domenica 5 ottobre 2014

DIEGO DELLA MANCIA


Giovedì 2 ottobre 2014.
Nella trasmissione "Servizio Pubblico" Michele Santoro intervista l'imprenditore Diego Della Valle, il quale - non pago di aver rivelato urbi et orbi il sesto mistero glorioso, ovvero la sua premurosa attenzione verso "famiglie, operai e piccole aziende" - snocciola un'autentica perla di saggezza:

"Quando c’erano i poteri forti veri, i Romiti, i Geronzi, i Cuccia, il governatore Fazio e tante altre persone, io ero in trincea perché avevo preso delle posizioni semplici, cioè quelle di tentare di fare le cose che ritenevo giuste in posti dove ero entrato perché investivo il mio denaro. Io quelle persone lì le ho combattute nei momenti veri e insieme all'aiuto di altri li abbiamo anche mandati a casa. Se oggi Cesare Romiti dibatte della politica italiana dai giardinetti di Marino dove magari gioca a bocce, bisogna ringraziare una serie di italiani che han preso un giorno una decisione per la serietà e per il decoro di una grande compagnia e lo hanno gentilmente accompagnato a casa e io di questi probabilmente sono quello che ha cominciato a farlo per primo. Quindi quando si parla di poteri forti bisogna almeno sapere di che cosa si parla. [...] Gli italiani perbene, soprattutto i più poveri, sono pienissimi di dignità. E' quando ci si alza ai livelli più alti che la dignità comincia a sparire".


Diego Della Valle: << Sono proprio matto! >> 

Giovedì 17 aprile 1997.
Il presidente della Fiat Cesare Romiti è fresco di condanna.
Otto giorni prima, infatti, il Tribunale di Torino lo ha giudicato colpevole dei reati di falso in bilancio, frode fiscale e finanziamento illecito ai partiti (1 anno e 6 mesi di reclusione e 8.200.000 lire di multa).
Allora "Il Sole 24 ORE" pubblica una lettera scritta (e pensata, anche se è difficile a dirsi) dall'élite del capitalismo nostrano, il fior fiore della finanza e dell'industria italiote:

"Le decisioni del tribunale di Torino fanno prevedere un seguito certamente non breve all'iter giudiziario già da quattro anni in corso a carico di taluni tra i massimi esponenti del maggior gruppo industriale privato del nostro Paese. Queste decisioni ripropongono per l'ennesima volta il problema dei rapporti tra imprenditoria e politica, rapporti che sono tanto più inevitabili quanto maggiori sono le dimensioni delle imprese coinvolte e debbono essere esposti costantemente a scrutinio per accertarne l'assoluta asetticità. In pari tempo non si possono perdere di vista le mutate dimensioni delle maggiori aziende e la complessità crescente delle strutture gestionali per cui in altri Paesi - cominciando dagli Stati Uniti - vale il principio di escludere dal perimetro delle responsabilità operative i fatti che abbiano una rilevanza assolutamente marginale rispetto alle dimensioni dei conti delle imprese, quasi a ripetere il vecchio adagio: de minimis non curat praetor. La magistratura italiana ritiene opportuno di seguire criteri rigoristici, anche se essi possono portare a riflessi negativi, essi sì sproporzionati all'importanza dei fatti sulla vita delle imprese e sulla serenità della loro conduzione. 
I sottoscritti che sanno l'impegno personale, la dirittura morale e l'ortodossia di comportamento che hanno sempre caratterizzato l'attività di Cesare Romiti, vogliono, in questa occasione, esprimergli tutta la loro stima e la loro piena solidarietà, convinti che le sue doti personali e di carattere gli consentiranno di portare avanti il proprio lavoro dando a questo episodio il peso che esso effettivamente merita"

Seguono 45 firme, tra cui spiccano quelle di Enrico Cuccia e Diego Della Valle (e di Antoine Bernheim, Enrico Bondi, Giancarlo Cerutti, Ennio Doris, Luigi Lucchini, Alfio Marchini, Vittorio Merloni, Leonardo Mondadori, Letizia Moratti, Umberto Nordio, Sergio Pininfarina, ...).

Sarà certamente un caso, ma entrambi gli scopi della lettera - chiedere la depenalizzazione del falso in bilancio ed esprimere solidarietà a Romiti - saranno pienamente raggiunti. 

1) Il 16 aprile 2002 - esattamente 5 anni dopo - entra in vigore il decreto legislativo n. 61/2002, che depenalizza di fatto proprio il reato di falso in bilancio. 
La norma viene emanata dal Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi e reca le firme di Silvio Berlusconi (Presidente del Consiglio dei Ministri), Roberto Castelli (ministro della Giustizia), Giulio Tremonti (ministro dell'economia e delle finanze) e Antonio Marzano (ministro delle attività produttive).
Ora, che cosa c'entri l'abolizione del falso in bilancio - mezzo fondamentale perchè gli imprenditori disonesti possano evadere le tasse e creare fondi neri da utilizzare per corrompere - con la giustizia, l'economia e le attività produttive non è dato sapere.
Ma forse è fin troppo chiaro. 

2) Il 28 maggio 1999 la Corte d'Appello di Torino condanna Cesare Romiti a 1 anno di reclusione e a 6.400.000 lire di multa, mentre il 19 ottobre 2000 la Cassazione emette il verdetto definitivo: 11 mesi e 10 giorni di reclusione e 6.200.000 lire di multa.  
Dunque l'uomo al quale (anche) Diego Della Valle esprimeva "stima" e "piena solidarietà", poichè ne apprezzava "l'impegno personale, la dirittura morale e l'ortodossia di comportamento che hanno sempre caratterizzato la sua attività", diventa un pregiudicato per reati gravissimi.
Ma non è finita qui.
Proprio a causa del d.lgs. n. 61/2002, il 1° dicembre 2003 la Corte d'Appello di Torino è costretta a revocare la condanna passata in giudicato tre anni prima perchè "il fatto non è più previsto dalla legge come reato".

Guarda un po', a volte, le coincidenze...

Come abbiamo visto, tra i firmatari della lettera del 17 aprile 1997 c'è anche Diego Della Valle, che non è un omonimo del nuovo eroe nazionale di cui gli italiani - bontà loro - potrebbero presto innamorarsi (sempre che non l'abbiano già fatto).
E' lo stesso che "ha combattuto" così strenuamente "i poteri forti veri" da aver aderito a un appello insieme a uno di loro (Enrico Cuccia) per esprimere a un altro (Cesare Romiti) "stima" e "piena solidarietà".
E pretende pure di essere ringraziato per averli addirittura "mandati a casa"
Capito lo stratagemma? 
Della Valle prima firma con Cuccia una lettera di solidarietà nei confronti di Romiti, ma contemporaneamente li combatte entrambi a tal punto da riuscire ad "accompagnarli a casa"
Finalmente abbiamo trovato un coraggioso cavaliere, Diego Della Mancia, che "quando si parla di poteri forti" sa esattamente "di che cosa si parla".

Tornando alla missiva del 17 aprile 1997, è bene ricordare che quattro giorni dopo - lunedì 21 aprile 1997 - un imprenditore di Desio (Brianza) si siede alla scrivania del proprio ufficio e si suicida, sparandosi al cuore.
Il suo nome è Ambrogio Mauri.
Classe 1931, gestiva un'azienda di 34 dipendenti che produceva mezzi pubblici di trasporto (autobus e tram).

Ambrogio Mauri

Purtroppo, in un'Italia governata dal malaffare, che "premia i più bravi a corrompere e non i più bravi a produrre" (secondo un'efficace espressione usata da Milena Gabanelli nella puntata di "Report" del 30 settembre 2012), Ambrogio Mauri ha un difetto gravissimo e imperdonabile: l'onestà.
Riceve commesse da tutto il mondo, ma in Italia, a Milano, niente: la sua impresa viene puntualmente esclusa dalle gare dell'Atm, l'Azienda Trasporti Milanesi poi travolta dall'inchiesta Mani pulite.
Il motivo è semplice: Ambrogio Mauri non vuole adeguarsi alla consuetudine di retribuire gli amici degli amici per ottenere appalti pubblici, rifiuta di essere complice di quel gigantesco sistema corruttivo così diffuso nell'Italia di allora (e di oggi).
Si reca in Procura per raccontare ad Antonio Di Pietro tutto il marcio che vede intorno a sè.
Incoraggia con forza i magistrati del pool milanese, perchè convinto che dopo Tangentopoli la corruzione sarebbe stata solo un brutto ricordo e il denaro dei cittadini sarebbe stato finalmente assegnato solo alle imprese migliori e non alle più ladre.
Si illudeva.
Tutto rimane come prima, come sempre: mazzette, mazzette e ancora mazzette.
Per un imprenditore come Ambrogio Mauri - laborioso, appassionato, produttivo, innovatore e corretto - si ripresenta il solito, terribile ricatto, impunemente perpetuato da uno Stato incivile e criminale: o versi le tangenti a chi di dovere - come tutti gli altri industriali - e allora puoi lavorare, avere successo e stipendiare i tuoi operai; oppure mantieni la schiena dritta, rimani un uomo onesto, ma non lavori più, perdi tutto (il frutto dei sacrifici di una vita intera) e sei costretto a licenziare i tuoi lavoratori.
Lui, Ambrogio Mauri, non cede: non avrebbe mai e poi mai pagato il pizzo ai ladroni di Stato.
Per questo si toglie la vita, "per aver detto no alle tangenti" (come recita il sottotitolo di uno stupendo libro di Monica Zapelli uscito nel 2012).   



Ecco, mentre (anche) Diego Della Valle solidarizzava con un potente condannato da un tribunale per aver evaso le tasse e truccato i bilanci aziendali allo scopo di creare fondi neri da utilizzare per oliare i politici, Ambrogio Mauri si ammazzava, vittima di quella criminalità ormai divenuta un cancro economico e sociale da cui l'Italia non vuole guarire
Ma per quell'imprenditore brianzolo che muore a 66 anni per rispetto della propria dignità di uomo libero e perbene, nessuna lettera di sostegno.
Le uniche lettere sono le sue, scritte prima di dire addio a una vita dedicata al lavoro e persa per aver sempre detto no alla corruzione, no alle scappatoie, no all'illegalità.
In esse - nove in tutto, lasciate sulla scrivania dell'ufficio dove aveva deciso di spararsi - si possono leggere pensieri come questi:

"Lo so, è una scelta che non dovrei fare, ma ogni giorno che vengo in ufficio è una sofferenza. Mi sento inutile e quel che è peggio non credo più nel futuro".

"Io ho tentato ma…non sono riuscito a pagare. Che stupido".

"Mi trovo con un mondo che non comprendo più. I valori che mi hanno insegnato sembrano scomparsi".

"Tu [la moglie Costanza, N.d.A.] sei il mio primo e ultimo bene. Forse, se fossi stato più malleabile, le cose sarebbero andate diversamente e non ti avrei dato tutti questi problemi. Il mio suicidio è l'atto finale del mio amore".

"Peccato che io non credo più in questo paese, dove, corruzione e prepotenze imperversano sempre.
Auguro , a chi continua a resistere , di avere  maggiore “fortuna” di me.
Potrà sembrare un atto di egoismo. Non lo è sono proprio stufo di lottare ogni giorno contro la stupidità e la malafede e non capisco se è incompetenza.
Come tanti, ho cercato disperatamente di fare il mio dovere, di uomo, di imprenditore. Sempre.
Qualcuno preparato c’è , però sono casi isolati.
Abituato ad essere uno che guardava avanti con fiducia, ora, dopo tangentopoli tutto è tornato come prima. Più raffinati. Forse chissà saranno anche onesti.
Una cosa è certa la professionalità non pone al primo posto l’interesse pubblico.
C’è chi rinuncia alla vita perché non riesce a lavorare per troppa trasparenza.
Non serve a nulla essere professionalmente seri.
Il mio vuole essere un gesto estremo della protesta di chi si sente isolato dalla così detta società Civile.
P.S. – una bara povera e un ciuffo di margherite il resto è solo retorica. Se fosse possibile vorrei essere il primo sepolto nel nuovo cimitero per essere più vicino al luogo dove ho lavorato e… sofferto molto".

"L’onestà non paga. La correttezza e la trasparenza non pagano. Questo non è più il mio mondo. Sono stanco, ora tocca a voi".

Già, ora tocca a noi.

P.S. "Gli italiani perbene sono pienissimi di dignità. E' quando ci si alza ai livelli più alti che la dignità comincia a sparire", ha detto Diego Della Valle a "Servizio Pubblico".
Parole sante.
Ovviamente lui non appartiene ai "livelli più alti", perchè - come ci ha spiegato - è abituato a combatterli.
Ma Diego Della Mancia, chissà...


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