lunedì 17 agosto 2015

L'UNDICESIMO COMANDAMENTO



"Venite, voi che siete i benedetti dal Padre mio; 
entrate nel regno che è stato preparato per voi 
fin dalla creazione del mondo.
Perchè, io ho avuto fame e voi mi avete dato da mangiare,
ho avuto sete e mi avete dato da bere;
ero forestiero e mi avete ospitato nella vostra casa;
ero nudo e mi avete dato i vestiti;
ero malato e siete venuti a curarmi;
ero in prigione e siete venuti a trovarmi.
[...] In verità, vi dico 
che tutte le volte che avete fatto ciò 
a uno dei più piccoli di questi miei fratelli, 
lo avete fatto a me!"

Mt 25,34-40 




"Profughi accolti a Sotto il Monte, l'irritazione dei pellegrini: 
<<Così non si rispetta papa Giovanni>>"  

"Se il pellegrino è intollerante"


Ecco, alcune malelingue miscredenti - dalle quali, ovviamente, mi dissocio - fanno umilmente notare che moltissimi fedeli e devoti cristiani non sono proprio così credenti e coerenti...
Per di più - sostengono - non si tratterebbe di una novità recente, anzi... 
Pare che il fenomeno misterioso (e doloroso) perduri addirittura da un paio di millenni circa. 
Tuttavia alcuni ritengono - ma, per chiarezza, ribadisco la mia convinta dissociazione da simili tesi - che sia necessario risalire ai tempi di Mosè, quando Dio affidò agli uomini i propri comandamenti.
L'ultimo, l'undicesimo, pare fosse (e sia tuttora) il più importante: si dice, ma non si fa (e viceversa).


P.S. Tutte le vignette di questo post sono state realizzate da un sacerdote, don Giovanni Berti (qui il suo sito).

mercoledì 5 agosto 2015

I SUDDITI DEL GIORNALISMO


E pensare che l'8 maggio del 1992, 
sull'ultimo numero del giornale "L’Ora", 
Michele Perriera scriveva:

"I sovrani del giornalismo sono gli avvenimenti e la cultura 
e due sono i modi di servirli: 
la sensibilità all'ascolto e la spregiudicatezza dell'indagine. 
Il regno del giornalismo democratico è perciò 
nel piacere di svelare e nel dovere di denunciare".

Qui il mio consiglio di lettura odierno.  



lunedì 20 luglio 2015

I MAFIOSI CI IMPOVERISCONO. 
ANCHE A TAVOLA

Se i prezzi di generi alimentari - frutta e verdura in primis - aumentano, è (anche) colpa delle mafie.
Nostrane.

"E' di palmare evidenza che la perpetrazione di attività estorsive in danno di imprenditori operanti sul territorio rappresenta grave e concreto pregiudizio alla libertà di iniziativa economica privata, allo sviluppo delle attività economiche di interesse della locale imprenditorialità,  a una promozione adeguata della dignità e della libertà dell'imprenditore, condizione indispensabile per il proseguimento attraverso l'iniziativa economica privata anche di un'utilità sociale. E' altrettanto di palmare evidenza che la perpetrazione di estorsioni in territorio nisseno nell'ambito di una programmata e sistematica attività delittuosa riconducibile a organizzazioni criminali solide e durature, oltre a creare pregiudizio al singolo imprenditore estorto, determina un'immediata ricaduta sulle condizioni in cui tutti gli altri imprenditori potranno operare e stabilizza costi impropri e rischi gravi che possono comprimere illegalmente le libertà sancite dall'articolo 41 della Costituzione"


"L'imposizione del pizzo da parte di due cosche mafiose in accordo tra loro e la connessa pretesa di mantenere quote di mercato in favore di imprenditori ritenuti affidabili perché certamente remissivi alle richieste estorsive sono fatti che compromettono la libertà degli operatori economici, la trasparenza e la competitività del mercato"

Dagli atti dell'operazione "Odessa" eseguita nel novembre 2005 su ordine del Gip di Caltanissetta Giovanbattista Tona (41 arrestati).

domenica 19 luglio 2015

AVERE IL CORAGGIO DI ESSERE LIBERI
(di fatto e non solo a parole)

Libero Grassi (1924-1991)
"La <<Sigma>> è un'azienda sana, a conduzione familiare. 
Da anni produciamo biancheria da uomo: pigiami, boxer, slip e vestaglie di target medio-alto che esportiamo in tutta Europa. 
Abbiamo 100 addetti: 90 donne e 10 uomini. 
Il nostro giro d'affari è pari a 7 miliardi annui. 
Evidentemente è stato proprio l'ottimo stato di salute dell'impresa ad attirare la loro attenzione. 
La prima volta mi chiesero i soldi per i <<poveri amici carcerati>>, i <<picciotti chiusi all'Ucciardone>>.
Quello fu il primissimo contatto. 
Dissi subito di no.
Mi rifiutai di pagare. 
Così iniziarono le telefonate minatorie: <<Attento al magazzino>>, <<guardati tuo figlio>>, <<attento a te>>. 
Il mio interlocutore si presentava come il geometra Anzalone, voleva parlare con me. 
Gli risposi di non disturbarsi a telefonare. 
Minacciava di incendiare il laboratorio. 
Non avendo intenzione di pagare una tangente alla mafia, decisi di denunciarli. 
Il 10 gennaio 1991 scrissi una lettera al <<Giornale di Sicilia>> che iniziava così: <<Caro estortore...>>. 
La mattina successiva qui in fabbrica c'erano dei carabinieri, dieci televisioni e un mucchio di giornalisti. 
A polizia e carabinieri consegnai 4 chiavi dell'azienda chiedendo loro protezione. 
Mentre la fabbrica era sorvegliata dalla polizia entrarono due tipi strani. 
Dissero di essere <<ispettori di sanità>>. 
Fuori però c'era l'auto della polizia e avevano grande premura. 
Volevano parlare a tutti i costi con il titolare. 
Scesi e dissi loro che il titolare riceve solo per appuntamento e al momento era impegnato in una riunione. 
Se ne andarono. 
Li descrissi alla polizia e loro si accorsero che altri imprenditori avevano fornito le medesime descrizioni. 
Gli esattori del <<pizzo>>, i due che indifferentemente si facevano chiamare geometra Anzalone, altri non erano che i fratelli gemelli Antonio e Gaetano Avitabile, 26 anni. 
Furono arrestati il 19 marzo insieme ad un complice. 
Una bella soddisfazione per me, ma anche qualche delusione; il presidente provinciale dell'Associazione industriali, Salvatore Cozzo, dichiarò che avevo fatto troppo chiasso. 
Una <<tamurriata>> come si dice qui. 
E questo, detto dal rappresentante della Confindustria palermitana, mi ha ferito. 
Infatti dovrebbero essere proprio le associazioni a proteggere gli imprenditori. 
Come? È facile. 
Si potrebbero fare delle assicurazioni collettive. 
Così, anche se la mafia minaccia di dar fuoco al magazzino si può rispondere picche. 
Ma anche a queste mie proposte il direttore dell'Associazione industriali di Palermo, dottor Viola, ha detto no, sostenendo che costerebbe troppo. 
Non credo però si tratti di un problema finanziario, è necessaria una volontà politica. 
L'unico sostegno alla mia azione, a parte le forze di polizia, è venuta dalla Confesercenti palermitana. 
Devo dire di aver molto apprezzato l'iniziativa SoS Commercio che va nella stessa direzione della mia denuncia. 
Spero solo che la mia denuncia abbia dimostrato ad altri imprenditori siciliani che ci si può ribellare. 
Non ho mai avuto paura ed ora mi sento garantito da ciò che ho fatto. 
La decisione scandalosa del giudice istruttore di Catania, Luigi Russo (del 4 aprile 1991) che ha stabilito con una sentenza che non è reato pagare la <<protezione>> ai boss mafiosi, è sconvolgente. 
In questo modo infatti è stato legittimato con il verdetto dello Stato il pagamento delle tangenti. 
Così come la resa delle istituzioni e le collusioni. 
Proprio ora che qualcosa si stava muovendo per il verso giusto. 
Stabilire che in Sicilia non è reato pagare la mafia è ancora più scandaloso delle scarcerazioni dei boss.
Ormai nessuno è più colpevole di niente. 
Anzi, la sentenza del giudice Russo suggerisce agli imprenditori un vero e proprio modello di comportamento; e cioè, pagate i mafiosi. 
E quelli che come me hanno invece cercato di ribellarsi? 
Ora più che mai le Associazioni imprenditoriali che non si impegnano sinceramente su questo fronte vanno messe con le spalle al muro. 
La risposta infatti deve essere collettiva per spersonalizzare al massimo la vicenda"

Libero Grassi, lettera pubblicata sul "Corriere della Sera" il 30 agosto 1991 (il giorno successivo al suo omicidio).



Libero Grassi
"Caro estortore
Volevo avvertire il nostro ignoto estortore di risparmiare le telefonate dal tono minaccioso e le spese per l'acquisto di micce, bombe e proiettili, in quanto non siamo disponibili a dare contributi e ci siamo messi sotto la protezione della polizia.
Ho costruito questa fabbrica con le mie mani, lavoro da una vita e non intendo chiudere. 
Anche mio figlio, Davide, che dirige l’azienda al mio fianco, la pensa come me.
Se paghiamo i cinquanta milioni, torneranno poi alla carica chiedendoci altri soldi, una retta mensile, saremmo destinati a chiudere bottega in poco tempo. 
Per questo abbiamo detto no al <<geometra Anzalone>> [nominativo con il quale si presenta l'estortore di Cosa Nostra al telefono, N.d.A.] e diremo no a tutti quelli come lui"

"Io considero l'estorsione la madre di tutti i crimini, perché stabilisce un consolidamento della manodopera mafiosa sul territorio. 
Praticamente tu ti paghi, ti vai a pagare la criminalità, non la protezione. La criminalità del territorio. In forma stabile. 
Questa criminalità ovviamente poi è disposta e diventa arma d’uso dai livelli più alti.
[…] Ognuno, ogni istituzione, ogni industria, ogni individuo, ogni associazione deve prendere posizione su questa vicenda e non rimanere sul piano dell’ambiguità. 
Non è interessante quello che faccia lo Stato. Lo Stato deve fare il suo compito, già evidentemente definito.
Quello che è interessante – e credo che dobbiamo fare – è importante, è che noi da siciliani risolviamo noi questo problema con un atteggiamento preciso e dichiarato.
[…] Sono le associazioni e le istituzioni, in fondo, che debbono dire all'imprenditore: <<Tu puoi lavorare perché noi ti diamo le condizioni per lavorare>>. Che sono: la tranquillità, l’ambiente e la disponibilità al fare. Queste sono le condizioni per cui l’imprenditore può lavorare.
[…] Noi abbiamo bisogno della tranquillità ambientale. 
Né la connivenza, né la collusione. 
Perché io personalmente a questo non ci sto! 
Se gli altri ci vogliono stare, alla fine lo dichiarano, come l’hanno dichiarato. 
Un magistrato ha detto, in fondo, che se si vuole fare il manager industriale in Sicilia bisogna mettersi il cuore in pace e mettersi d’accordo prima con la mafia o insieme con la mafia. 
Questa è la condizione. 
Evidentemente a questa condizione, quando si oppone la cittadinanza, un dovere civico, le autorità, le istituzioni, queste sono le maniere per cui le condizioni cambiano. 
Poi, se le condizioni cambiano e c’è una dichiarazione in questo senso, io ci sto; sennò, non ci sto! 
Siccome io non ho paura, non voglio essere né connivente, né colluso…
[…] I contatti con la mafia avvengono tutti i giorni, normalmente, in tutti i posti. 
[…] La mafia è il maggiore interlocutore politico perchè assicura i voti di preferenza; 
il maggiore interlocutore amministrativo perchè è presente, attraverso sempre la scala delle preferenze nei partiti, nei consigli di amministrazione e nelle associazioni importanti; 
è il maggiore interlocutore finanziario, perchè ha i soldi. 
Io questo che sto dicendo a Lei l’ho detto al Tg1 che – purtroppo - questo pezzettino, poi lo ha tagliato. Forse, evidentemente, per ragioni di tempo.
Non si aspetti di trovare il mafioso a cavallo col cappello storto, perchè questo è folklore. 
Il mafioso è un fatto, come anche in Italia avviene alla Banca Nazionale del Lavoro, che ci sono tremila miliardi, di cui nessuno si è accorto, quella sera non hanno controllato il fondo cassa se era giusto o non era giusto. 
Ci sono vicende che per avere una raffigurazione che Lei mi chiede: <<Chi è il mafioso?>>. 
Il mafioso – Le rispondo - è chi non vede che mancano tremila miliardi dalla cassa. 
Oppure chi è ucciso perchè non ha rispettato la tangente, il gruppo, eccetera eccetera. 
In fondo quello che è stato ucciso era il Direttore Generale delle Ferrovie"



"... il primato della legge, il primato della politica, il primato della morale.
Ma c’è un primato superiore: quello della qualità del consenso. 
La formazione del consenso, che poi è l’arma della mafia. 
La prima cosa che controlla la mafia - cosa d’altra parte facile a trovarne una soluzione -  è il voto. 
La qualità del consenso. 
A una cattiva raccolta di voti corrisponde una cattiva democrazia. 
I valori morali sono transeunti, si formano, sono contemporanei. 
Non c’è un valore morale, non c’è una legge valida per sempre. 
La legge la fanno i politici, la fanno buona, la fanno cattiva, relativa al consenso. 
Sempre. 
Se i politici hanno un cattivo consenso faranno delle cattive leggi. 
E allora noi dobbiamo curare la qualità del consenso. 
[...] Non mi piace pagare, perchè è una rinuncia alla mia dignità di imprenditore. 
Io divido le mie scelte con il mafioso. 
Questo è il vero fatto. 
Non è che io non abbia avuto avvicinamenti... [...] Non pago, preferisco stare nei miei affari.
[...] Se tutti si comportano come me, si distruggono gli estortori, non le industrie!
[...] Io è quarant'anni che ci vivo. Ancora non sono morto, la maggior parte dei miei anni lavorativi li ho fatti.
[...] Io è quarant'anni che faccio l'industriale in Sicilia e non sono andato mai a cena con Greco, con Marchese [cioè con i mafiosi, N.d.A.]. Io questa necessità estrema non l'ho avuta. [...] Non è detto che gli industriali di Catania debbano fare tutti gli affari, mandandoci in avanscoperta o per concedere i subappalti al mafioso. Ma chi l'ha detto? Rinunciano all'affare!" 



"Paura? E perchè? 
Non serve avere paura. 
La paura fa il gioco della mafia. 
Bisogna avere il coraggio di fare scelte precise, di decidere da che parte stare. 
E non farsi cogliere da sentimenti irrazionali. 
Oggi uccidermi è più difficile. 
Mi sono esposto con le denunce e ho reso la società responsabile della mia vita. 
No, il sistema mafioso non mi eliminerebbe. 
Lo farebbe piuttosto se mi cucissi la bocca, se fossi uno di loro"

Libero Grassi, "Giornale di Sicilia", 30 agosto 1991 (il giorno successivo al suo omicidio).


Libero Grassi è morto e continuerà ad esserlo se noi non ne facciamo vivere le passioni e gli ideali nelle nostre piccole e grandi esperienze.
Sfrattiamo dalle nostre menti l'indifferenza.
Scacciamo l'ignavia dai nostri cuori.
Impegniamoci, dunque!
Facciamo vivere Libero attraverso le nostre azioni, le nostre parole e i nostri pensieri quotidiani.
Dimostriamo concretamente e senza ipocrisie che lui vive - davvero - con noi e dentro di noi.
Facciamone memoria piena, autentica, pratica.
Evitiamo di mettere in atto la solita, stucchevole, retorica messa in scena utile solo a farci credere - illusi - che la nostra coscienza sia a posto.
Come oggi è il giorno in cui un bimbo di nome Libero è sbocciato alla vita, così il testamento morale che questi ci ha lasciato sbocci nella mente e nel cuore di ognuno di noi.
Già, perchè adesso tocca a noi.
Soltanto a noi.

sabato 18 luglio 2015

LO STATO IN CUI CREDO IO


"Diceva bene Paolo Borsellino che 
senza le loro capacità relazionali (più o meno stabili, più o meno occulte) 
le mafie sarebbero solo bande di criminali senza futuro 
(lo diceva pochi giorni prima di morire, nel luglio 1992). 
Diceva altrettanto bene che 
<<Politica e mafia sono due poteri che 
vivono sul controllo dello stesso territorio: 
o si fanno la guerra o si mettono d'accordo>>.
Lo Stato in cui credo io 
non stipula accordi con i sistemi criminali di tipo mafioso, 
mai e per nessuna ragione, 
quei sistemi li combatte, fino in fondo e senza paura"

Giuseppe Lombardo, 
sostituto procuratore della Direzione Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria, 
Reggio Calabria, 6 maggio 2015 



mercoledì 8 luglio 2015

CHI L'AVREBBE MAI DETTO? IO



La previsione legislativa secondo cui per poter prestare servizio civile occorre essere necessariamente cittadini italiani è "sfacciatamente discriminatoria (chi l’avrebbe mai detto?)", poichè il suo "sapore palesemente discriminatorio" ne costituisce l'essenza.
Questo è ciò che avevo scritto qui, sul mio blog, il 14 gennaio del 2012.

Ora, dopo la bellezza di 3.784 giorni dall'entrata in vigore della norma (1° gennaio 2005) e di 1.215 giorni dal mio post, anche la Corte Costituzionale ci è arrivata.
Con la decisione presa il 13 maggio scorso, infatti, la Consulta (Presidente Alessandro Criscuolo, Giudice relatore e redattore Giuliano Amato) ha stabilito che "l'esclusione dei cittadini stranieri, che risiedono regolarmente in Italia, dalle attività alle quali tali doveri [di solidarietà e impegno sociale, N.d.A.] si riconnettono appare di per sé irragionevole.
Inoltre, sotto un diverso profilo, l’estensione del servizio civile a finalità di solidarietà sociale, nonché l’inserimento in attività di cooperazione nazionale ed internazionale, di salvaguardia e tutela del patrimonio nazionale, concorrono a qualificarlo – oltre che come adempimento di un dovere di solidarietà – anche come un’opportunità di integrazione e di formazione alla cittadinanza.
[…] L'esclusione dei cittadini stranieri dalla possibilità di prestare il servizio civile nazionale, impedendo loro di concorrere a realizzare progetti di utilità sociale e, di conseguenza, di sviluppare il valore del servizio a favore del bene comune, comporta dunque un’ingiustificata limitazione al pieno sviluppo della persona e all'integrazione nella comunità di accoglienza" (sentenza 25 giugno 2015, n. 119. In vigore dal 2 luglio scorso, sei giorni fa).
Dunque, prevedere il requisito della cittadinanza italiana per essere ammessi al servizio civile è incostituzionale, dal momento che viola ben due principi fondamentali della Repubblica italiana: gli articoli 2 e 3 della nostra Carta.  

Chi l'avrebbe mai detto? Io.

P.S. L'unica amarezza personale che mi deriva dalla pronuncia della Corte è il dover constatare che Giuliano Amato sia d'accordo con me. Pazienza, non si può voler tutto nella vita... 

Aggiornamento del 9 luglio 2015
Il 1° luglio scorso - lo stesso giorno in cui sulla Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana sono state pubblicate le motivazioni del suddetto verdetto della Consulta - il Capo del Dipartimento della Gioventù e del Servizio Civile Nazionale presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri (nominato da Matteo Renzi il 9 aprile 2014) ha emanato il "Bando di selezione per complessivi 985 volontari da impiegare in progetti di servizio civile nazionale in Italia di cui: 823 per l’accompagnamento dei grandi invalidi e dei ciechi civili; 150 relativi a progetti autofinanziati e 12 in un progetto approvato dalla Regione Siciliana".
Il giorno seguente - lo stesso da cui la norma dichiarata incostituzionale dalla Corte è abrogata - l'ASGI (Associazione Studi Giuridici sull'Immigrazione) ha inviato una lettera al Dipartimento per far (giustamente) notare che il bando, pur citando la sentenza n. 119/2015 della Consulta, la ignora.
Esso infatti esclude dalla possibilità di partecipare al servizio civile gli stranieri regolarmente soggiornanti in Italia che non possiedano uno dei permessi indicati nel bando stesso.
E - alla luce del verdetto della Corte - "tale esclusione risulta del tutto illegittima", commenta puntualmente l'ASGI.
Sarebbe bastato - prima di pubblicare il bando - leggere le motivazioni della pronuncia della Consulta.
Se alla Presidenza del Consiglio l'avessero fatto, avrebbero compreso facilmente che il criterio costituzionalmente legittimo per stabilire l'ammissibilità alla selezione del servizio civile non è la cittadinanza o alcune tipologie di permessi, ma - più in generale - la regolare residenza.
Qualora si voglia rispettare la Costituzione - invece di violentarla in continuazione - devono semplicemente essere inclusi tutti coloro che - italiani o stranieri - risiedano in maniera regolare nel nostro Paese (e non limitare l'ammissione ad alcune categorie di individui, a seconda della loro cittadinanza o del titolo di soggiorno).
Per caso, non è che quegli 823 ragazzi chiamati ad accompagnare persone invalide e cieche potrebbero svolgere il proprio servizio civile direttamente alla Presidenza del Consiglio dei Ministri?  

martedì 9 giugno 2015

INTRAPRENDERE LE BATTAGLIE PER
GLI INTERESSI COMUNI (e non personali), RIMANENDO ONESTI

Marcello Torre (1932-1980)
"Nella notte tra il 23 e il 24 novembre 1980, il terremoto colpisce la Campania e la Basilicata, causando 2.735 morti, oltre 8.850 feriti e gravissimi danni, compresa la distruzione di molti centri abitati.
Per coprire le necessità scaturite dall'emergenza e per far fronte agli impegni della ricostruzione e dello sviluppo, sono stanziati complessivamente più di 50.000 miliardi [di lire, N.d.A.], per la massima parte (44.620 miliardi) proveniente da fondi a carico del bilancio statale e per altra parte (5.980 miliardi) proveniente da elargizioni di soggetti, pubblici e privati, nazionali ed esteri.
La gestione dei finanziamenti pubblici è stata affidata ad un impianto legislativo tutto improntato alla eccezionalità e all'urgenza. La legislazione speciale prevede ampie deroghe ai procedimenti di spesa; estese deleghe di poteri pubblici a soggetti privati; la caduta dell'intero sistema dei controlli; la moltiplicazione dei centri di spesa; il sovrapporsi di competenze attribuite a soggetti portatori di interessi diversi.
In questi caratteri risiede una delle principali ragioni che ha oggettivamente favorito la penetrazione della criminalità organizzata nel gigantesco affare.
[...] Non di rado la camorra si è fatta garante del successo elettorale degli amministratori collusi; ha spesso inoltre assicurato la stabilità politica per far procedere senza intralci l'operazione economica intrapresa.
Laddove, poi, sindaci ed amministratori comunali non si sono piegati alla logica della collusione, la camorra non si è fatta scrupolo di usare la violenza.
E' il caso dell'omicidio, avvenuto l'11 dicembre 1980, del sindaco di Pagani, Marcello Torre, colpevole di non aver favorito il sodalizio criminale nell'affidamento di appalti per la rimozione delle macerie.
Si tratta di una esecuzione avvenuta a pochissimi giorni dal sisma, che costituisce anche un <<segnale>> nei confronti degli amministratori degli enti locali, ai quali vengono indicate le <<procedure>> che saranno seguite in caso di non assoggettamento o di dissenso.
Alcuni mesi prima dell'omicidio organi di polizia erano stati informati confidenzialmente che l'avvocato Torre era esposto al rischio di aggressioni armate. Tale notizia confidenziale non venne ritenuta affidabile, nè vennero presi in considerazione i timori per la propria vita espressi dalla vittima al dirigente del Commissariato della Polizia di Stato di Nocera Inferiore dopo la sua elezione a sindaco [in occasione delle elezioni comunali a Pagani del giugno 1980, Marcello Torre si candida nella lista della Democrazia Cristiana come indipendente. Il 7 luglio viene eletto sindaco, N.d.A.].
Non si ritenne di tutelare l'avvocato Torre neanche quando manifestò con nettezza il suo impegno a combattere ogni ingerenza camorristica nella gestione del comune.
[...] Gli imputati indicati dai pentiti come autori materiali del delitto sono stati tutti assolti"

"Relazione sulla camorra" (Relatore: Luciano Violante), approvata nella seduta del 21 dicembre 1993 dalla Commissione parlamentare d'inchiesta sul fenomeno della mafia e sulle altre associazioni criminali similari.




Marcello Torre
"A Marcello Torre volevo bene.
Gli volevo bene perchè - in un mondo di uomini e non di eroi - aveva fatto il possibile per rimanere una persona pulita, onesta [...]. 
E non era il democristiano che vuole coprirsi nel momento dello scandalo, quelli li conosciamo bene.
Era l'uomo scosso nella sua moralità che si ribellava.
A Pagani ieri c'era chi diceva perfino che Torre è stato ucciso perchè si era <<compromesso>>.
La verità è che lo hanno ucciso perchè non ha voluto compromettersi con i corruttori della vita pubblica, perchè diceva [...] che, nonostante la maggioranza assoluta dc, voleva comunisti e socialisti in giunta al Comune, altrimenti non ce l'avrebbe fatta mai a frenare le mire di chi si è già lanciato sui finanziamenti del dopo-terremoto.
Lo hanno ucciso per questo.
[...] Lo hanno ucciso perchè non voleva che i soliti clan allungassero le mani sui soldi della solidarietà nazionale, sui fondi che dovevano servire per la ricostruzione, perchè voleva che si ricostruisse onestamente.
Mi aveva illustrato questo suo progetto di un <<governo degli onesti>>.
Ma si illudeva di poter domare i serpenti e gliel'ho anche detto: <<Stai seduto su un barile di polvere da sparo>>.
Mi è sembrato colpito, ma incredulo.
Era convinto che poteva farcela.
[...] <<Tu mi conosci, lo sai che sono una persona perbene. Datemi tempo voi comunisti, non mi stringete troppo. Altrimenti mi uccideranno [...]. Non capite. Già per quello che ho detto finora nella DC mi stanno facendo fuori>>.
Ho creduto che si parlasse di lotta politica, ho creduto che si sarebbero accontentati di farlo dimettere, di cacciarlo a casa [...]. 
Ho pensato per la verità anche che rischiava la vita, ma non subito: fra qualche mese, quando si sarebbe spenta la luce dei riflettori, dei giornali, degli inviati nell'Agro Nocerino, allora gliela avrebbero fatta pagare.
Invece no.
Hanno deciso che non doveva parlare più, subito"

Rocco Di Blasi, editoriale intitolato "Storia di un amico-nemico del clan dell'on. D'Arezzo" e pubblicato su "l'Unità" del 12 dicembre 1980.


L'avvocato Marcello Torre


"Sindaco del Comune di Pagani e professionista di elevate qualità umane, civili e politiche, coraggiosamente impegnato ad affrontare le vaste e difficili problematiche connesse all'opera di ricostruzione del dopo terremoto, veniva barbaramente assassinato in un vile agguato camorristico. Preclaro esempio di impegno civile e di rigore morale fondato sui più alti valori di cristiana solidarietà, di libertà e di legalità. 11 dicembre 1980 - Pagani (SA)"

Motivazione del conferimento all'avvocato Marcello Torre della medaglia d'oro al merito civile, conferita alla memoria il 15 novembre 2007.




Marcello Torre con la famiglia
"Per mia moglie e i miei figli.
Carissimi, 
ho intrapreso una battaglia politica assai difficile. 
Temo per la mia vita. 
Ho parlato al dott. Ingala [commissario della Polizia di Stato di Nocera Inferiore, N.d.A.]. 
Conoscete i valori della mia precedente esperienza politica. 
Torno nella lotta soltanto per un nuovo progetto di vita a Pagani. 
Non ho alcun interesse personale. 
Sogno una Pagani civile e libera. 
Ponete a disposizione degli inquirenti tutto il mio studio. Non ho niente da nascondere. 
Siate sempre degni del mio sacrificio e del mio impegno civile. 
Rispettatevi ed amatevi. 
Non debbo dirvi altro. 
Conoscete i miei desideri per il vostro avvenire. Lucia [la moglie, N.d.A.] serena, Peppino ed Annamaria [i figli, N.d.A.] <<laureati>>. Corretti, tolleranti e aperti all'esistenza. Con una famiglia sana e tranquilla. 
Quanti mi hanno esposto al sacrificio siano sempre vicini alla mia famiglia. 
Vi abbraccio forte al cuore.
Un pensiero ai miei fratelli, alle zie e a tutti i miei cari... 
Marcello"

Marcello Torre, lettera scritta il 30 maggio 1980 (in piena campagna elettorale) e consegnata tre giorni dopo all'amico magistrato Domenico Santacroce.




Marcello Torre è morto e continuerà ad esserlo se noi non ne facciamo vivere le passioni e gli ideali nelle nostre piccole e grandi esperienze.
Sfrattiamo dalle nostre menti l'indifferenza.
Scacciamo l'ignavia dai nostri cuori.
Impegniamoci, dunque!
Facciamo vivere Marcello attraverso le nostre azioni, le nostre parole e i nostri pensieri quotidiani.
Dimostriamo concretamente e senza ipocrisie che lui vive - davvero - con noi e dentro di noi.
Facciamone memoria piena, autentica, pratica.
Evitiamo di mettere in atto la solita, stucchevole, retorica messa in scena utile solo a farci credere - illusi - che la nostra coscienza sia a posto.
Come oggi è il giorno in cui un bimbo di nome Marcello è sbocciato alla vita, così il testamento morale che questi ci ha lasciato sbocci nella mente e nel cuore di ognuno di noi.
Già, perchè adesso tocca a noi.
Soltanto a noi.

sabato 30 maggio 2015

LA (responsabilità) 
POLITICA (e quella) 
PENALE

"In questa materia, che è molto spesso al confine con l'attività dell'autorità giudiziaria, […] la Commissione ha effettuato una distinzione preliminare tra responsabilità penale e responsabilità politica, in relazione a manifestazioni di illegalità che abbiano comunque un'incidenza sul sistema politico. 
Il primo tipo di responsabilità è di esclusiva competenza dell'autorità giudiziaria; il secondo è di esclusiva competenza dell'autorità politica. 
La responsabilità penale è accertata dalla magistratura attraverso le regole formali e certe del processo, e si concreta in sanzioni giuridiche prestabilite. 
La responsabilità politica si caratterizza per un giudizio di incompatibilità tra una persona che riveste funzioni politiche e quelle funzioni, sulla base di determinati fatti, rigorosamente accertati, che non necessariamente costituiscono reato, ma che tuttavia sono ritenuti tali da indurre a quel giudizio di incompatibilità. 
Le funzioni politiche si fondano su un principio di fiducia e di dignità. 
Ciascun politico ha una responsabilità aggiuntiva rispetto agli altri cittadini, perché egli coinvolge la credibilità delle istituzioni in cui opera. 
La responsabilità politica non è mai per fatto altrui, ma può certamente nascere dal fatto altrui quando da tale fatto si desume un giudizio di inaffidabilità sull'uomo politico. 
Se la persona di fiducia di un uomo politico compie atti di grave scorrettezza o di rilevanza penale, l'uomo politico non risponde dei fatti commessi dalla persona di fiducia, ma risponde per aver dato prova di non saper scegliere o di non aver accertato o di aver tollerato comportamenti scorretti.
Per lungo tempo vi è stata confusione tra responsabilità politiche e responsabilità penali. 
Il meccanismo di difesa è stato spesso negare autonomia alla responsabilità politica e rimandare ogni giudizio di disvalore all'esito delle decisioni penali. 
La misura della responsabilità dipende anche dai rapporti effettivamente intercorsi tra la persona che ha tenuto comportamenti scorretti e l'uomo politico; si può, in sintesi, sostenere che la responsabilità è proporzionale ai vantaggi procurati all'uomo politico dalla persona che ha tenuto i comportamenti illegali o gravemente scorretti. Per vantaggio deve intendersi non solo un incremento di natura economica, ma ogni tipo di utilità che si sia tradotta in un contributo significativo alla posizione e all'influenza dell'uomo politico in tutto il territorio nazionale o, per lo meno, in una parte rilevante di esso.

L'identificazione dei soggetti legittimati a sollevare una contestazione per responsabilità politica, in relazione a manifestazioni di illegalità, è uno dei capitoli più complessi di questa materia. 
È tuttavia incontestabile che tra tali soggetti ci sia il Parlamento con il diritto ed il dovere di sollevare questioni di responsabilità politica.

Il presupposto per muovere una contestazione di responsabilità politica è la conoscibilità di fatti o di vicende che a quella contestazione possono dar luogo; se non si conosce, non si è in grado di esercitare alcun controllo. 
La costituzione di commissioni d'inchiesta risponde alla necessità che il Parlamento avverte, per vicende di particolare rilevanza, di acquisire, tramite un proprio organo, la documentazione necessaria a verificare i presupposti per una contestazione di responsabilità politica. 
Non è nelle competenze della commissione, così come definite dalla legge istitutiva, far valere direttamente la responsabilità politica. È invece suo dovere predisporre per il Parlamento la documentazione idonea ad esprimere quel giudizio. 
La natura e la specificità della responsabilità politica esigono che essa sia di esclusiva competenza di organi politici. 
È questo il presupposto dell'autorevolezza della politica; rafforza il rapporto di fiducia tra cittadini ed istituzioni, consente di esigere dai cittadini comportamenti rispettosi delle leggi. 
Quando ciò non avviene, l'onere di accertare le responsabilità politiche o non è esercitato da nessuno oppure finisce con l'essere delegato, nei fatti, all'autorità giudiziaria. 
Un secondo equivoco può derivare dalla confusione tra responsabilità politica e lotta politica. 
Ciò avviene quando la maggioranza, di fronte a manifestazioni di illegalità, respinge a priori la configurabilità di un giudizio di responsabilità politica. Oppure quando un'opposizione particolarmente spregiudicata agita il giudizio di responsabilità politica come una pura arma polemica, imputando la responsabilità politica agli avversari soltanto in ragione dell'appartenenza ad un partito e ad uno schieramento e non in base a fatti specifici. 
Quando non esiste responsabilità politica si creano ingiustificate impunità che delegittimano le istituzioni. 
Quando l'accertamento della responsabilità politica è demandato all'autorità giudiziaria, che è politicamente irresponsabile, si verificano gravi distorsioni istituzionali, perché all'esercizio di una funzione politica non si accompagna l'assoggettamento ad una responsabilità politica. 
Del pari inammissibile sarebbe il caso dell'autorità politica che intenda occuparsi delle responsabilità penali. 
Quando c'è confusione tra lotta politica e responsabilità politica nascono esasperazioni dello scontro tra le varie parti, irrigidimenti e sospetti che danneggiano, alla fine, tanto l'ordinaria dialettica politica quanto la vita delle istituzioni. 
La Commissione ritiene opportuno sollevare un allarme, nei confronti di tutte le forze politiche perché accettino il principio di responsabilità politica e perché tengano ben distinto il profilo della lotta politica, anche aspra, da quello della responsabilità politica. 
La responsabilità politica, proprio in quanto rigorosamente accertata sulla base di fatti specifici, richiede precise sanzioni, rimesse all'impegno del Parlamento e delle forze politiche, e consistenti nella stigmatizzazione dell'operato e, nei casi più gravi, nell'allontanamento del responsabile dalle funzioni esercitate.
[…]
La Commissione ritiene innanzitutto indispensabile che i partiti politici, indipendentemente dagli accertamenti di carattere giudiziario, allontanino gli eletti, i dirigenti, gli iscritti che in modo diretto od indiretto abbiano dato luogo con i propri comportamenti a quel giudizio di responsabilità politica cui si è fatto innanzi riferimento. 
Se non lo fanno, ritengono compatibili quelle presenze con il proprio indirizzo politico.
[…]  
La Commissione intende sollevare un allarme in ordine ai possibili condizionamenti di logge massoniche coperte e deviate nelle pubbliche istituzioni. 
Qualunque sia il giudizio che si ritenga di dare della massoneria, è certo che questa associazione non può essere considerata, nella sua globalità, illegale ed eversiva nonostante i gravi fatti che hanno coinvolto molti aderenti a logge massoniche. 
Ma c'è il pericolo che la fedeltà massonica si sovrapponga a doveri di lealtà istituzionale. Questo pericolo ha indotto alcune istituzioni a stabilire il principio di incompatibilità tra l'esercizio di funzioni pubbliche particolarmente delicate e l'adesione a logge massoniche.
[…]
Si riflette, soprattutto in questa fase della vita del Paese, su quale sia il sistema elettorale che garantisca meglio l'impermeabilità alla mafia. 
Non esiste un sistema che garantisca in assoluto. 
La mafia controlla la formazione e l'espressione del consenso politico e quindi occorre innanzitutto impedire questo controllo isolando e sconfiggendo Cosa Nostra. 
Va prestata maggiore cura alla formazione dei seggi elettorali, nella designazione dei presidenti di seggio, nell'impedire i <<piantonamenti>> dei seggi da parte di gruppi criminali. 
Il cittadino deve sentirsi tutelato dalla presenza e dall'attenzione dello Stato.

Restano passività in molti organismi dello Stato, delle regioni e degli Enti locali. 
Sono necessari interventi sanzionatoli adeguati. 
Ma serve un indirizzo politico nuovo e visibile, che dia a tutti il senso di un'etica professionale in grado di resistere alle pressioni mafiose. 
Si può morire anche per questo, […] ma lo Stato ha comunque il dovere di non lasciare soli i funzionari che operano nelle aree più esposte. 
Al di là delle regole formali, a questi funzionari va data la consapevolezza che si muovono secondo indirizzi riconosciuti e garantiti. 
Invece, ancora oggi, sono lasciati soli, tra enormi difficoltà, come accade il più delle volte per i commissari straordinari dei consigli comunali sciolti per mafia.

Compito delle forze politiche, delle autorità di governo e della magistratura è perseguire l'obbiettivo della distruzione di Cosa Nostra, attraverso la confisca di tutte le ricchezze, l'arresto, il processo e la condanna dei vertici, degli alleati e di tutta la struttura militare. 
Non sono più ammissibili i discorsi di un tempo sul contenimento di Cosa Nostra o sulla sua riduzione a <<dimensioni fisiologiche>>. 
Verso questo obbiettivo vanno indirizzate le risorse. 
I partiti e le istituzioni devono assumere comportamenti coerenti. 
Questo consentirà di chiedere anche ai cittadini nella loro quotidianità, una coerenza. 
Non esiste un'etica pubblica, se sono disastrate le etiche private; ma la ricostruzione deve partire dalla politica. 
L'Italia ha i mezzi, le intelligenze e le volontà per rompere i vecchi rapporti, sconfiggere Cosa Nostra, guardare fiduciosa al proprio futuro. 
C'è uno Stato che funziona, nonostante la mafia e le corruzioni; anche i segnali che sembrano più inquietanti sono il frutto di un ritrovato primato della legalità, premessa per la ricostruzione del sistema politico"

"Relazione sui rapporti tra mafia e politica" (Relatore: Luciano Violante), approvata nella seduta del 6 aprile 1993 dalla Commissione parlamentare d'inchiesta sul fenomeno della mafia e sulle altre associazioni criminali similari.


lunedì 25 maggio 2015

CONOSCERE
PER NON ESSERE MARIONETTE 


Leggete le attente riflessioni - fuori dal coro, quindi già solo per questo meritevoli di lettura - di quattro giornalisti, sempre puntuali nel trattare le questioni di mafia:


Perchè l'ipocrisia del potere (politico, finanziario, imprenditoriale e mafioso) si sconfigge anche con la conoscenza.

Informiamoci, dunque, se non vogliamo essere le inerti marionette mosse da qualcun'altro!    

Muoviamoci! 

Sosteniamo concretamente e con forza Antonino Di Matteo, Roberto Scarpinato e tutti gli uomini delle (vere) Istituzioni che - facendo fino in fondo il proprio lavoro e compiendo semplicemente il loro dovere - rischiano tutti i giorni la vita!
Per noi.


domenica 24 maggio 2015

CREDERE NEL PROPRIO LAVORO
(conquistato per merito, 
rifiutando scorciatoie e raccomandazioni)
E METTERCI TANTA PASSIONE, 
NONOSTANTE I RISCHI E I PERICOLI

Ilaria Alpi (1961-1994)
"Asiut – 450 chilometri a sud del Cairo – è il centro più grande e importante dell’Alto Egitto. La sua fama non è però legata, come per Luxor o Aswan, alle antichità faraoniche, ma al fatto che – insieme ad altre due città della stessa zona – è da sempre la roccaforte dei movimenti islamici del paese. Negli ultimi giorni, proprio in questi centri (Al-Minia) si sono avute nuove esplosioni di violenza, ad opera degli gihad.
Apparentemente, Asiut ha poco del covo sinistro e misterioso. La sua economia tira bene: terre agricole sulle sponde del Nilo, industrie chimiche e petrolifere. Prima delle riforma agraria avviata da Nasser, poche famiglie – cristiane e mussulmane – detenevano il potere. 
Un taxista, cristiano, mi mostra con orgoglio la croce che ha tatuata sul polso. Con rimpianto, mi dice: <<Prima della rivoluzione, i cristiani qui erano i proprietari terrieri più ricchi>>. 
Ora, invece, non più. Chi cresce, sono i Fratelli musulmani (l’ala moderata del movimento islamico, ora presente anche in parlamento): possiedono banche, società e piccole aziende sparse un po’ ovunque in Asiut.
I primi scontri cominciarono nel 1980. Poi, un anno dopo, ecco l’assassinio al Cairo del presidente egiziano Anwar Sadat. Mentre i colpi dei killer uccidevano il <<rais>>, a Asiut scoppiò la rivolta: secondo i piani doveva essere la scintilla del sollevamento generale nel paese. Ma non andò così: prima l’esercito e, infine, Mubarak riuscirono a controllare la situazione.
La nascita delle organizzazioni islamiche estremiste risale agli anni Sessanta. E per un motivo preciso: il governo, in difficoltà, le usò contro le sinistre, all'interno delle università. Riuscendovi. Comunque, l’<<appello all'Islam>> risponde probabilmente alla volontà profonda di recuperare una specifica identità nei confronti dell’Occidente, esportatore – questa è l’accusa – di corruzione e di crisi.
Ad Asiut è l’università il punto degli incontri e di dibattiti ideologici. Il leader studentesco delle <<associazioni islamiche>> locali è Usama Rushdi, 30 anni, alle spalle più di tre anni di carcere.
Dice: <<Come musulmani vogliamo la restituzione del califfato e l’applicazione della legge islamica. L’obiettivo è la creazione di uno stato dell’Islam. Il che non significa affatto che attaccheremo i cristiani o che li costringeremo ad andarsene. Più semplicemente desideriamo che venga applicato il diritto della maggioranza a governare nel rispetto – ovviamente – dei diritti degli altri>>. 
Così Usama Rushdi, il quale tiene a precisare che la sua organizzazione non deve essere confusa con altri movimenti. In effetti, l’universo dei gruppi islamici egiziani è piuttosto nebuloso, ed è frequente il caso di piccole formazioni che si distaccano dai filoni principali per portare a termine qualche azione. Come pare sia il caso degli Annag Minan-Nar (<<I sopravvissuti dall'inferno>>), un gruppo accusato dei più recenti blitz terroristici che, per quanto si conosce, non dovrebbe essere composto da più di una decina di persone. Questi attentati hanno avuto come bersaglio uomini di governo, al di fuori di ogni motivazione religiosa.
Per quanto riguarda Asiut, c’è un altro dato su cui meditare: i cristiani sono il 20 per cento della popolazione locale contro il 6 per cento nel resto del paese. La convivenza quotidiana è tranquilla e le autorità se ne vantano. Non capiscono, quindi, perché l’Occidente si interessi tanto alla loro cittadina. Tutto normale? Forse. Ma allora come spiegare la circostanza che il governatore di Asiut provenga ormai tradizionalmente dall'esercito e che ogni giornalista debba essere munito di permesso o muoversi sotto la <<protezione>> della polizia della Sicurezza nazionale (una sorta di servizio segreto) e del centro stampa del posto? La spiegazione ufficiale è che ciò serve solo a facilitare il lavoro.
A guardare meglio, però, si scopre che sassaiole e incendi contro le proprietà dei cristiani non sono poi così sporadici. 
<<Ultimamente sono state distrutte delle librerie>>, ci dice un testimone. <<Gli estremisti di Allah pensano che l’Islam sia l’unica religione e che i cristiani debbano scomparire. Le autorità governative sono invece contrarie all'applicazione della legge islamica: la promettono ai Fratelli musulmani ma in realtà non intendono farne nulla>>. 
La verità è che il governo egiziano vorrebbe trovare un equilibrio stabile tra le richieste di laicizzazione e quelle di islamizzazione totale delle istituzioni. 
<<L’Egitto>> secondo Usama Rushdi <<ha attraversato negli ultimi anni una profonda crisi economica. Il debito con l’estero continua a crescere. Il turismo ha subito un colpo a causa di avvenimenti come il sequestro dell’Achille Lauro e, nel febbraio dell’anno scorso, la rivolta del reparti della Sicurezza Nazionale qui ad Asiut. Per questo insieme di motivi, l’Egitto è stato costretto a chiedere più aiuti agli amici. L’unica soluzione sarebbe quella di creare una economia islamica. Invece l’Egitto vuole ricoprire il ruolo di testa di ponte nell'area medio orientale per americani ed europei, e quindi deve garantire la tranquillità interna. In altri termini, deve allontanare l’ipotesi che possa succedere un altro Iran>>. 
L’Iran sciita non sembra però l’ideale di queste organizzazioni islamico-egiziane, tutte sunnite.
L’ortodossia religiosa ufficiale in Egitto è rappresentata dall'Azhar, l’università-moschea del Cairo. Ad Asiut c’è una <<succursale>> per lo studio delle scienze religiose le cui strutture sono in continua espansione. L'Azhar appoggia la politica del partito nazional-democratico al potere. Durante il referendum del primi di ottobre per la rielezione alla presidenza della repubblica di Mubarak il leader dell'Azhar ha invitato i cristiani a votarlo. Il papa Shenuda, capo dei copti, ha fatto lo stesso. I fratelli musulmani, rappresentati nell'assemblea popolare, hanno posto solo alcune condizioni. Al contrario, le associazioni islamiche – dai pulpiti delle loro moschee – hanno invitato a disertare le urne. 
<<Le elezioni>>, dice Usama Rushdi, <<sono state uno sperpero di denaro; la gente non ha nessuna fiducia nel partito al governo o in quelli all’opposizione>>. 
Ma come cambiare? 
<<Con il gihad sulla strada di Dio, cioè la propaganda con ogni mezzo e la guerra santa come ultimo rimedio>>"

Ilaria Alpi, "Chi siamo? La vera mano di Allah", reportage sul viaggio nella città di Asiut (roccaforte egiziana dei Fratelli Musulmani) pubblicato da "Paese Sera" il 27 ottobre 1987.

Ilaria Alpi

"A me piace andare, vedere e riferire, e non farmi raccontare da altri ciò che è successo. 
E questo sempre, in ogni circostanza"

Ilaria Alpi, confidenza a una collega qualche mese prima di essere uccisa.

Ilaria Alpi

"Vorrei solo che sulla sua morte non si faccia retorica, che i suoi colleghi giornalisti in questo non la tradiscano.  
Era solo un lavoro, niente altro. 
Ci credeva tanto in quel lavoro e noi certamente eravamo in ansia quando partiva. 
Guardavamo i suoi servizi alla televisione. 
Doveva andare in Algeria, parlava l’arabo, ma poi la Rai l’ha mandata in Somalia. 
[…] mia figlia aveva imparato a detestare il razzismo. Mi diceva sempre che lì in Africa non ce l’avevano con noi italiani. Ma con Craxi. Lei amava quella gente, era stata lì tante volte. 
[…] questo era il suo lavoro […], ci teneva tanto. Ci metteva tanta passione. 
Era una ragazza molto indipendente. 
Era stata in Egitto e aveva imparato l’arabo. 
Per lei era importante fare questi servizi alla televisione. 
Non aveva mai preso una lira sulle note spese. 
Con i militari della Folgore all'inizio non si era trovata bene perché molti hanno altre idee politiche e lo sapeva. Ma poi si era un po’ ricreduta e ne aveva addirittura conosciuto uno che la pensava come lei, che era di sinistra. 
Era entrata alla Rai dopo aver partecipato ad un concorso, aveva studiato.  Io conosco molte persone anche importanti. Forse avrei potuto aiutarla. Ma Ilaria mi mise in guardia: <<Papà, non provare a parlare con qualcuno; non mi aiutare, ce la farò da sola>>. E così è stato. Era molto orgogliosa di questo, ci teneva tanto a dire che ce l’aveva fatta da sola e senza spinte. 
[…] L’avevo vista far la valigia quando è partita pochi giorni fa […]. Ci aveva messo il caffè, le scatolette, le cose che sapeva gradite agli altri colleghi che avrebbe incontrato lì in Somalia e ai quali portava un regalo. 
Avevamo visto alla televisione […] tre giornalisti della Rai uccisi nella ex Jugoslavia. 
C’eravamo tutti preoccupati. 
Ma come si fa? Era il suo lavoro"

Giorgio Alpi (padre di Ilaria), dichiarazioni rilasciate a Toni Fontana e pubblicate il 21 marzo 1994 su "l'Unità" con il titolo "<<Non fate retorica su mia figlia>>. Il dramma del padre di un'inviata senza snobismi".

Ilaria Alpi 

"Giovane giornalista televisiva, impegnata a svolgere una serie di inchieste in Somalia, veniva barbaramente trucidata in un efferato agguato di bande criminali. Fulgido esempio di elevato spirito di servizio e di grande professionalità. 20 marzo 1994 - Mogadiscio (Somalia)"

Motivazione del conferimento alla giornalista Ilaria Alpi della medaglia d'oro al merito civile, conferita alla memoria il 15 novembre 2007.

Ilaria Alpi

Ilaria Alpi è morta e continuerà ad esserlo se noi non ne facciamo vivere le passioni e gli ideali nelle nostre piccole e grandi esperienze.
Sfrattiamo dalle nostre menti l'indifferenza.
Scacciamo l'ignavia dai nostri cuori.
Impegniamoci, dunque!
Facciamo vivere Ilaria attraverso le nostre azioni, le nostre parole e i nostri pensieri quotidiani.
Dimostriamo concretamente e senza ipocrisie che lei vive - davvero - con noi e dentro di noi.
Facciamone memoria piena, autentica, pratica.
Evitiamo di mettere in atto la solita, stucchevole, retorica messa in scena utile solo a farci credere - illusi - che la nostra coscienza sia a posto.
Come oggi è il giorno in cui una bimba di nome Ilaria è sbocciata alla vita, così il testamento morale che lei ci ha lasciato sbocci nella mente e nel cuore di ognuno di noi.
Già, perchè adesso tocca a noi.
Soltanto a noi.