovere di divulgare, in contrapposto all'imperante omertà del tempo, tutte le notizie raccolte, sottoponendole ad un’analisi critica che si è rivelata del tutto esatta, acquista una maggiore significativa rilevanza se si paragonano al ridotto livello delle conoscenze allora comunemente presenti, nello stesso ambiente giornalistico, in ordine al fenomeno mafioso.
[...] Il metodo di lavoro di Mario Francese (metodo che costituiva una straordinaria espressione di giornalismo di inchiesta), la sua capacità di cogliere in profondità il significato degli eventi e la sua leale vicinanza all'autorità giudiziaria - vicinanza che era ampiamente percepibile dall'esterno e determinava, per lui, una forte esposizione a rischio - sono evidenziate dalle seguenti dichiarazioni rese dal giornalista Francesco Nicastro al Pubblico Ministero in data 10 aprile 1998: <<Lo ricordo come un professionista molto serio, impegnato nella ricerca puntuale delle notizie, che trattava con grande onestà intellettuale. Proprio questo suo metodo di lavoro mi colpì e probabilmente lo esponeva molto in un ambiente difficile. Dico questo perchè vedevo che si muoveva dando anche l'impressione di non ricorrere a particolari cautele nei contatti con le potenziali fonti di informazione. Il metodo di lavoro del Francese differiva da quello degli altri cronisti per la tendenza dal Francese sempre manifestata all'approfondimento delle notizie ricorrendo ad una pluralità di fonti che lo vedevano spesso in contatto diretto con i protagonisti delle vicende giudiziarie delle quali si occupava. Ricordo che proprio in questi contatti diretti il Francese sembrava, all'esterno, ricoprire un ruolo quasi di partecipazione attiva alle inchieste ed ai dibattimenti. Preciso che ciò poteva apparire all'esterno ma che in realtà il Francese svolgeva il suo lavoro al meglio e, ripeto, con grande onestà. Ricordo ad esempio che egli amava seguire con particolare attenzione i procedimenti nella fase del pubblico dibattimento e ciò faceva prendendo posto, in piedi e con il taccuino in mano, accanto al Pubblico Ministero, a differenza degli altri cronisti che normalmente prendevano posto accanto agli avvocati. Tale suo atteggiamento formale comportava una maggiore esposizione proprio nei confronti degli imputati e del pubblico che seguiva le udienze [...]>>.
Nel verbale di assunzione di informazioni del 23 aprile 1998, il Nicastro ha aggiunto: <<Varie erano le fonti di informazione del Francese, che proprio negli ultimi tempi le aveva ampliate anche ad ambienti diversi da quelli giudiziari. A tutti i cronisti giudiziari era noto il fatto che il Francese aveva esteso i suoi rapporti anche agli ambienti investigativi, con particolare riferimento al Reparto Investigativo dei Carabinieri ed al Col. Russo Giuseppe, tanto che gli articoli più significativi del Francese sui fatti di mafia contenevano elementi, spunti ed informazioni che erano anche l'oggetto delle investigazioni dei Carabinieri. Proprio su tali temi il Francese mostrava di conoscere con grande precisione elementi riferibili anche ad attività non solo criminali, ma riguardanti il settore economico e societario di esponenti di Cosa Nostra. Il suo obiettivo era quello di approfondire, aggiornandola, la conoscenza di fenomeni criminali e vicende di cui si era già occupata la Commissione Parlamentare Antimafia [...]>>
La passione civile con la quale Mario Francese osservava attentamente il fenomeno mafioso si evince anche dai ricordi esternati da Lino Rizzi (direttore del "Giornale di Sicilia" dal 1977 al 1980) nel verbale di assunzione di informazioni dell’8 gennaio 1977: <<Il Francese, che era buon conoscitore dei fatti di mafia, non perdeva occasione per parlarmene, premettendo spesso la frase "vede, io sono di Siracusa, della provincia babba", con ciò volendo prendere le distanze da quegli ambienti. Lo ricordo come un buon giornalista, rigoroso e serio nel lavoro>>.
[...] Lo schieramento mafioso facente capo a Stefano Bontate era ben consapevole del pericolo che l’attività giornalistica di Mario Francese rappresentava non solo per i <<corleonesi>>, ma per tutta <<Cosa Nostra>>, fortemente proiettata, in quel periodo, verso la valorizzazione della propria dimensione imprenditoriale, ed interessata a sviluppare un saldo rapporto di cointeressenza con importanti settori del mondo politico ed economico sul piano della gestione degli appalti pubblici.
[...] Il movente dell’omicidio è sicuramente ricollegabile allo straordinario impegno civile con cui Mario Francese aveva compiuto una approfondita ricostruzione delle più complesse e rilevanti vicende di mafia verificatesi negli anni ’70, aveva raccolto e diffuso un eccezionale patrimonio conoscitivo sulla struttura e sulle attività dell’associazione, aveva fornito all'opinione pubblica ed agli stessi organi investigativi importanti strumenti di analisi dei mutamenti in atto all'interno di <<Cosa Nostra>>, in un momento in cui iniziava a trovare concreta attuazione la nuova strategia criminale che mirava ad affermare, con gli strumenti del terrore e della collusione, il più assoluto dominio mafioso sui gangli vitali della società, dell’economia e della politica in Sicilia. Una strategia che Mario Francese aveva compreso e descritto con la massima lucidità e che, se non fosse stato ucciso, avrebbe certamente continuato a denunziare con forza, in coerenza con la propria limpida e coraggiosa storia professionale"

Corte di Assise di Appello di Palermo, sezione II, sentenza n. 61/2002, pronunciata il 13 dicembre 2002.



"Un'opera che è stata definita <<faraonica>> e che, in dieci anni, comporterà una spesa di oltre 324 miliardi, non poteva lasciare indifferenti le grosse organizzazioni mafiose di centri tradizionali come Corleone, Monreale, Roccamena. Dice l'ing. Francesco Secco, di Belluno, direttore del cantiere della Lodigiani, la ditta che ha in appalto i lavori di costruzione della diga: <<Siamo venuti a Roccamena per costruire la diga Garcia e penso che nessuno, neanche la mafia, riuscirà a frapporre ostacoli>>Ed ha aggiunto: <<Io della mafia ho solo sentito parlare, ma non vedo come possa intrufolarsi nella costruzione della diga. Se qui occorre una ruspa, da Milano ne mandano tre, così per i camion, così per gli escavatori, per le betoniere. Il nostro cantiere è autosufficiente>>
Le dichiarazioni dell'ing. Francesco Secco, oltre a non essere aderenti alla realtà, non tengono conto delle caratteristiche di un'organizzazione mafiosa che si rispetti e della tentacolarità della mafia. La realtà è diversa: un'opera mastodontica, con immensi capitali che richiede e con le infinite possibilità speculative che offre, non poteva lasciare indifferente la mafia, specie quella che ha radici vecchie e profonde, come la mafia di Corleone, di Roccamena e di Monreale.
<<Diga con cantieri autosufficienti>>dice l'ing. Secco della Lodigiani. La verità è ben altra.
[…] I cantieri della diga, dice la Lodigiani, sono autosufficienti. D’accordo, ma ciò non esclude che, per economia, l'impresa milanese abbia, in questo primo scorcio di lavori, fatto ricorso a <<noleggi>>Lo hanno confermato i fatti, lo ha confermato la superdirezione dei lavori del Consorzio di bonifica del medio ed alto Belice. Rosario Napoli, scampato alla morte il 19 luglio scorso ed ora esule volontario all'estero (per paura di morire) era stato <<noleggiato>> dalla Lodigiani come persona e per la sua pala meccanica. Un <<noleggio>> che ha provocato un attentato ed un assassinato.
Quindi, attorno alla diga, c'è un racket degli aspiranti ai noleggi e c'è un racket, ancora più vasto, per le forniture dei materiali di cava, che non possono certamente giungere da Milano. Lavori così imponenti impongono, poi, noleggi di grossi automezzi, oltre che di ruspe e di pale meccaniche; impongono forniture di sabbia di cava e di mare (entrano di scena Balestrate e San Vito Lo Capo oltre che Castellammare del Golfo). Ma la Lodigiani non è la sola impresa che opera nella Valle del medio ed alto Belice. Il consorzio di bonifica ha concesso lavori extra nella zona ad altre dieci grosse imprese, che eseguono lavori per oltre due miliardi. 
[…] La costruzione della diga, quindi, va guardata nel suo complesso e nei suoi molteplici aspetti. Allora ci si potrà rendere veramente conto di quali interessi possa avere la mafia, quella con la <<M>> maiuscola ed allora ci si possono spiegare i contrasti già insorti tra le cosche mafiose, il cui equilibrio è stato certamente turbato dalla sfrenata corsa verso tutto ciò che la costruzione della diga può offrire. Non va dimenticato che siamo in piena zona terremotata, una zona che ha già una mafia sperimentata nella corsa per la ricostruzione dei paesi franati col terremoto del 1968"

Mario Francese, articolo pubblicato sul "Giornale di Sicilia" del 7 agosto 1977.




"La diga di Garcia, interamente finanziata dalla Cassa per il Mezzogiorno su progetto del consorzio di bonifica dell'alto e medio Belice, a che cosa servirà? E perché attorno alla diga si è creato un deserto di mafia, in cui oscuri interessi hanno scatenato contrasti, appetiti e una corsa quasi piratesca per l'aggiudicazione degli appalti di opere che dovranno convogliare le acque del serbatoio di Garcia verso Trapani ed Agrigento? 
[…] E allora a che è servita la costruzione della diga?
Eccoci quindi all'ipotesi del gran deserto della mafia che, anche dalle zolle una volta aride, ha saputo cavarci <<oro>>. Tre organizzazioni mafiose, (Palermo, Trapani e Agrigento) alla conquista del gran deserto di Garcia e che per la sfrenata corsa ai nuovi e redditizi appalti hanno rotto tradizionali equilibri"

Mario Francese, articolo pubblicato sul "Giornale di Sicilia" del 4 settembre 1977.
Il "pezzo" fa parte di un'inchiesta giornalistica pubblicata in diverse puntate con il titolo: "L'incredibile storia di appalti e delitti per la diga Garcia".





"L'uccisione del colonnello Giuseppe Russo è servita forse a mettere a nudo, in termini realistici, uno spaccato dell'oscuro mondo della mafia nei suoi livelli più qualificati e a fornirci una più chiara visione del connubio mafia - politica e dei potenti mezzi di cui questa accoppiata dispone nella sfrenata e sconcertante corsa all'arricchimento senza limiti. 
[…] proprio la diga Garcia ha fatto saltare equilibri che sembravano già consolidati. Di fronte alla ballata di miliardi intorno a Garcia, insomma, si è avuta una specie di rivolta di parenti poveri: una vera e propria guerra fra il vertice economico di una piramide (mafia - politica) e un certo strato, tra la mediana e la base, della piramide stessa. La diga […] si è trasformata in una trincea dove è iniziata una battaglia senza quartiere che, lungo la strada degli appalti, ha cominciato a seminare una catena di morti ammazzati. La Lodigiani non conosce la mafia? Lo vedremo"

Mario Francese, articolo pubblicato sul "Giornale di Sicilia" del 6 settembre 1977.
Il "pezzo" fa parte di un'inchiesta giornalistica pubblicata in diverse puntate con il titolo: "L'incredibile storia di appalti e delitti per la diga Garcia".




"L'impresa milanese Lodigiani, subito dopo l'aggiudicazione dell'appalto (per oltre 47 miliardi) dei lavori per la costruzione della diga Garcia, ha trovato nella zona <<ponti d'oro>>. Ecco perché l'ing. Francesco Secco, direttore tecnico dell'impresa, quando si è scritto che la catena di otto morti ammazzati nel triangolo Roccamena, Corleone, Mezzojuso, portava l'etichetta della mafia ed era collegata con la diga, si premurò a dichiarare: <<Io della mafia ho solo sentito parlare...>>. Lui i mafiosi li immagina con i <<barracani>> sulle spalle e con la cal. 38 in pugno. E non solo l'ing. Secco. Molti settentrionali la pensano come lui. 
[…] A chi servono i <<barracani>> e le <<cal. 38>>? Alla mafia qualificata certamente no. Non sono serviti a Rosario Napoli, che era stato presentato al direttore della Lodigiani da un personaggio influente, per noleggiare all'impresa della diga una pala meccanica e per fornire materiale dalla sua cava Mannarazza. 
[…] La mafia della cal. 38, semmai la conosce Rosario Napoli: una mafia della base, nella piramidale organizzazione, che si contende il pane quotidiano, gli spiccioli dei <<grandi>>, gli appalti secondari, le forniture. 
[…] Ponti d'oro per la Lodigiani: mentre i disperati della base mafiosa ribattono a colpi di lupara e cal. 38. Questi i due volti di una stessa organizzazione, a livelli diversi. 
Ponti d'oro della mafia alla diga e alla Lodigiani, ponti d'oro alla diga anche del consorzio tra i proprietari dei terreni espropriati, che non si sono affatto battuti per impedire la costruzione di un invaso che avrebbe tolto lavoro a pane a circa duemila braccianti agricoli e portato in zone lontane l'acqua del palermitano. 
[…] Ma la diga non è stata bloccata. Certi interessi, oscuri e curiosi, non possono essere travolti nel nome e nell'interesse di quelle categorie (piccoli coltivatori, mezzadri, affittuari, emigrati, assegnatari della riforma) che, per una diga con diverse finalità, avevano combattuto, affiancate da forze politiche e sindacali di un ampio schieramento"

Mario Francese, articolo pubblicato sul "Giornale di Sicilia" del 9 settembre 1977. 
Il "pezzo" fa parte di un'inchiesta giornalistica pubblicata in diverse puntate con il titolo: "L'incredibile storia di appalti e delitti per la diga Garcia".




Mario Francese
"Una zona minata [quella del Belice, N.d.A.], dove si dibattono inconfessati interessi di società paravento che, favorite dal disordine e dall'egoismo degli enti pubblici e a partecipazione mista, interessati ad accaparrarsi finanziamenti e lavori, anche per motivi elettorali, trovano terreno fertile alla loro sfrenata ambizione. La costruzione della diga Garcia è una delle tante superopere in via di realizzazione nella vallata del Belice. Gli oltre trecento miliardi che, in dieci anni sono stati previsti per ulteriori opere di bonifica e di convogliamento dell'acqua negli invasi dei tre consorzi che ne hanno fatto richiesta, sono una particella degli enormi finanziamenti di opere pubbliche programmate nel Belice. 
[…] Una <<ballata>> di miliardi, nelle zone della ricostruzione del Belice e delle popolazioni disastrate dal terremoto, ma anche una ballata di miliardi che ha attirato nella valle l'attenzione di cosche spregiudicate che si combattono, si associano o si elidono, a seconda degli interessi e delle circostanze, nella corsa verso l'arricchimento. Una mafia che conferma la sua tradizione e concede, nella zona del Belice, il bis della guerra scatenata nel palermitano, tra gli anni 1958 e il 1963, epoca del boom edilizio cittadino. Interessi politici e di parte, creando attorno a così imponenti opere una babele di competenze e di attribuzioni, finiscono, come era accaduto a Palermo, col favorire i piani della mafia. Accaparramenti, con ogni mezzo, di aree di sviluppo (urbanistico, agricolo o industriale), accaparramento di vasti feudi che, desolati dall'arsura fino a ieri, domani vedranno centuplicato il loro valore dalle immense riserve d'acqua che verranno accumulate dalla costruenda diga di Garcia o dalla diga <<Arancio>> in corso di rilancio nell'agrigentino. Interessi che finiscono col rallentare il ritmo delle realizzazioni a vantaggio degli speculatori, che conoscono bene la legge per l'aggiornamento dei prezzi. Non si spiega altrimenti la disperazione delle popolazioni del Belice, nonostante l'imponenza dei finanziamenti e dei programmi: non si spiegano i perché di tante speranze deluse e della rabbia delle popolazioni del Belice, indignate dalla esasperante lentezza delle opere. Non sono pochi coloro che ancora, dopo nove anni dal terremoto, vivono in baracche. Non si spiega, altrimenti, l'impennata di non pochi deputati regionali, nella seduta di Sala d'Ercole del 16 febbraio scorso: un'impennata sfociata nell'approvazione di una mozione con la quale, tra l'altro, è stata sollecitata un'inchiesta parlamentare per accertare i <<gravi ritardi nella esecuzione delle opere nel Belice>> ed è stata suggerita l'istituzione di un ufficio speciale tecnico - amministrativo per il coordinamento delle iniziative e dei lavori. In questo quadro, che vorrebbe essere di ripresa e di ricostruzione, dal 1974 in poi, si sono inseriti tre sequestri di persona e una catena spaventosa di omicidi e di attentati"

Mario Francese, articolo pubblicato sul "Giornale di Sicilia" del 18 settembre 1977. 
Il "pezzo" fa parte di un'inchiesta giornalistica pubblicata in diverse puntate con il titolo: "L'incredibile storia di appalti e delitti per la diga Garcia".




"L'escalation dei delitti, dal 1974, ha coinciso col boom di finanziamenti statali e di opere pubbliche tra Garcia e le zone terremotate del Belice. Dopo la tragedia di Ciaculli del 30 giugno del 1963, le organizzazioni mafiose della Sicilia occidentale hanno fatto registrare il terzo tempo della loro continua e progressiva evoluzione. Una mafia <<galoppina>>, con settore preferito il contrabbando, fino al 1963, cioè una mafia che, attraverso appoggi elettorali, sfrutta al massimo le risorse cittadine (edilizia). I <<patriarchi>> si attestano nella città, abbandonando feudi e campagne e cominciano a tessere le fila di un'organizzazione funzionale a carattere interprovinciale. Dal 1963, con la massiccia applicazione di misure di prevenzione, la mafia, sparpagliata in tutta la penisola, incomincia a darsi un volto nazionale. I boss, quelli con la <<b>> maiuscola, rimasti in sede, rivolgono la loro attenzione agli enti pubblici. Dal 1963, infatti, scatta l'era delle <<municipalizzate>> e degli enti di Stato: un pedaggio che la DC paga all'ingresso del PSI nella maggioranza governativa. E con il fiorire di enti pubblici, parallelamente, dilagano enti misti, cioè enti privati, con partecipazione finanziaria di enti pubblici. Un'epoca che ha un nome battesimale: quella dei <<boss dietro le scrivanie>>. Ed eccoci al dopo-1970. Il dopo terremoto che ha devastato, nel 1968, molti centri del Belice, ha dato l'occasione alla grossa mafia di mutare obiettivi e di evolvere la sua già potente organizzazione. E' una corsa sfrenata alle campagne e ai feudi. Ma i programmi non sono quelli di venti anni prima. L'ansia di valorizzazione di vaste plaghe deserte e di trasformazione di colture tradizionali è solo apparente. Le espropriazioni per la costruzione della diga Garcia hanno dimostrato come 800 ettari di terreno, per secoli incolto, è stato trasformato per ricavare dallo Stato il maggior profitto possibile: un ettaro di vigneto è stato pagato, per far posto alla diga, 13 milioni. La cifra è stata raddoppiata se il proprietario ha dimostrato di essere un coltivatore diretto. Dal 1970 quindi, abbiamo un terzo stadio evolutivo della mafia: i boss dietro le scrivanie degli enti pubblici, spostano i loro interessi nel retroterra e, in prevalenza, nelle zone della valle del Belice. Una mafia che sta alle calcagna di imprese colossali e di appalti di super - opere. Oltre mille miliardi i finanziamenti per la costruzione del Belice. E nel contempo sorgono una pletora di società private, con finalità non sempre chiare. In città resta posto per i contrabbandieri, per i rapinatori e per le piccole organizzazioni. L'evoluzione della mafia della Sicilia occidentale è costretta però a pagare un prezzo, a volte alto, nella ricerca di equilibri stabili e nella corsa all'accaparramento di privilegi e ricchezze. Ed ogni conquista lascia dietro una scia di delitti. Abbiamo detto di una catena di agghiaccianti omicidi e di tre sequestri che hanno provocato stupore ed allarme sociale. 
[…] In quest'epoca si infittisce la rete di società paravento (Solitano, Risa, Sifac, etc.) che, forse intravedendo la possibilità di intrufolarsi in appalti e subappalti, aumentano improvvisamente di svariate decine di milioni i loro capitali sociali. Denaro sporco, riciclato e utilizzato per iniziative pseudo industriali"

Mario Francese, articolo pubblicato sul "Giornale di Sicilia" del 21 settembre 1977. 
Il "pezzo" fa parte di un'inchiesta giornalistica pubblicata in diverse puntate con il titolo: "L'incredibile storia di appalti e delitti per la diga Garcia".




"Puntuale a luglio, nel triangolo Roccamena-Partinico-Monreale, è ripresa la guerra fra clan familiari e cosche mafiose per la conquista di <<un posto al sole>>
[…] Perché la ripresa di questa guerra feroce e senza esclusione di colpi? Quali gli interessi che polarizzano l'attenzione delle cosche mafiose? Quali i clan che si combattono tra loro per assicurarsi l'esclusiva in remunerativi appalti o subappalti di opere pubbliche? 
Nella vallata del Belice e nel triangolo Monreale-Roccamena-Corleone, in attesa della vendemmia e dell'acqua della diga Garcia, la vita trascorre lenta, senza apparenti novità. La monotonia è interrotta da un continuo via vai di grossi camion in gran parte di Camporeale, che si muovono nelle anguste strade di San Giuseppe Jato, San Cipirello, Roccamena, Montelepre e Partinico. Camion che fanno spola con la diga Garcia, in corso di costruzione, per trasportarvi materiale inerte e conglomerati cementizi: una diga che, dopo la costruzione della galleria in cui sono state deviate le acque del Belice, va progredendo da Garcia verso Roccamena <<divorando>> circa 800 ettari di vigneto, ancora in piena produzione. E sul letto di questa diga immensa è un assordante manovrare di pale meccaniche e ruspe che scavano, appianano, distruggono e creano il grande letto del nuovo invaso. Ed i camion si muovono anche per la costruzione della superveloce Palermo-Sciacca. A San Cipirello, come a Roccamena, si guarda a queste colossali opere pubbliche e alla costruzione delle cittadine terremotate del Belice come ad una occasione di lavoro remunerativo e sicuro, che durerà per molti anni. Ma ci sono anche gruppi di potere per i quali le opere pubbliche sono occasione di rapido arricchimento. Esenzioni e agevolazioni fiscali favoriscono la corsa a improvvisarsi costruttori, a ricercare con appoggi politici appalti e subappalti nella Valle del Belice. I Di Giovanni, i Celeste, I Randazzo ed altri <<gruppi>> di Roccamena, San Cipirello, Partinico, Borgetto, Corleone e Monreale, fanno parte di questa schiera di <<operatori emergenti>>: hanno impegnato tutti i capitali disponibili nell'acquisto di pale meccaniche e automezzi nella speranza di assicurarsi una fetta delle opere pubbliche in corso, programmate e in via di finanziamento"

Mario Francese, articolo pubblicato sul "Giornale di Sicilia" del 9 agosto 1978.




Mario Francese è morto e continuerà ad esserlo se noi non ne facciamo vivere le passioni e gli ideali nelle nostre piccole e grandi esperienze.
Sfrattiamo dalle nostre menti l'indifferenza.
Scacciamo l'ignavia dai nostri cuori.
Impegniamoci, dunque!
Facciamo vivere Mario attraverso le nostre azioni, le nostre parole e i nostri pensieri quotidiani.
Dimostriamo concretamente e senza ipocrisie che lui vive - davvero - con noi e dentro di noi.
Facciamone memoria piena, autentica, pratica.
Evitiamo di mettere in atto la solita, stucchevole, retorica messa in scena utile solo a farci credere - illusi - che la nostra coscienza sia a posto.
Come oggi è il giorno in cui un bimbo di nome Mario è sbocciato alla vita, così il testamento morale che questi ci ha lasciato sbocci nella mente e nel cuore di ognuno di noi.
Già, perchè adesso tocca a noi.
Soltanto a noi.

mercoledì 4 febbraio 2015

UN UOMO LIBERO TRADITO DA IENE E CAVALLOTTI

Libero Grassi  
Oggi voglio raccontare una storia significativa.
Non tanto per la vicenda in sé, quanto per il modo singolare - volendo usare un eufemismo - con cui è stata raccontata in un servizio della trasmissione televisiva "Le Iene", mandato in onda il 29 gennaio scorso e intitolato "Mafia, antimafia e aziende che affondano".

C'era una volta una famiglia palermitana di imprenditori, i Cavallotti.
Soprattutto c'erano i fratelli Salvatore e Vincenzo Cavallotti.
Un bel giorno vengono tratti in arresto e processati (anche) per il reato di associazione mafiosa.
Assolti in via definitiva perchè "il fatto non sussiste", si rivolgono alla Corte d'Appello di Palermo per chiedere un risarcimento danni, come riparazione per l'ingiusta detenzione patita per quasi 2 anni e mezzo (dal 10 novembre 1998 al 21 marzo 2001). 
Purtroppo per loro i giudici palermitani rigettano la domanda (ordinanze n. 22 e 33 del 25 ottobre 2013), considerando - come riassunto dalla Cassazione l'anno seguente - che:

"a) Cavallotti Vincenzo era rimasto coinvolto in un'indagine concernente l'aggiudicazione illecita degli appalti in Sicilia in quanto il suo nome era rinvenibile in un biglietto, che un collaboratore di giustizia aveva attribuito al noto boss mafioso Bernardo Provenzano, in cui si indicavano opere di metanizzazione riguardanti alcuni Comuni siciliani, aggiudicate ed eseguite da imprese amministrate da Cavallotti Vincenzo e dai suoi fratelli, con l'invito a "mettere a posto" tali imprese; 

b) in un'ulteriore lettera, il Provenzano aveva ringraziato il suo interlocutore per l'interessamento profuso in favore delle imprese Cavallotti e si era interessato affinché venisse recuperato materiale sottratto a tali imprese; 

c) in un dattiloscritto in possesso di Brusca Giovanni, sequestrato al momento del suo arresto e che Brusca aveva riferito essergli stato fatto recapitare dal Provenzano, si faceva riferimento alle imprese dei Cavallotti;

d) in un interrogatorio del 18 febbraio 1997 lo stesso Brusca aveva spiegato il significato di un suo appunto in cui si menzionava il nome Cavallotti, nel senso che avrebbe dovuto riferire al Provenzano a proposito della "messa a posto" di tale impresa; 

e) successivamente, le opere di metanizzazione erano state effettivamente affidate all'impresa di cui era amministratore unico e direttore tecnico Cavallotti Vincenzo; 

f) nel corso delle indagini, diversi collaboratori di giustizia avevano fatto riferimento all'inserimento delle imprese dei Cavallotti nel giro illecito di spartizione degli appalti".

Ovviamente entrambi i fratelli ricorrono in Cassazione.
E per entrambi il verdetto della Corte Suprema è lo stesso: le ordinanze dei magistrati siciliani vengono pienamente confermate, i ricorsi rigettati in quanto "infondati" e i ricorrenti condannati a pagare le spese processuali.

Per quanto riguarda Salvatore Cavallotti, la Cassazione emette il proprio verdetto irrevocabile l'8 aprile dell'anno scorso (sezione IV penale,  sentenza n. 22318).
Il collegio presieduto da Gaetanino Zecca scrive che il comportamento di Salvatore Cavallotti - "per quanto non rilevante a fini penali" - è stato "ambiguo" poichè - "come acutamente evidenziato dalle sentenze di merito" - "ha tenuto, nella sua qualità di amministratore della IMET e di socio della COMEST, una ambigua rete di rapporti con persone pericolosamente vicine a gruppi criminali di importante livello guidati da personaggi di primissima importanza nel panorama mafioso, quali Provenzano Bernardo, Madonia Giuseppe e Greco Leonardo".
Una simile condotta - definita "parapartecipativa" - costituisce quantomeno una "colpa grave", "sia con riguardo ai rapporti con esponenti mafiosi descritti dalle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia (la cui attendibilità è stata riconosciuta anche all'esito della sentenza assolutoria) che alla rete di contiguità delle imprese dei Cavallotti con esponenti dell'associazione mafiosa grazie alla quale le dette imprese avevano operato".
Imprese - le già ricordate IMET e COMEST - che hanno subìto un "avvicendarsi di ruoli" e un "succedersi di denominazioni e forme societarie" che Salvatore Cavallotti non ha saputo validamente giustificare.
Ecco dunque le conclusioni a cui giunge la Cassazione:
"Gli esiti delle gare di appalto in favore dei Cavallotti hanno costituito elemento oggettivo ai fini della conferma dei contatti della consorteria mafiosa con le imprese gestite dai medesimi, che non possono distinguersi nella conduzione aziendale ma devono essere considerati unitariamente ai fini delle frequentazioni ambigue con esponenti apicali di <<Cosa Nostra>> che i biglietti e lettere di Bernardo Provenzano, con il palese interessamento in loro favore, dimostrano a sufficienza".
Ma non è tutto: "a ciò s'aggiunga che comunque nella sentenza definitiva di assoluzione le dichiarazioni del collaboratore Siino [mafioso, poi pentito, ministro dei lavori pubblici di Cosa Nostra, N.d.A.] [...] sono state considerate comunque significative di generiche contiguità e frequentazioni con esponenti mafiosi".

Per quanto riguarda Vincenzo Cavallotti, con la sentenza n. 32207 emessa il 27 giugno 2014, il collegio della IV sezione penale della Corte Suprema - presieduto da Vincenzo Romis - conferma pienamente l'ordinanza dei giudici d'appello di Palermo.
Essa - rifacendosi a quanto scritto dal Tribunale del Riesame - aveva sottolineato il fatto che "il boss mafioso Bernardo Provenzano avesse segnalato le imprese riconducibili ai fratelli Cavallotti chiedendo un intervento per la cosiddetta <<messa a posto>> di tali imprese in un momento anteriore, non solo alla celebrazione delle gare ma addirittura, al fatto che le gare fossero bandite".
Pertanto aveva dedotto che "tali imprese fossero riconducibili ad interessi diretti del boss latitante", evidenziando "come i fratelli Cavallotti si fossero avvicendati nell'amministrazione delle diverse imprese che facevano loro capo, senza apparenti e comprensibili ragioni esterne"
Ora, la sentenza di assoluzione non solo aveva confermato tale dato, ma "aveva ritenuto provato il coinvolgimento dei Cavallotti nel sistema di controllo delle attività imprenditoriali organizzato e gestito dagli esponenti di Cosa Nostra, pur escludendo la prova dell'appartenenza organica dei tre Cavallotti all'organizzazione mafiosa".
Ecco, dunque, il motivo per cui i Cavallotti sono stati assolti.
Inoltre, nella sentenza assolutoria "si riconosceva alla missiva attribuita al Provenzano un contenuto compatibile tanto con la mera soggezione estorsiva, quanto con il patto sinallagmatico con l'associazione e persino, infine, con l'instaurazione di un rapporto societario"
Ricapitolando.
E' vero che i Cavallotti sono stati penalmente assolti dall'accusa di essere mafiosi, data l'assenza di prove che dimostrassero "condotte specifiche [...] valevoli come controprestazione sinallagmatica nei confronti del sodalizio mafioso".
Ma è anche vero che "all'interessamento di esponenti di Cosa Nostra per la cosiddetta <<messa a posto>> delle imprese dei Cavallotti, si accompagnasse l'aggiudicazione e l'avvio della fase esecutiva degli appalti".
Ciò rende "verosimili" le dichiarazioni dei pentiti, secondo i quali le aziende dei Cavallotti avevano partecipato "all'accordo spartitorio degli appalti che aveva contrassegnato le relazioni di Cosa Nostra e di alcuni settori della politica siciliana con talune imprese".
Preso dunque atto del "complesso rapporto di contiguità dell'impresa gestita dal ricorrente [Vincenzo Cavallotti, N.d.A.] con esponenti dell'associazione mafiosa, non escluso dalla pronuncia assolutoria" e dell'"avvicendarsi di ruoli, denominazione e forme societarie, privo di adeguata giustificazione da parte di Cavallotti Vincenzo", è corretto - secondo la Cassazione - ritenere che "tali elementi, pur non ritenuti idonei dal giudice penale a fondare un giudizio di condanna per il reato associativo, fossero tuttavia valutabili in termini di colpa grave".
La Corte Suprema, quindi, conferma in pieno l'ordinanza emessa dalla Corte d'Appello di Palermo il 25 ottobre del 2013, in quanto "assume a fondamento del giudizio in merito alla sussistenza della colpa grave del ricorrente eventi concreti, quali i riscontri documentali e fattuali alle dichiarazioni di diversi collaboratori di giustizia, desumendone con ampia e congrua motivazione la relazione di contiguità tra l'impresa di cui Cavallotti Vincenzo era socio fondatore e amministratore, negli anni in cui si svolgevano le gare menzionate nei documenti sequestrati a boss mafiosi, e questi ultimi".


Ebbene, il servizio de "Le Iene" - realizzato da Matteo Viviani - ha raccontato la stessa vicenda presentando i Cavallotti quali martiri, "vittime della mafia e della malagiustizia", come sostiene - con non poca sfacciataggine - Vincenzo all'inizio del servizio.
Ma se è normale che i diretti interessati si difendano a spada tratta, non lo è affatto che un "giornalista" - pendendo dalle loro labbra - prenda per oro colato tutto ciò che essi affermano, avallandolo.
Così l'inviato del programma di Italia1 sfodera numerose perle di disinformazione.
Ad esempio, riferendosi implicitamente alla famiglia Cavallotti, ci rivela che essa ha "dedicato tutta la vita al lavoro" e ha "fatto lavorare bene le aziende" per poter realizzare un "unico desiderio""lasciare ai propri figli un futuro migliore".
Non c'è bisogno di dire - ma Viviani lo dice - ciò che "ha permesso" ai Cavallotti "di realizzare i propri obiettivi".
Ma "la passione", è ovvio, mica la mafia!
"Chiaramente davano fastidio" i membri di questa famiglia perseguitata, composta da personcine talmente perbene da essere state proclamate "innocenti".
D'altronde, "il giudice del penale non aveva mica detto che i Cavallotti non avevano nulla a che fare con la mafia", "decretando definitivamente che non sono mafiosi"?
Infine una postilla: "sia chiaro, nessuno vuole entrare in merito alle decisioni di un tribunale".
E infatti, a furia di non entrare nel merito, l'inviato de "Le Iene" si è "dimenticato" di raccontare fino in fondo che cosa dicono veramente le sentenze...

Ma ecco la vera perla di saggezza.
Si arriva al punto in cui "gli affari cominciano a girare", quindi "Cosa Nostra si fa avanti e comincia a chiedere il pizzo" ai Cavallotti.
Ebbene, dopo che il solito Vincenzo Cavallotti si giustifica sostenendo di "essere costretti a pagare il pizzo, perchè se non lo pagavamo non potevamo lavorare", ecco il solito Viviani che interviene per giustificare la giustificazione: "sia chiaro, non stiamo parlando dei giorni nostri, in cui finalmente la gente ha trovato il coraggio di denunciare le estorsioni, combattendo questo fenomeno. Ma degli anni d'oro di Cosa Nostra [cioè degli anni '90, N.d.A.], in cui non avevi molta scelta".
E già, perchè "tutti gli imprenditori in Sicilia, in quel periodo, erano costretti a pagare il pizzo" (come ci ricorda Salvatore Cavallotti) perchè "chi non pagava veniva ammazzato. C'era la paura. Dovevi pagare una percentuale al capo-mandamento del paese [...] Il 2, il 3, il 4%, a seconda dell'importo del lavoro" (come ci ricorda suo fratello Vincenzo).
Peccato, perchè secondo un vero imprenditore siciliano - che, diversamente dai Cavallotti, scelse di non pagare il pizzo e di denunciare sia alle forze dell'ordine, sia pubblicamente i propri estortori, riuscendo anche a farli arrestare - legittimare le collusioni con la mafia e il pagamento delle tangenti è "davvero sconvolgente. Stabilire che in Sicilia non è reato pagare la mafia è ancora più scandaloso della scarcerazione dei boss. Ormai nessuno è più colpevole di niente. Anzi", così facendo, si "suggerisce agli imprenditori un vero e proprio modello di comportamento: e cioè, pagate i mafiosi. E quelli che, come me, hanno invece cercato di ribellarsi?" (Parole pronunciate davanti a una platea di studenti, riprese da Umberto Rosso in un articolo  intitolato "<<Ho denunciato il racket e lo Stato ora lo legittima>>" e pubblicato su "la Repubblica" il 5 aprile 1991). 
Non solo.
A chi gli chiedeva: "Perchè non vuole pagare, visto che pagano tutti?", lui rispondeva: "Non mi piace pagare, perchè è una rinuncia alla mia dignità di imprenditore. Io divido le mie scelte con il mafioso. Questo è il vero fatto. Non è che io non abbia avuto avvicinamenti... [...] Non pago, preferisco stare nei miei affari";
a chi sosteneva che se tutti si comportassero come lui si distruggerebbero le industrie, lui replicava: "Se tutti si comportano come me, si distruggono gli estortori, non le industrie! Io è quarant'anni che ci vivo. Ancora non sono morto, la maggior parte dei miei anni lavorativi li ho fatti";
a chi gli ribatteva che gli imprenditori siciliani sono necessitati, perchè se vogliono esistere devono pagare il pizzo, lui controbatteva: "Ma questa necessità è un estremo limite... Io è quarant'anni che faccio l'industriale in Sicilia non sono andato mai a cena con Greco, con Marchese [cioè con i mafiosi, N.d.A.]. Io questa necessità estrema non l'ho avuta. [...] Non è detto che gli industriali debbano fare tutti gli affari, mandandoci in avanscoperta o per concedere i subappalti al mafioso. Ma chi l'ha detto? Rinunciano all'affare!" (Dichiarazioni rilasciate al programma televisivo "Samarcanda" nella puntata dell'11 aprile 1991).
Ma chi era questo imprenditore, titolare di una piccola azienda tessile di Palermo, che mantenne la schiena dritta, si rifiutò categoricamente di pagare tangenti alla mafia e denunciò con forza e a viso aperto la piaga delle estorsioni in Sicilia, nonostante avesse subìto anche una rapina e diverse intimidazioni?
Il suo nome è Libero Grassi.
Pagò con la propria vita per non aver mai pagato Cosa Nostra.
"sia chiaro, non stiamo parlando dei giorni nostri, in cui finalmente la gente ha trovato il coraggio di denunciare le estorsioni, combattendo questo fenomeno. Ma degli anni d'oro di Cosa Nostra, in cui non avevi molta scelta" (per usare le parole di Viviani citate sopra).
Già, ma Libero Grassi quella scelta non la fece perchè - a differenza dei Cavallotti e di sedicenti "giornalisti" che si prestano a far apparire questi ultimi come povere vittime sacrificate sull'altare della legalità - era un uomo libero, di nome e di fatto.
Un uomo libero tradito da Iene e Cavallotti.

<<Su, Cavallotti, non piangere! Io ho fatto il possibile...>>

martedì 3 febbraio 2015

SCEGLIERE UN'ALTRA STRADA
RISPETTO AI TANTI (coetanei e non)

Calogero Zucchetto (1955-1982)
"[...] il 3 settembre [del 1982, N.d.A.] fu ucciso dalla Chiesa, il 14 novembre, settanta giorni dopo [per la precisione, settantadue giorni dopo, N.d.A.], venne assassinato in un elegante bar del centro [di Palermo, N.d.A.], Calogero Zucchetto, poliziotto della sezione investigativa che aveva da poco compiuto ventisette anni [in realtà meno di tre mesi dopo avrebbe compiuto ventotto anni, N.d.A.]
[...] Zucchetto svolgeva un delicatissimo lavoro sul rapporto dei <<162>> - quello che piaceva a dalla Chiesa [si tratta di un rapporto giudiziario redatto dalla Squadra Mobile e dal Nucleo Operativo dei Carabinieri di Palermo, depositato in Procura il 13 luglio 1982. Esso denuncia i crimini di ben 162 mafiosi, tra cui i più importanti esponenti di vertice, come Michele Greco, Totò Riina, Bernardo Provenzano, Raffaele Ganci, Giuseppe Calò, Antonino Geraci, Salvatore Montalto e Salvatore Buscemi, la maggior parte dei quali fino ad allora sconosciuti. Stiamo parlando, insomma, della prima grossa indagine che punta dritto all'ala corleonese e ai suoi numerosi delitti volti a scalare i vertici dell’organizzazione mafiosa e a controllare gli imponenti traffici di droga. Colpisce infine il fatto che molte delle persone che hanno dedicato impegno e professionalità a questo rapporto giudiziario - come Rocco Chinnici, Ninni Cassarà, Roberto Antiochia, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino - siano poi state uccise. Un rapporto, dunque, cosparso da una lunga scia di sangue, N.d.A.] - e per conto del suo diretto superiore - il funzionario della sezione investigativa, Ninni Cassarà - faceva da esca in ambienti mafiosi pur di riuscire a mettere insieme un tassello dietro l'altro. Un bel ragazzo, dall'aria un po' dinoccolata, che aveva iniziato il suo apprendistato a diciannove anni, e per una breve parentesi aveva preso parte alle prime rudimentali scorte affiancate al giudice Falcone. 
Esuberante, gran lavoratore, intelligenza pronta, Zucchetto aveva manifestato subito il suo desiderio di <<andare in strada>>. Trascorreva nottate intere nelle discoteche e nelle paninerie palermitane. Aveva ottimi agganci anche nel mondo grigio della prostituzione, delle case di appuntamenti, delle sale corse, del mercato ortofrutticolo, punti di riferimento naturali questi d'una varia umanità che a Palermo spesso incontra la mafia sul suo cammino.
Hanno scritto i giudici nell'ordinanza di rinvio a giudizio che ha istruito il maxi processo a Cosa Nostra: <<Zucchetto con il suo carattere aperto e gioviale era stato in grado di stabilire rapporti confidenziali con gestori di locali pubblici, proprietari di negozi, prostitute, e con gli stessi pregiudicati, e ciò, nella risoluzione di varie indagini, si era rivelato di grande aiuto>>.
Aveva più volte preso parte all'arresto di mafiosi di spicco. Spesso con il suo <<vespone>>, anche quando non era in servizio, se ne andava in giro per i viottoli degli agrumeti di Ciaculli, gli occhi bene aperti a spiare i movimenti degli uomini dell'esercito del boss Michele Greco, soprannominato il <<papa>>.
[...] anni prima, quando ancora i Prestifilippo [famiglia mafiosa di cui faceva parte Mario, uno dei killer più sanguinari dei corleonesi, N.d.A.] non erano ricercati perchè non inseriti nel rapporto dei <<162>>, Zucchetto li aveva conosciuti e frequentati. Il poliziotto aveva tradito la loro antica ospitalità. Aveva <<venduto>> un'amicizia e contribuito all'arresto di un alleato di quella famiglia. Si era spinto fin dentro quella roccaforte di mafia - la borgata di Ciaculli - dove i latitanti razzolavano indisturbati.
Una bella lezione, ormai, non gliela levava nessuno.
Zucchetto aveva l'abitudine di lavorare anche di domenica, e quindi poteva benissimo essere ammazzato anche di domenica: un modo sbrigativo scelto dalla mafia per ripetere che non gradisce i funzionari troppo zelanti [...].  
Zucchetto fu il primo di un'altra lunga serie. 
Sarebbe stato assassinato Cassarà [il 6 agosto del 1985, N.d.A.], il suo diretto superiore
Sarebbe stato assassinato Giuseppe Montana [il 28 luglio del 1985, N.d.A.], l'altro funzionario che dava la caccia ai latitanti.
Cassarà e Montana capirono più degli altri il significato vero dell'eliminazione di Zucchetto. Si resero conto che le famiglie dell'eroina stavano tornando - dopo l'uccisione di Boris Giuliano [il 21 luglio del 1979. Era il capo della Squadra mobile di Palermo, N.d.A.] - a prender di petto la polizia. Quella polizia che presentava i rapporti, che svolgeva le indagini preliminari senza le quali il lavoro di un magistrato non può svilupparsi in nessuna direzione. Cassarà, Montana e Zucchetto avevano contribuito alla stesura di quel rapporto dei <<162>>, primo tentativo serio di inquadrare ciascuna famiglia al posto giusto".
Calogero Zucchetto "era uno dei migliori quando si trattava di dare la caccia ai latitanti mafiosi"

Saverio Lodato, "Trent'anni di mafia. Storia di una guerra infinita", BUR saggi, edizione maggio 2008. 




Calogero Zucchetto
"Mentre conduceva una delicata operazione investigativa al fine della ricerca e della cattura di pericolosi latitanti, nel quadro della lotta alla criminalità organizzata, in un vile e proditorio agguato tesogli da ignoti criminali, veniva fatto segno a numerosi colpi mortali di arma da fuoco immolando, così, la giovane vita ai più alti ideali al servizio delle Istituzioni. Palermo, 14 novembre 1982"

Motivazione del conferimento all'agente di polizia Calogero Zucchetto della medaglia d'oro al valor civile, assegnata il 1° luglio 1983.





"[...] Calogero Zucchetto, il picciotto originario di Ciaculli che aveva scelto un'altra strada rispetto a tanti suoi coetanei. Si era fatto sbirro e inseguiva i latitanti, spesso uomini con cui era cresciuto insieme, nelle stesse strade del quartiere in cui si rifugiavano tranquillamente"

Vincenzo Ceruso, "Uomini contro la mafia", Newton Compton editori, edizione settembre 2010.




"Sia Beppe [Montana, N.d.A.] che Ninni Cassarà rimasero particolarmente delusi e amareggiati il giorno dei funerali di Calogero Zucchetto, chiamato “Lillo”, ucciso dalla mafia. Funerali disertati dalla città. In quell'occasione Beppe e Ninni diedero vita a un comitato intestato a Zucchetto che ne conservasse la memoria e che si aprisse in qualche modo alla città spiegando qual era il compito dei poliziotti antimafia. Da quel giorno entrambi, a volte anche insieme al giudice Rocco Chinnici, assassinato anche lui dalla mafia con un'autobomba, iniziarono ad andare in giro per le scuole. Erano poliziotti consapevoli del fatto che la repressione non poteva essere sufficiente di fronte a un fenomeno criminale come questo"

Dario Montana (fratello di Beppe), intervista rilasciata a Saverio Lodato intitolata "L'ultima estate del <<Serpico>> italiano" e pubblicata su "l'Unità" il 29 luglio 2005.




"A me nella vita piacerebbe tanto parlare solo di cazzate. Ma se non parlassi anche di loro [ovvero di chi ha lottato contro la mafia, anche a costo di sacrificare la propria vita, N.d.A.] mi sentirei una merda, perché mi sembrerebbe di offendere lui [cioè Calogero Zucchetto, N.d.A.] e tutti quelli che, come lui, diversamente da altri, sono stati solo da una parte, quella giusta. 
Mentre Andreotti, Salvo Lima e altri pezzi dello Stato e della società dialogavano con i mafiosi, ignorandone o facendo finta di ignorarne la pericolosità, c’era qualcuno che aveva capito benissimo e senza che, alla fine, nessuno gliel’avesse chiesto, la mattina si svegliava e combatteva. 
Per tutti noi. 
Io non posso, non voglio e non devo dimenticare!"





"Il mio incubo è di fare un figlio e portarlo alla scuola intitolata a Giulio Andreotti.
Questa cosa mi farebbe incazzare tantissimo, perchè io voglio portare mio figlio alla scuola <<Calogero Zucchetto>>.
Che dite: chi è?
Sarà ingenuo, a me fa incazzare che dobbiamo elogiare Giulio Andreotti - che fino all''80 era COLLUSO con la mafia - e non sappiamo chi era Calogero Zucchetto. Che era un poliziotto di 27 anni (io a 27 anni facevo il coglione a Londra) che prendeva il suo motorino - perchè la polizia non gli dava niente - andava dall'ottico sotto casa sua, prendeva un binocolo e andava in giro per Palermo a cercare i latitanti.
Siccome la mafia è brava a scoprire i talenti, più di X Factor - mentre lo Stato no - quando c'è un poliziotto bravo lo uccide.
Ecco, questa cosa - lo ripeto - sarà ingenuo, però a me fa veramente incazzare questo fatto che la gente sappia chi è Giulio Andreotti - uno COLLUSO con la mafia, che ci ha fatto vivere quello che ci ha fatto vivere - e nessuno sa chi è Calogero Zucchetto.
Ecco, io voglio - nei momenti seri della mia vita - voglio passare la mia vita a dire questo.
E userò tutti i mezzi. 
[…] Perchè non è possibile che non si sappia chi è Calogero Zucchetto"





Calogero Zucchetto è morto e continuerà ad esserlo se noi non ne facciamo vivere le passioni e gli ideali nelle nostre piccole e grandi esperienze.
Sfrattiamo dalle nostre menti l'indifferenza.
Scacciamo l'ignavia dai nostri cuori.
Impegniamoci, dunque!
Facciamo vivere Calogero attraverso le nostre azioni, le nostre parole e i nostri pensieri quotidiani.
Dimostriamo concretamente e senza ipocrisie che lui vive - davvero - con noi e dentro di noi.
Facciamone memoria piena, autentica, pratica.
Evitiamo di mettere in atto la solita, stucchevole, retorica messa in scena utile solo a farci credere - illusi - che la nostra coscienza sia a posto.
Come oggi è il giorno in cui un bimbo di nome Calogero è sbocciato alla vita, così il testamento morale che questi ci ha lasciato sbocci nella mente e nel cuore di ognuno di noi.
Già, perchè adesso tocca a noi.
Soltanto a noi.